Breve intervista con Anna Franceschini in occasione della sua mostra ROCK-PAPER-SCISSORS’ alla   Fondazione Ermanno Casoli /   Premio Ermanno Casoli,   XIII edizione

ATP: Cosa significa i titolo: ROCK-PAPER-SCISSORS?

Anna Franceschini: Il titolo è il nome inglese del gioco della morra cinese. Mi ha sempre interessato la componente semiotica di questo gioco. Interessato ma non necessariamente piaciuto. Anzi, giocarci mi ha sempre procurato una specie di disagio sensoriale, assimilabile  a ciò che si prova, in alcuni casi, quando si passano le unghie su una lavagna, o si vede qualcuno farlo ( a me succedeva anche con i gessi, il chè diventava problematico a scuola). Se, in una sessione di gioco, qualcuno stringe la mano a pugno a rappresentare la ROCCIA e il suo avversario apre indice e medio a FORBICE, non riesco mai  a scindere il piano simbolico da quello reale e nella mia testa, come, forse, in quella di tutti, si forma immediatamente il correlativo oggettuale del sasso e della forbice, con il conseguente corredo di stridii delle lame sulla pietra, la roccia incisa, le lame rovinate e mi viene la nausea. C’è un po’ di ipersensibilità nel processo di significazione che, dentro di me, passa attraverso riflessi neurovegetativi (come si può intuire, ho indagato questi aspetti, anche a livello medico, il chè mi ha aiutato a comprendere e ad essere meno preda di me stessa, meno preda di una specie di semiosi confusa e soprattutto mi ha aperto dei bellissimi orizzonti di ricerca).  Ora mi succede sempre più di rado.

ATP: Il premio Ermanno Casoli incentiva gli artisti a relazionarsi non solo con l’azienda, ma anche con le persone che ci lavorano. Come hai vissuto questa esperienza e che scoperte hai fatto?

AF: Mi sembra che il modello di relazione e collaborazione della Fondazione Casoli tra artisti, istituzione privata e azienda,   sia un esperimento riuscito e molto interessante, oserei dire un modello di sviluppo a cui guardare come piattaforma potenzialmente esportabile.  Innanzitutto l’artista è libero di interpretare, vivere e costruire il Premio come meglio crede. Anche l’interazione con l’azienda è estremamente modulabile.  Nel mio caso si è trattato di inglobare una struttura produttiva in un apparato estetico. Mi spiego: io sono entrata nel comparto produttivo di Elica e ho filmato alcune fasi della produzione, al fine di interpolare questi materiali con altri provenienti dall'”esterno”. Trattandosi di una lavoro sul paesaggio, in un certo senso, ho trattato le interiora dell’azienda, il cuore del ‘fare’, come uno dei tanti elementi che compongono la molteplicità geografica e sociale. Questo per me è un punto piuttosto fondamentale. Il cinema, i film, le immagini in movimento in generale, lavorano quasi esclusivamente sulle superfici e con le superfici. Ed è solo nell’illusione della tridimensionalità, nel portato olografico e di trompe l’oleil, che, mi sembra, si negoziano i significati. Detto più semplicemente,   credo che il ‘senso’ delle immagini in movimento sia nella loro forma, nel senso più ampio del termine, con le sue componenti ritmiche, cromatiche etc e non nel loro contenuto, o, meglio, in un spazio di intersezione tra le due che è sempre in leggero ondeggiamento. Ai dipendenti di Elica io mi presento come componente di una offerta culturale interna che spero diventi sempre più solida e variegata, anzi, mi auguro che la Fondazione Elica, a Fabriano, possa diventare una specie di strano attrattore di esperienze di produzione artistica e di fruizione, al di fuori dei tracciati consueti. Se la palestra interna all’azienda rende un servizio al corpo e alla salute di chi ci lavora, io spero di aver reso un piccolo servizio all’immaginario.

ATP: Sei stata colpita, per molti versi, dal luogo, dai suoi aspetti naturalistici, dalle tradizioni radicati nel territorio, ma anche dalle tipiche atmosfere che vigono negli ambienti di lavori delle aziende. Come hai sovrapposto le molte atmosfere che hai vissuto a Fabriano?

AF: Si è trattato soprattutto di un lavoro di ‘giustapposizione’. Che poi mi sembra il principio estetico che guida il formarsi del paesaggio. 

Mentre rispondevo a queste domande Soprattutto alla domanda 1), stavo cercando nel web qualche scritto di Merleau-Ponty sul concetto di presemiotico e invece mi sono imbattuta in un testo di semiotica del paesaggio, che mi sembra molto interessante e che sta aiutando anche me a capire quali sono le ragioni d’essere di questo lavoro su Fabriano. Potrebbe essere l’inizio di una ricerca. Inoltre sto leggendo un romanzo breve di Federigo Tozzi, uno scrittore attivo nei primi del novecento, morto molto giovane, la cui prosa è intrisa di paesaggio e di luce, in questo caso Siena e le colline. Mi pare che i principi che guidano il lavoro siano questi, mentre le meccaniche che strutturano la composizione – come accennato in quel raccontino che ti ho mandato in allegato –  siano, ancora una volta, quelle di una macchina ottica volta al gioco e al piacere estetico. Una macchinetta cinema sempre in movimento, molto semplice e tripartita che costruisce legami di senso e di composizione davvero basici.

