• Rochelle Goldberg - No Where, Now Here Installation views - GAMeC, Bergamo, 2016 Photo: Roberto Marossi Courtesy GAMeC - Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo
  • Rochelle Goldberg Hands Replace the Deck, 2016 Ceramic, fiber optic cables, resin, LED illuminator, plastic Courtesy the artist and Miguel Abreu Gallery, New York Installation view - GAMeC, Bergamo, 2016 Photo: Roberto Marossi
  • Rochelle Goldberg No Where, Now Here, 2016 Steel, ceramic, wood, chia seeds, carpet, volcanic aggregate and coal slag Courtesy the artist and Miguel Abreu Gallery, New York Installation view - GAMeC, Bergamo, 2016 Photo: Roberto Marossi
  • Rochelle Goldberg No Where, Now Here, 2016 Steel, ceramic, wood, chia seeds, carpet, volcanic aggregate and coal slag Courtesy the artist and Miguel Abreu Gallery, New York Installation view - GAMeC, Bergamo, 2016 Photo: Roberto Marossi
  • Rochelle Goldberg No Where, Now Here, 2016 Steel, ceramic, wood, chia seeds, carpet, volcanic aggregate and coal slag Courtesy the artist and Miguel Abreu Gallery, New York Installation view - GAMeC, Bergamo, 2016 Photo: Roberto Marossi
  • Rochelle Goldberg No Where, Now Here, 2016 Steel, ceramic, wood, chia seeds, carpet, volcanic aggregate and coal slag Courtesy the artist and Miguel Abreu Gallery, New York Installation view - GAMeC, Bergamo, 2016 Photo: Roberto Marossi
  • Rochelle Goldberg No Where, Now Here, 2016 Steel, ceramic, wood, chia seeds, carpet, volcanic aggregate and coal slag Courtesy the artist and Miguel Abreu Gallery, New York Installation view - GAMeC, Bergamo, 2016 Photo: Roberto Marossi
  • Rochelle Goldberg Hands Replace the Deck, 2016 Ceramic, fiber optic cables, resin, LED illuminator, plastic Courtesy the artist and Miguel Abreu Gallery, New York Installation view - GAMeC, Bergamo, 2016 Photo: Roberto Marossi

È in corso alla GAMeC di Bergamo la mostra personale di Rochelle Goldberg, artista canadese che vive e lavora a New York. La sua ricerca oscilla sostanzialmente tra più opposti, come quello di reale e virtuale, di fisico e incorporeo, di naturale e artificiale. Le sue esposizioni tendono ad essere dimensioni immersive, situazioni vitali in cui lo spettatore si sente parte integrante dell’opera, ma sempre con un senso di esclusione. È sostanzialmente un coinvolgimento emotivo che spinge alla riflessione su più tematiche.

Per approfondire la ricerca dell’artista e la creazione della mostra, abbiamo intervistato i due curatori Sara Fumagalli e Stefano Raimondi.

ATP: No Where, Now here produce un senso d’incertezza e instabilità, mi fa pensare ad una dimensione esterna che, contemporaneamente, ci attira e respinge. È un ossimoro che esprime una stasi vibrante e che spesso si traduce nel mondo virtuale. Come mai è stato scelto questo titolo?

Il titolo, attraverso uno slittamento semantico, trasforma uno scenario impossibile in uno reale, portando qui e ora, in uno spazio-tempo definito e percettibile, una dimensione estranea e onirica. Come un sogno, No Where, Now Here è un’indicazione, un avvertimento ma anche un mistero che è allo stesso tempo surreale, irreale e reale. Sono diversi livelli che collassano l’uno dentro l’altro e ne generano uno nuovo e inaspettato. No Where non è una negazione; è un principio di indeterminazione che, una volta trasposto nell’adessità, si attiva e si riformula, passando dall’impossibilità di esistere in qualsiasi luogo alla possibilità di dare esistenza e un luogo impossibile.

ATP: In mostra ci sono nuovi lavori. Di cosa si tratta?

