“Schengen Baroque Pasolini, group show curated by Pierre-Alexandre Mateos and Charles Teyssou, installation view, ph. t-space studio”

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Testo di Valentina Bartalesi

In un momento storico segnato, troppo spesso, da una forma di pensiero rizomatica (secondo la definizione di Deleuze, il rizoma si realizza in una categoria orizzontale priva di profondità), diviene urgente tornare a meditare sull’ideologia, sul potere e sul valore delle immagini in relazione – o a servizio – degli stessi. Tale riflessione, avviata a San Paolo Converso dal duo curatoriale di Pierre-Alexandre Mateos e Charles Teyssou, dà avvio ad un racconto corale e sincopato, che stabilisce la propria coerenza e la propria identità nell’eloquenza del frammento.

Schengen Baroque Pasolini costituisce una sorta di meta-narrazione in cui appaiono raccolti ed elaborati quei concetti – di frequente introdotti dal prefisso post – susseguitisi in oltre quarant’anni di Storia. Così, si potrà parlare di un documento postmoderno per le immagini, i simboli ed i processi culturali a cui fa riferimento e sui quali interviene; postmediale per la fluidità e la  pluralità (caratteristica altamente identificativa dell’attuale panorama artistico) dei medium impiegati e infine post-strutturalista in quanto naturalmente teso alla decostruzione del linguaggio, come la tripartizione del titolo attesta.
A complicare ulteriormente la mise en abyme dei contenuti sta il fatto che gli stessi vengano esposti all’interno di una cornice familiare, esuberante, festosa, seppur non rassicurante. Quella  del barocco italiano.

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Varcando la soglia della chiesa di San Paolo Converso si è investiti da una sensazione indefinita, disturbante. Il periplo compiuto da San Paolo – sia egli l’apostolo storico o la controfigura  novecentesca immaginata da Pasolini – è simile, per certi versi, al viaggio virtuale che lo spettatore dovrà compiere tra le installazioni. Le opere e le installazioni lì ospitate s’impongono all’attenzione dello spettatore per mezzo di una gravitas che trascende – surclassa e , alle volte, elude – scelte di ordine estetico: il cuore dell’opera sta nell’ideologia, la complessità della stessa risiede nel confronto, che può rivelarsi implosivo, tra sistemi culturali contrastanti.

Si partirà quindi dal palinsesto The Course od Empire (2017) di Michel Auder, ricordo digitale di un affresco rinascimentale o di un apparato effimero barocco, in cui dodici schermi trasmettono un “text-film” interamente girato con IPhone. La natura schiettamente attuale del filmato, realizzato con uno dei mezzi di comunicazione oggi più diffuso, incontra la complessità dei testi di Rimbaud, James Baldwin, Donna J. Haraway e Alexander von Humboldt. Alle referenze testuali si alternano contemporaneamente sequenze di post desunti da social network e frame che immortalano scenari di guerra, paesaggi naturali e opere d’arte. Il continuo scorrere di immagini , evidentemente in contrasto tra loro o selezionate in virtù di una componente angosciante endogena, incrina la spensieratezza del visitatore. La stessa costruzione metallica STR O1/STR O2/Reinforced Glass STR (2018)  che ingloba parte dello spazio espositivo, realizzata dallo studio di architettura milanese Armature Globale, rimanda a scenari industriali e post-bellici non democratici. Dotate di un significativo coefficiente di immersività risultano pure le installazioni di James Bridle e Ken Lum. Drone Shadow (2012-presente) di James Bridle s’inserisce nel solco della secolare pratica cartografica riformulandone gli estremi: le geografie del nuovo millennio, lungi dal serbare il ricordo delle Mappae mundi e dei portolani antichi, risultano tracciate dalle ombre dei droni. L’esistenza di entità ipoteticamente sovranazionali, sulle quali sia possibile esercitare un controllo verticale da un punto di vista prestabilito, richiama da vicino tanto il sistema prospettico rinascimentale quanto le modalità di controllo proprie dei regimi totalitari. In Untitled Furniture Sculpture (1978 – presente), Ken Lum riflette, mediante l’impiego di soffici coaches che rimandano al mondo della  middle-class americana, sul ruolo che possiede l’arte contemporanea nella formazione degli status-symbol. Ad arricchire ulteriormente quel carattere multimediale già riscontrato in seno all’esposizione, l’opera-denuncia di Lili Reynaud-Dewar My epidermic (a body as public as a book can be) (2015) in cui l’artista avvia una meditazione profonda sulle conseguenze che il virus dell’AIDS determina sul corpo dell’individuo come sul “corpo” sociale.

