• Sanya Kantarovsky - Letdown - Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino - Installation view
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Sembrano abbracci, ma in realtà assomigliano più a delle lotte, a dei selvaggi grovigli di membra, muscoli e ossa. L’umanità che abita i remoti spazi pittorici di Sanya Kantarovsky è scomposta, sgraziata, al limite dell’umano: i volti sono animati da ghigni e smorfie oppure sono coperti ma maschere glaciali che ci guardano con occhi vitrei, mai simmetrici, che appaiono ciechi o ammorbati.
Per lo più seduti e rannicchiati i corpi si accasciano come se i fili di un annoiato burattinaio abbia deciso di abbandonare le sue marionette al loro destino; afflosciate, queste presente si mostrano per lo più di spalle: quando non ci guardano torve, si negano alla vista come se bramassero o, peggio, si vergognassero dopo aver compiuto atti spietati.

Nelle intenzioni dell’artista, nato a Mosca del 1982 ed emigrato negli USA all’età di dieci anni, in questa mostra dal titolo Letdown  (deludere, abbattere, – ospitata fino al 25 febbraio alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo  – c’è la volontà di raccontare tarda Unione Sovietica, dipingendone atmosfere per lo più tetre e lugubri. Nella serie di opere esposte emergono, difatti, negli sfondi cieli cupi dove di vedono ciminiere che sbuffano, monotoni casermoni senza decoro e anima, muri terrosi quando non distese desolate di terreni brulli e incolti.

Non stupisce che una delle fonti di ispirazione dell’artista sia uno dei capolavori letterari del secolo scorso, “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov. La satira che pervade le pagine dello scrittore russo si ripercuote anche sulle tele di Kantarovsky; come il romanzo che vede Satana, streghe, figure grottesche, animali parlanti, esperti di magia nera ecc. anche le tele di Kantarovsky  sono animate da personaggi deformi, stregoneschi, dai corpi nudi alterati e feriti da dolori e perversità.

Sanya Kantarovsky - Letdown - Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino - Installation view

Sanya Kantarovsky – Letdown – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino – Installation view

Un nanetto dalla testa coperta di ecchimosi si dimena nelle spalle di una donna dal dubbio colore dalle cui gambe fioccano rivoli di sangue; una donna scatenata, sempre di spalle, atterra un uomo-cane nudo, dalla cui bocca dilatata – se si sentissero – si propagano urla brutali; un’altra bocca spalancata appare poco più in là a deformare la fisionomia di un vecchio dalle mani giunte, incurante di aver vicino un bimbo che, vestito di camicia e calzette bianche mostra, vergognoso, il deretano.
Che tristezza dietro queste sarcastiche figure che, per deformità e crudezza, raccontano più di ciò che immaginiamo ma meno di ciò che l’artista sembra instillare nelle loro fattezze! Sono opere da scoprire, occhiata dopo occhiata, sviscerando i tratti pittorici appena accennati o le pennellate più descrittive e misurate.
Perché al di là dell’affascinante figurazione, ciò che colpisce di questi quadri è l’eterogeneità del tratto pittorico, la coerenza cromatica che, quadro dopo quadro, si fa subito inconfondibile; in altre parole, l’artista ha avuto la sapienza di crearsi un suo personalissimo stile e un’originale scrittura espressiva.

Per questo progetto alla Fondazione Kantarovsky ha voluto corroborare la ricerca già avviata sull’impatto psicologico che l’architettura esercita sull’esperienza individuale e sull’interazione sociale. Concepita come un’“indagine sulla connessione e sull’isolamento creato dall’architettura” – spiega l’artista – questa direzione avvicina il nuovo ciclo di dipinti accomunati dalla spesso ingombrante fisicità di uno spazio opprimente e saturo.
Utilizzata come metafora, l’architettura diventa sinonimo di ‘mostruosa’ presenza dalle sembianze di un Khrushchyovka. Prima di questa mostra non avevo idea di cosa fosse. Scopro che è un tipico complesso abitativo prefabbricato a basso costo che prende il nome da  Nikita Khrushchev, il dirigente del partito comunista a Mosca negli anni ’50 e capo del governo sovietico dalla fine degli anni ’50 all’inizio degli anni ’60. Prefabbricati in calcestruzzo, per lo più tre – cinque piani, questi edifici sono stati costruiti in fretta e furia nel dopoguerra, tra il 1947 e il 1951. Successivamente, sono stati ampliati e aggiustati alla meglio per adempiere alle tante richieste di abitazioni urbana in quanto veloci ed economici da erigere e rifinire. Concepiti per avere una vita breve, circa 25 anni, in realtà queste costruzioni sono tuttora in piedi aggiustati alla meglio, e anziché venir demoliti, questa tipologia (spacciata per sperimentale) si è diffusa in tutta la Russa fino agli anni ’70.

Sanya Kantarovsky - Letdown - Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino - Installation view

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Kantarovsky ha deciso di portare un Khrushchyovka alla Fondazione Sandretto: ha allestito una grande riproduzione fotografica lungo tutta la parete dello spazio espositivo, virandola di blu e installando alcuni quadri tra finestre e balconi della palazzina riprodotta. La lunga parete è ritmata da una serie di monotoni infissi che, come grandi occhi vuoti, ci scrutano. Le aperture si interrompono con la fine dell’edificio, che lascia spazio ad una minacciosa ruspa nell’atto di abbattere questa bruttura architettonica. Al centro un ragazzino ceruleo che sembra fare eco ai personaggi del periodo blu picassiano, stesse atmosfere angoscianti, misteriose ed enigmatiche.

Tra le cupe atmosfere sapientemente create da Kantarovsky alle pareti, campeggiano sul pavimento della grande sala delle sculture-tartarughe in metallo. Simulando degli innocui giochi per bambini ospitati nei playground pubblici, queste presente, in realtà, altro non sembrano che grandi trappole, tagliole senza denti ma altrettanto aggressive.

Era da tempo che non attraversavo un ambiente tanto crudele quanto seducente.

Sanya Kantarovsky - Letdown - Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino - Installation view

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