Andy Warhol sul comò,   allestimento Villa Croce,   foto Ravera:Positano

Andy Warhol sul comò, allestimento Villa Croce, foto Ravera:Positano

A cura di Ilaria Bonacossa, la mostra raccoglie le opere di settanta artisti italiani e internazionali, scelte con cura e visionaria lungimiranza da Rosetta Barabino. La storia di questa signora genovese e della sua collezione è raccontata in parte nella lunga conversazione tra la curatrice e il figlio di Rosetta Barabino, Maurizio, pubblicata nel catalogo della mostra (edito da Marsilio).

Andy Warhol sul comò_CS

ATPdiary vi propone un estratto di questa conversazione.

STORIA DI UNA COLLEZIONE MOLTO PRIVATA Ilaria Bonacossa in conversazione
con il figlio di Rosetta Barabino

Rosetta Barabino (1918-1986) resta vedova nel 1968, a cinquant’anni esatti, troppi a quei tempi in Italia, per rifarsi una vita, ma troppo pochi, per chiudersi in una passiva vedovanza. Donna determinata e di polso, dotata di grandi capacita? organizzative, prende in mano e razionalizza la gestione della farmacia ereditata dal marito, nell’interesse dei figli rimasti orfani di padre rispettivamente a diciassette, venti e ventotto anni. Educa i tre ragazzi, alla disciplina e al lavoro, crescendoli in una casa borghese sobria, non sovraccarica, in cui le opere contemporanee del Minimalismo americano, della Land-art e dell’arte Concettuale convivono con divani e como? ottocenteschi. Nelle parole di una nipote: «alta, magra, con i capelli sempre raccolti, austera, ma elegante era una signora, che non voleva in alcun modo attirare l’attenzione su di se?». L’interesse per l’arte contemporanea nasce dopo la morte del marito nel 1968, forse nel cercare un’attivita? ‘moderna’ da condividere con i figli maschi gia? grandi, in anni difficili, in cui Genova era segnata da un clima politico pesante di violenza e conflitti sociali. La dimensione illuminata e al contempo ‘borghese’ di questo suo collezionare, con passione e costanza, rigorosamente solo opere la cui dimensione fosse compatibile con quella del suo grande appartamento genovese, mi ha molto colpito. Ho quindi scelto di riportare le sale del Museo di Villa Croce alla loro funzione originaria di stanze domestiche, per allestire senza alcun ordine cronologico un’ampia selezione di opere di questa eccezionale collezione. I lavori scelti, datati dal 1962 al 2014, raccontano le trasformazioni dell’arte internazionale negli ultimi cinquant’anni attraverso diversi mezzi espressivi che spaziano dalla pittura alla scultura, dai disegni alle installazioni site-specific, dalle fotografie ai ricami e alle tessiture. La selezione e? stata guidata da diversi criteri tra cui, in primis, la storia della collezione e l’importanza storico-artistica dei singoli lavori, tuttavia la metafora della casa, mi ha permesso di scegliere alcune opere per il loro potere evocativo. Installate a Villa Croce, trasformata appunto in dimora privata con tanto di cucina e camera dei bambini, le opere della collezione raccontano la storia di Rosetta Barabino e dei suoi figli; la ricerca di forme espressive capaci di trasformare i linguaggi artistici, e la convinzione che per poter godere appieno dell’arte sia necessario conviverci.

Se e? vero che Rosetta Barabino comprava per investire in qualcosa di duraturo,  e trattava con tenacia i prezzi fino a spuntare, da buona genovese, affari incredibili, certo, il suo desiderio di portare a casa opere d’arte contemporanea non aveva nulla di speculativo, al contrario, nascondeva il desiderio di offrire ai figli una visione internazionale e aperta al futuro.
Legata alla storia delle gallerie e dei personaggi che hanno trasformato l’arte italiana degli anni Settanta, in particolare alla figura di un grande mercante come Gian Enzo Sperone, Rosetta Barabino ha dimostrato non solo un innato talento nel scegliere opere d’arte, attivita? in cui veniva supportata e spronata dal figlio minore, (visceralmente appassionato d’arte e instancabile compagno nel visitare mostre e nel decodificare le trasformazioni dell’arte), ma, soprattutto, il coraggio di investire i soldi della sua famiglia nelle forme piu? sperimentali di arte e di ricerca.

Quello che segue e? la trascrizione di una lunga chiacchierata con Maurizio, il figlio minore di Rosetta Barabino, che ha accettato di uscire dal riserbo che contraddistingue lui e la sua famiglia, per raccontare la storia incredibile di una Signora che, senza lasciare Genova, comprava le medesime opere del MoMA di New York e appendeva piccole tele di Andy Warhol sul como?.

