Serena Vestrucci, Chi cammina sulla neve fresca senza voltarsi non lascia impronte, 2016, performance

Serena Vestrucci, Chi cammina sulla neve fresca senza voltarsi non lascia impronte, 2016, performance

La scrittura è uno dei pochi talismani dell’umanità che vince il tempo e lo sconfigge, riuscendo a scavalcare i secoli, arrivando ai posteri. Chi scrive, scrittore o scrivente che sia, poi, ha un inconscio materiale, nel senso che sa, e lo sa con certezza, che la parola scritta non muore nel farsi, o poco dopo. Sa che la parola resterà lì sul dispositivo che l’ha fatta nascere e si unirà ad altre parole, andando a costituire un discorso ampio di un senso (solitamente) compiuto. Chi ama la letteratura, come una lettera di un proprio caro o un ricordo scritto di qualcuno amato, spera che questa rimanga per sempre, un sempre che vuol dire una vita, una generazione, un secolo, un millennio. O più ancora.

Ma non ci sono solo parole scritte. Anzi, bisognerebbe dire che le stesse parole scritte possono avere vita brevissima: un appunto giornaliero, una lista per la spesa, un promemoria. Ma quando le parole non vengono scritte, ma solo dette, cosa succede? Il più delle volte le parole hanno vita brevissima. Talvolta infinitesimale! Tutti gli articoli, le preposizioni, le pause – vuoti carichi di senso quanto le parole – le congiunzioni muoiono sul nascere, e inesorabilmente.

Serena Vestrucci nella mostra Ortica, ora in corso nello spazio di Marsèlleria di via Rezia 2 e curata da Paola Tagnon, sembra riflettere un po’ su questi aspetti. Il lavoro forse più interessante dell’intera mostra è infatti la performance presentata durante l’opening (ora visibile mediante registrazione video).

Un ragazzo che scrive sul muro Chi cammina sulla neve fresca senza voltarsi non lascia impronte, che è anche il titolo dell’opera. Lo strumento di scrittura è un pennello e il materiale l’acqua. Questa frase non ha mai compimento: a metà del suo farsi le lettere delle prime parole scompaiono. La frase rimane solo nella mente dello spettatore che legge piano piano ciò che viene scritto. Si attua una comprensione a metà tra l’intuizione e la lettura vera e propria: l’acqua non lascia segno, se non qualche screziatura trasparente sulla parete. L’artista sembra riflettere sulla perdita di potere della parola, su ciò che la determina, sui meccanismi di dimenticanza, sull’antinomia insita in un’azione che è, insieme, lasciare un segno e perderlo, dire qualcosa e dimenticarlo. Sul retro del foglio di sala c’è una nota dell’artista che racconta la storia di un anonimo A. che perde memoria, non ricorda ciò che fa, si smarrisce nei più semplici atti… È forse una persona afflitta da Alzheimer? Demenza senile? Non importa, ma è come rimarcare il fatto, vero, che la perdita della parola, del saperla ricordare e comporre, porta alla dimenticanza di sé. Tutto è parola, ed è bene ricordarlo.

Oltre a questo lavoro, lo spazio ne accoglie altri due, strettamente connessi. L O S T è costituito da quattro risme di piccoli fazzoletti bianchi poggiate a terra, su ognuna delle quali è stata cucita a macchina una delle lettere che costituiscono la parola del titolo. Il fazzoletto, per forza di cose, rimanda, a lacrime (di gioia, di sofferenza, d rabbia…), che sono composte d’acqua. E il titolo dell’opera testimonia la perdita a cui queste vanno, poi, inesorabilmente incontro.

Altro lavoro presente è Il suono della pioggia quando cade in un unico punto: riproduzione audio della pioggia “concentrata e resa irriconoscibile. Trasformata in un suono accelerato e continuo segna, come la parola, uno spazio mentale prima che fisico” (da CS). La pioggia come fenomeno vasto e indefinito si è come concentrato in un unico punto.

Durante le fasi finali, A. è completamente dipendente. Il linguaggio è ridotto a semplici frasi, portando infine alla completa perdita della parola. A. non riesce a portare a termine le azioni più semplici e quotidiane, in quanto non più capace di controllare funzioni come la memoria e il pensiero. Il ricorso alla cosiddetta comunicazione non verbale deve essere cercato e affinato. Il fenomeno del perdersi, inteso come non trovare un percorso familiare è molto frequente. Diversi sono i fattori che possono intervenire: la diminuzione delle facoltà di ricordare, le difficoltà di orientamento nello spazio, l’ansia che spesso accompagna i suoi comportamenti. Molto frequente in A. è la tendenza a ripetere a breve distanza di tempo frasi, domande, interiezioni. Il sintomo è legato principalmente all’amnesia che fa sì che dimentichi, nel volgere di pochi secondi, ciò appena detto. Accade così che la stessa frase venga ripetuta con frequenza estenuante. Quello che colpisce in A. è l’incomunicabilità della parola, o meglio l’incapacità di formulare la cognizione del pensiero che porta alla parola. Lo scarto è minimo, ma procura un distacco e un allontanamento massimo, totale. Ortica è il ritratto del paradosso. L’eterno e il perenne contraddetto dal carattere effimero di A., dalla sua precaria esistenza, dal suo non esserci più. (Serena Vestrucci)

Serena Vestrucci, L O S T, fazzoletti in tessuto bianco ricamati con singole lettere, ph. Sara Scanderebech

Serena Vestrucci, L O S T, fazzoletti in tessuto bianco ricamati con singole lettere, ph. Sara Scanderebech

Serena Vestrucci, Ortica, Installation views, ph. Sara Scanderebech

Serena Vestrucci, Ortica, Installation views, ph. Sara Scanderebech

Serena Vestrucci, Chi cammina sulla neve fresca senza voltarsi non lascia impronte, 2016, performance

Serena Vestrucci, Chi cammina sulla neve fresca senza voltarsi non lascia impronte, 2016, performance