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Il 25 maggio inaugura ROOM 237 l’arto fantasma di OG STUDIO, un rifugio parallelo dove deporre e incubare progetti mancati e schiudere visioni sepolte. L’Episodio n.1 è dedicato a Steve Piccolo, storico bassista dei Lounge Lizards e artista multimediale.

Seguono alcune domande a Steve Piccolo e a Oscar Giaconia, l’artista che ospita, nel suo studio, ROOM  —

ATP: Steve, tu e Oscar avete collaborato in altre occasioni: negli stessi giorni dell’inaugurazione di ROOM 237 è in corso il Festival ArtDate. Hai pensato tu l’impianto sonoro del suo video “Sexual Clumsiness” che verrà proiettato in anteprima e nel 2015 una tua audio installazione venne associata ad un suo ciclo pittorico.

Steve Piccolo: Oscar era nel mio corso alla Carrara. Ho fatto il docente per più di dieci anni, sempre in preda al dubbio che fosse un esercizio inutile, per la mia incapacità o per l’assurdità istituzionale. Ma con alcuni studenti un dialogo è cresciuto che ha continuato soprattutto fuori dalla scuola. Meno male! Il lavoro di Oscar è intensamente tattile “allo sguardo”, e per questo ragione a me suggerisce suoni.

ATP: The End of the Audience / The Audience of the End: una serie di prelievi, sezioni di immagini asportate da fotografie scattate in pubblico, a volta desunte da internet. Ci racconti di più su questo progetto?

SP: Fa parte di un progetto più grande sempre in progress, una specie di diario che faccio da anni… prima solo un suono al giorno, poi un nesso immagine-suono-parole, quasi ogni giorno. Uso foto trovate e/o scattate da me, spesso anche le parole sono trovate. A volte mi capita di avere in mano un archivio di tante foto scattate in un’occasione specifica. Diventa una sfida trovare/inventare un racconto nelle immagini e tirarlo fuori. In questo caso sono le foto del pubblico all’inaugurazione – molto ufficiale, “di stato” – di una mostra che ho aiutato a organizzare un paio di anni fa. Per tanti anni ho registrato, pubblicato e archiviato i suoni di musei e gallerie, soltanto i suoni, senza immagini. Questo sguardo al e del pubblico è simile… vedi lo spettatore ma non lo spettacolo.

ATP: Sembra sussistere un parallelismo tra i prelievi della tua ricerca visiva e quelli che attui nella ricerca sonora: c’è dialogo tra questi due approcci? Interferiscono uno nell’altro?

SP: E’ vero… non sono un fotografo, sono immagini campionate, come i suoni sono campionati. E poi solo di rado faccio un’immagine pensata per vivere in isolamento… quasi ogni immagine ha il suo suono, e il suo testo. Mi piace poter arrestare il flusso di comunicazione in cui viviamo, pur usando i suoi ingredienti, per allungare il tempo dedicato a una situazione specifica, un racconto specifico. La musica, il suono, le parole sono molto liquidi, mentre l’immagine, l’oggetto fisico, mi serve un po’ da ancora.

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ATP: Oscar, nel comunicato stampa si legge che “ROOM 237 è l’arto fantasma di OG STUDIO, un rifugio parallelo dove deporre e incubare progetti mancati e schiudere visioni sepolte, uno stomaco dove fabbricare larve e produrre scarti”: come mai hai desiderato aprire uno spazio alternativo al tuo studio dove ospitare interventi di altri artisti?

Oscar Giaconia: Non penso che questa piccola sezione-innesto di area industriale si offra come alternativa a qualcosa o a qualcuno. Room 237 è semmai un incubatore di “parassiti” a disposizione di quegli artisti con cui ho maturato collaborazioni, incontri-scontri, incidenti o solo semplici affinità immaginarie. E’ una sorta di assurdo potlatch dove ingenerare ciclici scambi rituali di visioni.

ATP: ROOM 237 è una project room, ma certamente le tangenze con il tuo lavoro non sono poche, a cominciare dal nome: Shining, la figura del padre e quella del mostro sono argomenti che orbitano attorno alla tua ricerca.

OG: Ho sempre immaginato Shining come una creatura proteiforme, una specie di Ulisse di Joyce della visione, dove le intenzione del proprio autore collassano all’interno di un flusso che  eccede e smargina qualsivoglia progetto a monte. E’ un’ insurrezione dell’organismo. E’ questo al di là, questo altrove dell’opera, come precessione dell’esito sull’intento, che mi ha sempre lasciato fatalmente stupito e interdetto. Kubrick intuì questo altrove , superando il letterario e “visivo” Shining di Stephen King, restituendolo attraverso il “visibile” di una registrazione diagnostico-visionario senza mediazioni, fatta di singolarità duplicate e specularità imperfette. Così è come se intravedessi in ogni ambiente (espositivo o meno non importa) le stigma di una Room 237. Capsule dell’ informe che avanza, implacabile e ciecamente ostinato come un Alien di Giger, pronto a inseminare lo sguardo dello spettatore che intanto si offre ad accogliere immense inondazioni di sangue (vedesi scena dell’ascensore). Room 237 è un carotaggio all’ interno di tutta una tradizione antropologica fiabesca del divieto, fatta di luoghi proibiti, cantine, soffitte, case abbandonate, cimiteri. Luoghi interdetti popolati quasi sempre dal mostro peggiore..

ATP: Anticipazioni sui prossimi episodi della ROOM 237?

OG: Room 237 è sprogrammazione del programma, di fatto non ha alcun protocollo da seguire. E’ uno spettro che può ospitare dentro di sé spurghi e sfiati de-generi di ogni tipo non soggetti a precise calendarizzazioni. Comunque ci sono tutta una serie di artisti che hanno dimostrato sincero interesse per il non-progetto e con cui  si sono già imbastiti possibili interventi futuri.

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