Father Murphy © Tristan Petsola

Father Murphy © Tristan Petsola

Raccontare un festival come quello di Santarcangelo che da quasi 50 anni esplora le arti teatrali e performative portando artisti internazionali in un piccolo paese della romagna non è impresa semplice. Ai dati oggettivi, quelli relativi agli artisti, alla loro poetica e ai loro progetti, si aggiunge l’esperienza personale influenzata dall’atmosfera e dal luogo stesso. L’antico borgo medioevale dai nobili palazzi, vicoli e piazzette sembra infatti assumere una doppia e opposta valenza: perfetta cornice da una parte, palcoscenico della trasformazione e del cambiamento dall’altra. Ad accumunare i due aspetti sono la natura e l’ambiente a tratti coautori dell’opera.

Il live del duo torinese Father Murphy (Federico Zanatta e Chiara Lee) band culto nel panorama neopsichedelico trova ad esempio all’ombra della Rocca Malatestiana la sua ambientazione perfetta: il suono del senso di colpa cattolico si diffonde nella Piazzetta delle Monache in un concerto che è insieme rito e celebrazione. Alla caste tuniche bianche e alla dimensione spirituale si contrappone Multitud che per la sua seconda replica mette in scena, ai piedi delle mura della città vecchia, l’incontro e lo scontro tra persone, tra pubblico e privato, tra politico e poetico, trasformando lo spazio in un’arena. Una coreografia corale fatta di voci, suoni e corpi, alla quale l’artista uruguayana Tamara Cubas ha lavorato nei giorni precedenti al festival con settanta persone diverse per età e formazione e nella quale è dato spazio alle differenze.

Tamara Cubas © Tani Simberg

Tamara Cubas © Tani Simberg

Tamara Cubas © Tani Simberg

Tamara Cubas © Tani Simberg

Tamara Cubas © Tani Simberg

Tamara Cubas © Tani Simberg

Altro luogo che sembra instaurare un legame fortissimo con l’opera al suo interno è la bottega fondata nel 1916 da Luigi Giorgetti e punto di incontro nel secondo dopoguerra dei militanti del Comitato di Liberazione Nazionale. Qui Asia Giannelli ci mostra un ritratto intimo di Paolo Bassi, suo nonno, che per anni ha lottato contro il fascismo. A svelarne il carattere burbero, ma in fondo affettuoso sono le immagini di una videoproiezione inizialmente celata agli occhi del pubblico da uno spesso strato di ghiaccio che la giovane artista invita a distruggere. Ancora una volta dalla dimensione intima si passa a quella pubblica, più plateale con Markus Ohrn e la sua serie “The Unknown”, un appuntamento che ogni sera per mezz’ora ha animato il palco montato nel mezzo di un prato. Azioni imprevedibili messe in scena da otto artisti differenti che hanno trasformano la quotidianità in quanto ripetizione in un evento eccezionale, da palcoscenico.

Il cuore di Santarcangelo, Piazza Ganganelli, si trasforma invece in luogo di fuga dalla realtà e di tributo alla capacità cinematografica di sfidare la percezione visiva grazie a “Chroma Keys” con la quale Motus svelano – “mettendo in piazza” letteralmente – i segreti e gli inganni della tecnica che ha permesso alla bicicletta di ET di volare. Rotto il confine tra finzione e mondo reale si è improvvisamente liberi di assumere ruoli diversi, di viaggiare nel tempo e nello spazio, diventare protagonisti delle pellicole che hanno segnato la storia del cinema.

Asia Giannelli © Tani Simberg

Asia Giannelli © Tani Simberg

Asia Giannelli © Tani Simberg

Asia Giannelli © Tani Simberg

Markus Öhrn © Tristan Petsola

Markus Öhrn © Tristan Petsola

Markus Öhrn © Tani Simberg

Markus Öhrn © Tani Simberg

Sembra creare una sorta di realtà parallela anche Alessandro Sciarroni che con “Don’t be frightened of turning the page” mette in scena in un tempo sospeso una trasformazione psicofisica: roteando sul proprio baricentro per più di quaranta minuti, affronta un’evoluzione, uno sviluppo attraverso la ripetizione. A perdersi durante questo processo è un punto di riferimento pregresso e stabile che lascia spazio ad una molteplicità di situazioni davanti alla quale Sciarroni alterna sorrisi ad espressioni di riflessione. Eccitazione e paura della libertà si fondo e si confondono anche nella coreografia “minor matter” di Ligia Lewis che dopo il solo “Sorrow Swag” porta a Santarcangelo una performance che rompe i confini tra danza e teatro. La palestra dell’Istituto Tecnico di Santarcangelo si trasforma in palcoscenico per un match durante il quale si materializzano i sentimento dell’amore e della rabbia. Lo spettatore osserva dalle tribune i corpi della ballerina e dei due danzatori che plasmano e attraversano lo spazio intrecciandosi, mentre luci rosse a fascio attraversano la scatola nera del palcoscenico e la musica trasporta il fruitore in un viaggio nel tempo dal tardo Rinascimento al Barocco fino ad un Bolero di Ravel.

La miscela di divertimento e timore, eccitazione e cauta riflessione, sembrano essere il fil rouge di questo primo weekend di festival che spinge lo spettatore ad abbandonare i propri riferimenti, i canoni della razionalità umana per lasciarsi andare a quegli istinti più primordiali che la società reprime. Non è certo dunque un caso che le giornate di spettacolo si siano concluse con “Imbosco”, la serie di appuntamenti musicali fino a tarda notte nel bosco, perché la paura del buio e dei fitti alberi si apprende dalle favole e si rafforza nelle ripetizioni delle immagini. Santarcangelo invita invece a riappropriarsi di quell’intelligenza emotiva attraverso la quale il mistero, la natura e le emozioni trovano una connessione.

Motus - audience © Tristan Petsola

Motus – audience © Tristan Petsola

Motus © Tani Simberg

Motus © Tani Simberg

Ligia Lewis © Tani Simberg

Ligia Lewis © Tani Simberg

Alessandro Sciarroni - audience © Tani Simberg

Alessandro Sciarroni – audience © Tani Simberg