Composite Slip è un volto di donna realizzato in ceramica, cavi a fibra ottica, illuminatore a LED e resina. L’opera, posizionata a muro mantenendo le proporzioni umane, affronta i temi dell’identità, della trasformazione e della femminilità. Da un alto si può collegare alla serie Composite Mary, con riferimenti alla Madonna del Bellini, dall’altro richiama immediatamente il volto di Medusa nella sua rappresentazione artistica. Quello che abbiamo trovato particolarmente significativo in questo rimando è la capacità di “pietrificare” il tempo, sospendendolo e richiamando la sensazione generale dell’esposizione a metà tra l’animato e l’inanimato. Anche in Co-mingled at pool, realizzata in ferro, ceramica e resina è presente questo elemento straniante: l’acqua di una vasca è come sottratta, solidificata e sospesa; induce a domandarci se qualcosa sia successo prima o succederà in seguito, oppure se questo sia il suo stato naturale in una dimensione inesplorata.

ATP: Come è già stato per sue esposizioni precedenti, questa mostra si presenta come un ambiente pieno di potenzialità. I semi di chia sulla sabbia lavica mischiati a scorie di carbone potrebbero germogliare. Mi piace la sensazione di stare all’interno di una mostra vivente, e mi piace poter pensare ad una mostra potenzialmente inesauribile. Mi spieghereste da dove nasce questa situazione e come viene sviluppato la dimensione “processuale” del suo lavoro?

La realizzazione di un ambiente immersivo si può leggere su due livelli diversi. Uno generale che collega la mostra di Rochelle Goldberg a quelle precedenti di Cory Arcangel, Andrea Mastrovito o Rashid Johnson in cui, in modi sempre diversi, abbiamo voluto proporre una dimensione emotiva, esplorativa ed esperienziale. Per la mostra di Rochelle, questi elementi sono intrinseci nel lavoro dell’artista, ma ogni volta mutevoli. L’installazione principale, per esempio, differisce di molto dalla medesima presentata al Whitney Museum di New York, il colore della moquette e quella delle pareti cambiano radicalmente lo scenario e anche l’uso dei semi di chia varia di scopo e di funzione ogni volta. Nell’habitat ricreato alla GAMeC la “vitalità” è in qualche modo paralizzata; i semi, mischiati con scorie di carbone e sabbia lavica non sono destinati a germogliare come è successo in altri casi ma a creare un terreno arido e post apocalittico. C’è naturalmente una lettura ecologica immediata ma anche un discorso di continua mutazione dello spazio, essendo questo processo di cambiamento graduale. Già oggi, a pochi giorni dall’apertura, la sensazione in rapporto allo spazio è trasformata in risonanza con il cambiamento della superficie.

ATP: Le ceramiche sono a metà tra arcaici rettili, reperti scheletrici imbruniti dal tempo e creazioni artificiali. Il loro aspetto inganna lo spettatore: sembrano metalliche ma non lo sono; rappresentano un soggetto ma non lo è. Spesso si costituiscono come grovigli di pelli di coccodrillo… Mi potresti parlare di questi tuoi lavori?

Le ceramiche di Rochelle Goldberg sono spesso figure ibride che sfuggono a facili definizioni. Nell’installazione No Where, Now Here, quelli che da lontano sembrano pellicani, a uno sguardo ravvicinato appaiono come grovigli instabili di serpenti, che divorano valigette ventiquattrore anch’esse costituite dalla medesima massa semi-informe di serpenti. Gli elementi si trasformano l’uno nell’altro, scardinando la distinzione dicotomica tra preda e predatore, tra dentro e fuori, contenitore e contenuto, materiale e forma. La superficie stessa delle sculture, una vernice smaltata metallica, confondendo la percezione dell’oggetto da parte del visitatore e sfumando i confini attraverso la rifrazione della luce, contribuisce a minare la definizione stessa dell’oggetto.

ATP: Le sue mostre sono spesso delle situazioni esistenziali altre. Mi sembra che Rochelle voglia in primo luogo far fare allo spettatore un percorso che, in qualche modo, muti, anche solo per pochi minuti, il suo stare al mondo. Cosa ne pensate?

Il visitatore è chiamato a vivere un’esperienza fisica e allo stesso tempo virtuale. Il corpo si addentra in un ambiente immersivo che finisce per inglobarlo, ma sono i suoi occhi che possono attraversare la composizione interrogandosi e attivando una riflessione sull’ecosistema qui presentato. Questo ecosistema si crea nell’incontro fra i sensi del visitatore e l’ambiente in cui si trova imbrigliato e di cui diventa parte integrante. L’interazione fra gli elementi che compongono l’installazione, fra loro e con l’ambiente che li circonda, si estende allo spettatore che ne diviene un elemento attivo: anche la sua identità può essere messa in discussione, avvalorando l’idea secondo la quale l’identità stessa si manifesta soltanto in rapporto con l’esterno e l’estraneo, senza potersi pertanto sottrarre al cambiamento e all’indeterminazione.