Ilaria Bonacossa: Come inizia questa storia genovese, di cui tu sei l’indiscusso deuteragonista?

Maurizio: Abbiamo sempre avuto opere d’arte ‘moderne’ in casa, opere figurative, post-metafisiche, opere ispirate alla pittura di Massimo Campigli (1895-1971) o di Giorgio Morandi (1890-1964). La domenica mattina con mia madre andavamo per gallerie, mi ricordo in particolare la galleria Rotta, in via XX Settembre, credo sia ancora li?, dove c’era il signor Roberto Rotta, padre di Rinaldo, che era un grande conoscitore di artisti primo novecento come Giorgio Morandi, Filippo De Pisis (1896-1956), i Surrealisti francesi. Era la pittura che piaceva a mia madre, che stava cercando opere per arredare la casa. Sono iniziati cosi?, un po’ per caso, i nostri tour d’arte. Vedendo questa pittura abbiamo cominciato a discutere della forza delle immagini. Ecco vedi questa foto, siamo in studio a Venezia da Virgilio Guidi (1892-1984), eravamo andati per acquistare i suoi quadri fatti solo di colore, leggeri ritratti della citta? lagunare.
A un certo punto, probabilmente era prima che mancasse mio padre, nel 1966 o 67, mia madre si interessa al lavoro di Emilio Scanavino (1922-1986), e decide, dato che era genovese, di andare in studio da lui sulla riviera di ponente. Cosi? una domenica mattina arriviamo nel suo studio, mia madre resta immediatamente colpita da una tela inconsueta rispetto a quelle per cui Scanavino era conosciuto e chiede di comprarla. L’artista non vuole assolutamente venderla, la scusa che adduce e? che era dedicata a sua moglie e non poteva separarsene, ma data l’anomalia di quell’opera, probabilmente non ne era soddisfatto. Fatto sta, che mia madre insiste, si impunta, a quel punto per lei l’unico Scanavino ‘possibile’ era quello. Scanavino allora, probabilmente per chiudere la discussione e liberarsi di noi, le dice: – Signora
lei ha tre figli deve comprare i ‘maestri’, e? importante per l’educazione dei ragazzi, quando avra? i maestri allora potra? tornare e comprare Scanavino –.

IB: E l’avete fatto, avete ascoltato il suo consiglio? Vi siete messi a studiare i maestri?

M: Mia madre ripenso? molto a quella frase e si convinse del fatto che se volevamo compra- re arte dovevamo farlo nel modo giusto. Allora cominciamo a studiare e cercare le opere dei ‘maestri’, che in quegli anni erano i pittori dell’Informale e del Tachisme. Nel 1960, infatti, Hans Hartung aveva vinto, alla Biennale di Venezia, il Gran Premio Internazionale per la pittura. Quindi, quando nel 1962 leggiamo che c’era una sua mostra in una piccola galleria d’arte di Mestre, (Meneghini direi), io e la mamma partiamo con il treno per andare a vedere i lavori. Le tele monocrome, graffiate, le piacciono immediatamente e siccome ha tre figli decide, tra lo stupore e la perplessita? del gallerista di comprarne tre (ovviamente ottenendo in questo modo uno sconto maggiore). Questa idea delle tre opere ha sempre accompagnato il suo modo di collezionare, anche se poi a volte non c’erano tre lavori che la convincessero o tre lavori disponibili.

IB: Quindi Rosetta Barabino in realta? passa dall’idea di comprare cose per la casa all’idea di creare una collezione, trasformando una passione in una forma d’investimento?

M: Nel novembre del 1968 muore mio pa- dre e la mamma si trova responsabile della gestione dei nostri beni, oltre che di manda- re avanti la farmacia del marito. Non ha mai smesso di lavorare, era un vero capo-fami- glia, gestendo e organizzando la farmacia e la casa, io studiavo e quindi vivevo ancora a casa e, a pranzo, mentre lei cucinava discutevamo in cucina di arte. Sfogliavo le poche ri- viste di settore che trovavo a Genova e le face- vo vedere le opere che mi affascinavano e lei mi chiedeva di spiegarle perche?.

IB: Quindi questo desiderio di collezionare e? sempre stato molto razionale nelle scelte, nasceva da un lavoro di ricerca, non dal bisogno di possedere qualcosa di bello incontrato per caso?

M: Assolutamente, pensa insieme compilavamo delle liste di nomi di artisti internazionali che sembravano importanti. Comprare arte era per lei un modo per investire in un bene stabile, una sicurezza per il futuro dei tre figli. Credo pero? che collezionare fosse anche un modo per liberarsi dalla sua vita impegnativa carica di responsabilita? e dove- ri, per scappare da Genova e cercare momenti di liberta?.