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Orientarsi in questa molteplicità di spunti e di percorsi può risultare non immediato. In questo  senso, gli interventi critici offerti dai curatori si rivelano fondamentali per comprendere la stratificazione dei contenuti propria del progetto.

L’arte Barocca – Baroque del titolo – e la percezione della stessa si fondavano sulla preminenza della finzione sull’artificio, dello stupore sulla comprensione, dell’invisibile sul visibile. La scultura seicentesca – ad eccezione fatta di Bernini e di pochi altri – negava un punto di vista privilegiato. La grande decorazione del periodo rifiutava la quadratura manierista dei soffitti per creare ariose illusioni celesti, in cui schiere di angeli, di divinità e di figure panneggiate piombavano dall’alto cariche di cornucopie e di emblemi. Il peso di uno spazio aperto che incombe e sovrasta genera una libertà solo apparente e immagini allarmanti di geni saturnini. L’abbondanza e la profusione non bastano a scacciare il timore di un vuoto che si è appena scoperto e che si vorrebbe già dimenticato. Schengen Baroque Pasolini – si legge nel comunicato - indaga il confronto tra il Barocco anamorfico di San Paolo Converso e il Barocco reticolare dello ¥€$ regime.

E’ possibile riscontrare in filigrana all’epopea Barocca riferimenti al capitalismo e alle odierne dinamiche politiche? In maniera arguta e compiendo uno scarto temporale di poco meno di due secoli, Mateos e Teyssou individuano i principi dell’attuale sistema economico e socio-politico non direttamente nel tessuto anamorfico seicentesco, quanto nell’ideologia centralizzata del Rinascimento. Il valore simbolico della prospettiva, come già intuito da Erwin Panofsky, aveva permesso agli uomini del Quattrocento di elaborare un mondo di certezze grazie al linguaggio geometrico. Un universo ripetibile e falsato dalle aberrazioni prospettiche, eppure a misura d’uomo nel suo essere (almeno teoricamente) sempre scibile.

“Schengen Baroque Pasolini, group show curated by Pierre-Alexandre Mateos and Charles Teyssou, installation view, ph. t-space studio”

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L’antropocentrismo rinascimentale ha in qualche modo a che fare con il neoliberalismo moderno, così come l’individualismo e le strategie commerciali quattrocentesche stanno idealmente alla base dell’attuale sistema bancario. Gli Accordi di Schengen siglati il 1985 da Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi , alla base di una nuova visione effettivamente comunitaria dell’Europa, chiudono il cerchio e riconducono il discorso verso la contemporaneità. In questa stessa direzione deve essere interpretato il riferimento a Pier Paolo Pasolini – già allora promotore di una consapevole analisi sulle forme di potere dominanti- e all’attualità del suo San Paolo apostolo. Il San Paolo di Pasolini, la cui sceneggiatura venne composta nel maggio del ’68 per non divenire mai pellicola, e di cui in mostra sono presentati alcuni documenti – compie una peregrinazione attraverso la storia e la geografia politica del Novecento.

In altri termini, quale che sia l’oggetto della riflessione artistica e curatoriale, esso possiede una storicizzazione impossibile da eludere o sospendere. L’infinito persistere della storia e della tradizione permane e nobilita una ricerca che, pur essendo essa stessa coacervo di tecniche e intenti diversificati, vince la tentazione di scadere nel rizomatico. E’, eventualmente, presenza, metafora e sostrato.

La vulnerabilità camaleontica  del poeta e musicista Paul-Alexandre Islas illumina vivacemente i recessi più oscuri di tale universo.

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