ATP: Nel comunicato stampa c’è scritto: “L’ambiente in cui si sviluppa la mostra viene considerato come un palcoscenico, dove gli oggetti esposti crollano su loro stessi e si sdoppiano, esprimendo una crisi di individuazione”. Mi potreste spiegare questo aspetto?

Rochelle Goldberg è intervenuta sullo spazio espositivo creando una sorta di contenitore all’interno del quale lo spettatore potesse vivere un’esperienza immersiva e dove le opere potessero essere collocate e stagliarsi per contrasto cromatico e percettivo. L’artista definisce questo ambiente ricreato come un palcoscenico, perché è qui che mette in atto la sua narrazione. Una maschera posizionata su una struttura metallica composta da ellissi concentriche sovrapposte, e rivolta verso l’ingresso dello spazio, e dunque verso lo spettatore che varca la soglia dello spazio espositivo, introduce i visitatori all’interno dell’habitat agendo come una sorta di figura-guardiano e narratore. Un gufo con un occhio solo osserva la scena dall’alto e con la sua presenza misteriosa segnala che qualcosa potrebbe accadere, “muovendo” in questo modo la composizione. Alle spalle della figura-guardiano, pellicani voraci divorano valigette ventiquattrore fatte dello stesso materiale dei loro predatori. Liquidi organici solidificati connettono gli elementi compositivi e custodiscono il potenziale trasformativo dei semi che potrebbero germogliare. L’identità delle forme non è data né certa, ogni cosa potrebbe trasformarsi in qualcosa d’altro, la duplicità in questo senso permette di mettere in discussione l’esistenza stessa del confine tracciato fra loro.
La composizione non è conciliante né tantomeno rassicurante; appare piuttosto come minacciosa e precaria non soltanto per ciò che qui viene messo in scena, ma anche per ciò a cui in ultima analisi intende suggerire: l’impossibilità di cristallizzare il flusso in una forma, in un luogo e in un tempo stabiliti.

Rochelle Goldberg: Hands Replace the Deck, 2016. Composite Slip, 2016, Ceramic, fiber optic cables, resin, LED illuminator. Co-Mingled at Pool, 2016, Blackened steel, ceramic, resin. Courtesy the artist, Miguel Abreu Gallery, New York and Galleria Federico Vavassori, Milano. Installation view - GAMeC, Bergamo, 2016. Photo: Roberto Marossi

Rochelle Goldberg: Hands Replace the Deck, 2016. Composite Slip, 2016, Ceramic, fiber optic cables, resin, LED illuminator. Co-Mingled at Pool, 2016, Blackened steel, ceramic, resin. Courtesy the artist, Miguel Abreu Gallery, New York and Galleria Federico Vavassori, Milano. Installation view – GAMeC, Bergamo, 2016. Photo: Roberto Marossi

Rochelle Goldberg No Where, Now Here, 2016 Steel, ceramic, wood, chia seeds, carpet, volcanic aggregate and coal slag Courtesy the artist and Miguel Abreu Gallery, New York Installation view - GAMeC, Bergamo, 2016 Photo: Roberto Marossi

Rochelle Goldberg No Where, Now Here, 2016 Steel, ceramic, wood, chia seeds, carpet, volcanic aggregate and coal slag Courtesy the artist and Miguel Abreu Gallery, New York Installation view – GAMeC, Bergamo, 2016 Photo: Roberto Marossi

Rochelle Goldberg No Where, Now Here, 2016 Steel, ceramic, wood, chia seeds, carpet, volcanic aggregate and coal slag Courtesy the artist and Miguel Abreu Gallery, New York Installation view - GAMeC, Bergamo, 2016 Photo: Roberto Marossi

Rochelle Goldberg No Where, Now Here, 2016 Steel, ceramic, wood, chia seeds, carpet, volcanic aggregate and coal slag Courtesy the artist and Miguel Abreu Gallery, New York Installation view – GAMeC, Bergamo, 2016 Photo: Roberto Marossi