Lia Cecchin - Libreria

Lia Cecchin – Libreria

LIA CECCHIN

Quali libri sono stati o sono in questo momento fondamentali per la tua ricerca?

Recentemente ho preso coscienza di alcuni temi, stati d’animo e necessità che ricorrono nel mio lavoro e che fino a poco tempo fa non avevo mai notato. Forse perché non avevo mai avuto gli strumenti giusti per vederli in maniera chiara, o forse non avevo raggiunto un livello di maturità tale per poterli identificare e rafforzare, o entrambe le cose. Ormai sono sicura che il principio che sta alla base della mia ricerca sia il non credere all’autorialità e il non dare troppa importanza alla propria individualità.
Per questo nei miei lavori cerco sempre di utilizzare linguaggi e riferimenti culturali facilmente riconoscibili, in cui il singolo possa sì ritrovarsi, ma come parte di una comunità, di un insieme composto da individui relazionali e intersoggettivi. In questo senso la lettura di Zygmunt Bauman “La solitudine del cittadino globale” si è rivelata fondamentale. Come anche un paio di articoli. Per esempio “Nostra sorella solitudine“ di Ugo Morelli su «Doppiozero» o “Canzoni e canzonette: la regola di Fanny Ardant” di Francesco Piccolo su «La Lettura».
Un altro aspetto su cui ho deciso di concentrarmi in questa fase della mia ricerca è la questione dell’archiviazione e del collezionismo. Rifuggendo io dalla produzione di manufatti e puntando sempre più ad una metodologia archivistica ho deciso di focalizzarmi un po’ su alcuni aspetti relativi a questo argomento. Tra le letture più rilevanti c’è sicuramente “Archivi impossibili. Un’ossessione dell’arte contemporanea” di Cristina Baldacci edito da Johan & Levi.

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C’è un libro che consiglieresti a un altro artista?

È difficile consigliare un libro a un altro artista senza pensare nello specifico a una persona in particolare. Forse l’unico libro che secondo me ogni artista dovrebbe prima o poi leggere – anche se sarebbe preferibile prima – è quello di Luciano Fabro edito da Einaudi “Arte torna arte. Lezioni e Conferenze 1981-1997”. Oramai introvabile.
Per me, quando ancora frequentavo lo IUAV, è stato una sorta di manuale di iniziazione. In quelle pagine ho trovato una guida, qualcuno che mi suggeriva quali fossero i primi passi da compiere per far maturare la mia ricerca. Per questo lo consiglierei a chi è all’inizio del proprio percorso artistico. E poi c’è “Scritto di notte” di Ettore Sottsass che in questa sua autobiografia è stato a mio parere capace di dare voce a tutta quelle fragilità con cui prima o poi penso ogni artista si trovi a fare i conti.

Come e quando si inserisce il momento della lettura nella tua pratica?

La lettura ha sempre affiancato la mia pratica. Vuoi per insicurezza o vuoi per bisogno di compagnia ho sempre cercato qualcun’altro che la pensasse come me rispetto agli argomenti che artisticamente cerco di portare avanti. Dunque in genere il momento in cui leggo di più è quando ho un’idea per un progetto nuovo ma non sono ancora abbastanza sicura che quello che penso possa avere senso al di fuori della mia testa. Essendo per me importante il riscontro con la realtà è uno step fondamentale del lavoro passare da testi teorici che possano confutare i miei pensieri prima di passare alla realizzazione di un lavoro.

Ettore Sottsass, Scritto di notte

Ettore Sottsass, Scritto di notte

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Cristina Baldacci, Archivi impossibili

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Aldo Grasso e Cecilia Penati, La nuova fabbrica dei sogni

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Elio Grazioli, La collezione come forma d’arte

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John Berger, Modi di vedere

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Gaston Bachelard, La poetica dello spazio

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Arthur C. Danto, La trasfigurazione del banale

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Luciano Fabro, Arte torna arte

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Francesco Piccolo, Canzoni e canzonette: la regola di Fanny Ardant

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Murakami, Norwegian Wood. Tokyo Blues (introduzione)

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