Luca Trevisani
Sara Ciracì
Alice Guareschi
Antonio Rovaldi


Gelitin
Scenografia di uno spettacoli a Venezia di Carmelo Bene
Charles Avery – Ettore Sottsass
Francesco Arena
Amedeo Martegani
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Brown project space ospita in questi giorni una piccola mostra collettiva, legata al primo numero di “San Rocco”, rivista indipendente di architettura che si propone, non senza ambizione, come un progetto estremamente chiaro e, almeno dal punto di vista editoriale, fortemente “ideologico”.

“San Rocco” è un progetto a termine (il piano editoriale prevede quattro numeri all’anno per cinque anni, ognuno dedicato ad un tema già definito in anticipo) e si basa sulla collaborazione dei lettori: ogni numero contiene una “call” per i contenuti del numero successivo, da elaborare sulla base di una serie di “spunti” tematici proposti dalla redazione. Chiunque può proporre un contributo, in forma scritto e/o per immagini. Agli autori delle proposte selezionate verrà chiesto di elaborare un “testo” per la rivista che, essendo indirizzata ad un pubblico specifico, colto ed internazionale, è pubblicata solo in lingua inglese.

Il nome della rivista è legato ad un progetto di concorso (risalente al 1971 e mai realizzato) redatto in collaborazione da due delle figure più importanti (dal punto di vista della teoria dell’architettura) ed ideologiche del dibattito architettonico italiano degli ultimi 50 anni: Aldo Rossi e Giorgio Grassi, all’epoca ancora semi-giovani architetti. Il progetto San Rocco, prodotto da personalità entrambe forti e rimasto a metà tra le due, si caratterizza per essere ibrido, aperto ed enigmatico. Come si legge nell’editoriale del sito della rivista (www.sanrocco.info) “San Rocco sembra suggerire la possibilità di un’architettura che sia contemporaneamente aperta e personale, monumentale e fragile, razionale e curiosa”. Non male per due architetti che hanno fatto delle “certezze” della disciplina e di una certa pesantezza di mano, le fondamenta delle proprie carriere.

La rivista è molto interessante perché contrappone, al dilagare di pagine patinate in cui le riviste di architettura (ma non solo) sembrano inseguire quanto avviene nel web, una sterzata decisa sul piano dei contenuti e della teoria e su ritmi meno incalzati dagli “eventi”. In questo mi sembra colmare uno spazio, occupato in Italia forse solo da qualche bollettino di dipartimento universitario, il che equivale praticamente a dire: vuoto.
Il n. 0 della rivista è andato presto esaurito, il che lascia ben sperare sul destino del progetto. Il n. 1, a cui ho avuto il piacere e privilegio di dare un umile contributo, è dedicato alle isole, intese sia in senso letterale che metaforico.

La mostra da Brown riprende il tema insulare e presenta sia alcuni lavori prodotti da artisti e/o architetti specificamente per la rivista, sia altri lavori pertinenti al tema.

Segnalo quelli che per motivi vari e del tutto personali mi hanno intrigato di più: un modello in gesso di Fort Boyard di Bas Princen /Monadnock; una scogliera in ceramica di Amedeo Martegani; uno schizzo bocklinianissimo per la scenografia di uno spettacolo a Venezia di Carmelo Bene, la sagoma dell’isola di Caprera composta con peli della barba di Francesco Arena, un’esplosione atomica tutta blu di Sarah Ciracì.

Questo l’elenco completo degli artisti esposti: Amedeo Martegani, Antonio Rovaldi, Alice Guareschi, Carmelo Bene, Charles Avery, Desertmed, Ettore Sottsass, Franceco Arena, Francesco Raganato, Gelatin, Luca Trevisani, Luigi Negro e Luigi Presicce, Sarah Ciraci’, Stefano Graziani, Bas Princen /Monadnock, Point Supreme, Tetsuo Kondo, 2A+P/A.

Andrea Balestrero