La Fondazione Ermanno Casoli  Premio Ermanno Casoli, XIII edizione

Anna Franceschini ROCK-PAPER-SCISSORS

a cura di Marcello Smarrelli

dal 19 ottobre al 22 dicembre 2012 / presso Elica, Fabriano 

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Midwest, verso l’Adriatico.

D’estate in Italia accade un misterioso fenomeno, forse  legato ai torridi anticicloni che ci soffiano sopra, inclementi.

Per un incanto lucente i luoghi assumono sembianze differenti.

Una colossale, interminabile Fata Morgana produce un gigantesco ologramma che ingloba tutto il paese.

Allora non è che le cose proprio cambiano, è che sembrano diverse. Fanno venire in mente qualcos’altro. Ma solo quando fa veramente caldo, però.

Quando fa molto, molto caldo, l’Italia a me sembra l’America dei Film.

Mi è sembrato, una volta, che la Lunigiana fosse l’Arizona.

Era tutta gialla e riarsa e c’era un mausoleo della motocicletta truccata sopra una collinetta grondante agavi belle tornite.

Un’altra volta la Romagna mi è sembrata una piccola California.

Le strade  grandi e dritte, l’asfalto ingrigito dall’uso e sbiancato dal sole. C’erano le palme elettriche ai lati. Di giorno scheletri bianchi irrigiditi, di notte spettacolini luminosi multicolor.

Verde, giallo, blu.

A Milano una volta, di notte, mi sono confusa e ho chiesto a un ‘paninaro’ un taco da un dollaro. E’ che, per un attimo, ho pensato fosse Los Angeles.

Quest’estate sono spesso a Fabriano,   nelle Marche, e mi è sembrato, ma non sono certa, di aver visto una grande scritta bianca sopra una collina, con i caratteri un po’ squadrati e spessi…

A Fabriano sto facendo le riprese per  un  film, un  film in tre parti. Non un film narrativo, però. Una sorta di racconto del luogo per immagini.

Nei posti di solito ci vado per fare altri piccoli/brevi film. E mi capita sempre di pensare che i luoghi che vedo e le cose che guardo sono altri posti, altre cose.

Nelle Marche ci sono le colline, morbide morbide con il grano sopra, tutto spettinato dal vento, un po’ fané. E poi c’è un florilegio di ginestre dappertutto. Mai vista una concentrazione di ginestre di questa portata.

Vicino a Fabriano ci sono anche le grotte di Frasassi, con le porte scorrevoli automatiche, le luci artificiali gialle e bianche. Sono belle, hanno dei percorsi da fare a piedi e a me, onestamente, ricordano un mix tra il trenino fantasma e la casa stregata del Luna Park. Fa anche quel freddo umido cento-per-cento, che è un po’ la temperatura della paura prima che diventi terrore. 

Comunque, a Fabriano, si producono anche molte cose utili.

La carta, per esempio.

E le cappe per le cucine di mezzo mondo.

Negli stabilimenti tutto è in perpetuo movimento.

Tutto si va a incastrare nella sua posizione, precisamente, senza intoppi.

Ci sono delle macchine gigantesche che si muovono con la grazia e la leggerezza di Isadora Duncan.

Metalli e polimeri. Scintille e clangori.

I connotati dei luoghi, in Italia soprattutto, si mescolano come in una faccia davvero irregolare. Come se un occhio volesse prendere il sopravvento sull’altro, un orecchio si contendesse con la bocca la postazione dello zigomo e gli incisivi e i canini fossero avvinghiati a pomiciare. Eppure di una faccia così ti puoi innamorare tantissimo.

Con i luoghi mi sembra un po’ lo stesso.

Io ho vissuto in Olanda ed era diverso.

Flaiano una volta ha scritto che Mondrian non era un pittore astratto, era un paesaggista.

Flaiano era abruzzese, di Pescara.

Nei luoghi le cose sono un po’ in libera uscita, in abiti civili. 

E’ divertente vedere le cose che si accostano l’una all’altra e immaginare le ragioni di queste giustapposizioni.

Poi, con i miei lavori, io posso fare una cosa in più. Posso filmare le cose, i luoghi, e ricombinarli a mio piacimento.

Questa volta, mi piacerebbe che il film su Fabriano assomigliasse  a una specie di slot machine di immagini.

Tipo: CILIEGE/CILIEGE/CILIEGE/FRAGOLA.

Tipo: COLLINA CON GRANO/COLLINA CON GRANO/COLLINA CON GRANO/GROTTA.

E così via. Senza fine. Sempre a sperare che tutto quadri, che vada tutto bene. Ma non si vince mai, alle macchinette. E si continua.

È per questo che il lavoro diventerà una video-istallazione, perché non finisca mai.

Il cinema è una macchinetta. Una macchinetta fantastica. Che ti fa credere che le cose si muovano, che ti fa pensare che le immagini che hai nella testa siano vere.

Io in America ci sono stata una volta sola. E faceva anche abbastanza caldo, ma non mi è sembrata l’Italia.

Anna Franceschini

Salottobuono – Un padiglione per video d’artista – Fondazione Ermanno Casoli

Salottobuono – Un padiglione per video d’artista – Fondazione Ermanno Casoli