Antonio Rovaldi – Senza titolo (Al professor Gabbiano), 2020, Courtesy Galleria Michela Rizzo, Venezia

Testo di Veronica Pillon —

Camminare, camminare e fotografare. Antonio Rovaldi esplora i margini di New York a piedi, assorbendo i suoni, i colori, gli odori della città e documentandoli attraverso media diversi, come la fotografia e la registrazione sonora. La mostra ricostruisce un percorso in sintonia con il libro di Rovaldi dedicato alla città, dall’emblematico titolo: The Sound of the Woodpecker Bill: New York City, realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council. Il suono del picchio è infatti per Rovaldi ciò che contraddistingue e che si propaga nella caotica New York, al di fuori del cuore finanziario, culturale e turistico della Grande Mela, Manhattan. L’esplorazione della città e la mappatura personale che l’artista produce attraverso il suo cammino si esprime nelle serie fotografiche in bianco e nero raccolte nella prima sala della galleria.
Il progetto allestitivo, pensato in dialogo con la mostra Il suono del becco del picchio – alla GAMeC di Bergamo dal 13 febbraio 2020 – si contraddistingue per una selezione di fotografie che non vengono presentate singolarmente, ma a coppie o in gruppo, rendendo gli scatti in piccolo formato dei punti di localizzazione nella mappa ideale della città.
Rovaldi considera New York come una città contraddistinta dalla sedimentazione geologica e storica, in cui la storia dei nativi americani si intreccia con le problematiche d’integrazione delle minoranze, degli umili e degli esclusi, in cui il paesaggio si ridefinisce costantemente, in un rapporto tra essere umano e ambiente non sempre felice.

Dear Karen (Looking for two steps in Central Park) e i sei scatti tratti dalla serie So many things in the air! mettono in evidenza la geologia della città e la stratigrafia del processo fotografico. Dear Karen rappresenta l’esito positivo dell’esplorazione di Central Park, alla ricerca di questi misteriosi gradini – il cui percorso non è segnato e la cui esistenza è spesso ignota agli stessi custodi – introdotti già nei progetti iniziali degli anni 50 dell’Ottocento. I gradini, la cui conformazione sembra quasi naturale e scavata dall’erosione dell’acqua, permettono di avere un punto di vista sopraelevato sul paesaggio circostante e rimettono in discussione il nostro rapporto con la realtà: lo scatto stesso, privo di punti di riferimento, è un invito giocoso che l’artista lancia allo spettatore, invitandolo all’esplorazione e alla ridefinizione delle sue certezze. La sedimentazione è il carattere dominante anche nel secondo lavoro, sei scatti che mostrano le prove stampa del libro di Rovaldi, in cui la macchina sovrappone involontariamente delle immagini per trovare la giusta scala di grigi e procedere con la stampa definitiva. Il risultato è un insieme di pagine in cui scrittura e immagini si fondono, generando delle connessioni e dei legami imprevisti tra fotografia, paesaggio, parola.

Antonio Rovaldi – Yes frank, so many thing in the air!, Courtesy Galleria Michela Rizzo, Venezia

La “grammatica della fotografia” è ciò che interessa a Rovaldi nella serie di scatti Al professor gabbiano. Juxtaposition, hyperbole, circular structure sono solo alcune delle parole scritte sui bigliettini fotografati. Scritti e lasciati a terra da un senzatetto newyorkese, riflettono sul potere delle parole e della poesia, creando delle connessioni fluide tra lo spazio, il tempo, l’artista e lo spettatore. La pratica artistica di Rovaldi, che affonda le proprie radici nella land art – con particolare riferimento a Richard Long – si contraddistingue per la fluidità: se la linea di Long è tracciata e segnata, i legami che Rovaldi tesse si inseriscono in un tempo presente in cui la società è una società liquida, in cui i confini, le barriere spazio-temporali, le relazioni sfumano e si fanno evanescenti. L’iterazione con lo spettatore diviene dunque centrale nella ridefinizione della geografia della città e nella sua mappatura.

Queste riflessioni si manifestano nel lavoro che dà il titolo alla mostra stessa, Yes Frank, so many things in the air!, un neon azzurro su cui è appesa una giacca da lavoro. Ai lati, un’installazione sonora composta di due casse: nella prima una voce declama i luoghi, le strade, le date che l’artista ha attraversato nel suo cammino – in dialogo con il dittico Notes for a book – mentre la seconda propone una serie di rumori d’ambiente registrati durante le passeggiate. Le installazioni sonore – cinque quanti i boroughts newyorkesi – realizzano l’idea della passeggiata futurista e della rappresentazione della città, generando un flusso continuo di rumori e suoni che descrivono una New York in continua metamorfosi. Il primo verso di Three Airs – tratto dai Lunch Poems di Frank O’Hara – diviene il pretesto per un dialogo istantaneo fra poeta e artista.

“Ho aggiunto l’inciso “Yes Franck” al primo verso della poesia pensando di rivolgermi a O’Hara perché è vero, a New York succedono davvero molte cose. L’installazione è pensata creando un andamento circolare che richiama la città in continua costruzione”. Rovaldi definisce così la sua relazione con la città e con la sua arte, pensando ai margini, a ciò che non si trova sotto i riflettori, ma che cambia costantemente, si ridefinisce, acquista nuovo senso, presuppone molteplici punti di vista. Un’arte in cammino.

So many things in the air! | Antonio Rovaldi
Galleria Michela Rizzo, Venezia
Fino al 23 marzo 2020

Antonio Rovaldi – Five Walks. NYC, Courtesy Galleria Michela Rizzo, Venezia