IB: Genova era in quegli anni un centro vivo e di grande sperimentazione per il contemporaneo. Sicuramente Rosetta Barabino frequentava gallerie di ricerca come la Polena (1963-1995), dove nel 1972 comprerete Max Bill, o spazi culturali come Il Deposito di Boccadasse (1963-1968), che sperimentava realizzando grafiche e multipli; leggeva una rivista rivoluzionaria come Marcatre (1963-1970). Ma, come arrivate a comprare opere cosi? contemporanee? Quando e come cambiano i vostri gusti?

M: In quegli anni era successa un’altra cosa importante per la nostra formazione. Eravamo andati, (io essendo il piccolo seguivo mia madre nelle sue gite), a Portofino dal proprietario di un locale, La Gritta. Questo signore ospitava spesso l’artista francese Bernard Buffet (1928-1999), un personaggio mitico di quegli anni, amico di Cocteau e di Yves Saint Laurent, viveur infaticabile del jet- set di Portofino; siamo andati a vedere una piccola tela di Buffet che ritraeva in maniera bidimensionale un granchio. Oltre a comprare ‘il granchio’ sul tavolo vediamo un grande catalogo di una mostra che era in corso quell’anno a Kassel in Germania. Era il catalogo di Documenta 3 (1964) e sfogliandolo capiamo che era una mostra importante e rimaniamo esterefatti dalle opere degli artisti americani. C’erano artisti importanti come David Smith, Alexander Calder, Mark Tobey e anche Robert Rauschenberg, forse li? ho visto la prima immagine di un Alpha painting di Morris Louis. Per me e la mamma e? una rivelazione. Capiamo che i maestri sono cambiati, che nell’arte e? successo qualcosa, che c’e? stato un grande salto in avanti…

IB: Capiamo? Tu o tua madre? Chi capisce cosa?

M: Allora, e? difficile saperlo, io resto folgorato dal salto in avanti che aveva fatto l’arte rispetto alla pittura a cui ci eravamo interessati. Pero?, devo dire che mia madre si convince subito del fatto che questa nuova arte era importante, anche se, la riconoscibilita? del tratto pittorico era scomparsa. Dalla nostra, c’era il fatto che la critica americana militante ave- va scritto molto su queste opere. La mamma viene colpita soprattutto dalla freschezza dei lavori, dai colori brillanti e dalle loro composizioni aeree, in cui ampie campiture erano lasciate bianche. Le piaceva il fatto che occupassero completamente il campo visivo di chi le guardava, ma soprattutto il loro ordine formale.

IB: Direi che il bisogno formale di ordine e? una delle caratteristiche della vostra  collezione, soprattutto nelle acquisizioni di quegli anni, e per fare della psicologia spiccia, probabilmente rifletteva un bisogno strutturale della sua vita. Ma data la scarsa reperibilita? delle informazioni, come siete venuti a conoscenza delle gallerie di ricerca attive allora in Italia?

M: Siamo stati fortunati, eravamo amici di un altro farmacista genovese il dottor Enrico Pedrini 2, che di li? a poco avrebbe quasi abbandonato la sua attivita? per dedicarsi alla critica d’arte. Vista la mia passione, mi invita a seguirlo a Milano nei suoi giri per gallerie e studi d’artista. Mi ricordo, una delle prime volte, Pedrini mi porta in studio da Bernar Venet (1941), uno dei primi artisti concettuali e all’inaugurazione della mostra in stile fluxus di Wolf Vostell (1932-1998) nella sede milanese della Bertesca, galleria che aveva portato a Genova per la sua inaugurazione nel 1966 opere importanti della Pop Art Americana, oltre ovviamente alla ormai mitica prima mostra dell’Arte Povera nel 1967. Questo viaggio mi conferma che i tempi erano cambiati e mi spinge a discutere con mia madre e a insistere perche? anche lei venga a scoprire questi nuovi maestri.

Estratto dal catalogo della mostra Andy Warhol sul comò, edito da Marsilio. Il libro offre la storia della collezione, immagini della mostra e testi critici di Ilaria Bonacossa, Francesco Bonami, Luca Cerizza oltre alle schede di tutte le opere in collezione.

Andy Warhol sul comò,   allestimento Villa Croce,   foto Ravera/Positano

Andy Warhol sul comò, allestimento Villa Croce, foto Ravera/Positano

Andy Warhol sul comò,   allestimento Villa Croce,   foto Ravera/Positano

Andy Warhol sul comò, allestimento Villa Croce, foto Ravera/Positano

Andy Warhol sul comò,   allestimento Villa Croce,   foto Ravera/Positano

Andy Warhol sul comò, allestimento Villa Croce, foto Ravera/Positano

Andy Warhol sul comò,   allestimento Villa Croce,   foto Ravera/Positano

Andy Warhol sul comò, allestimento Villa Croce, foto Ravera/Positano