• © Luca Nostri, Solarolo, 2012 – 2015
  • © Luca Nostri, Solarolo, 2012 – 2015
  • © Francesco Neri
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  • © Marcello Galvani
  • © Marcello Galvani
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  • © Jonathan Frantini
  • © Jonathan Frantini
  • © Jonathan Frantini
  • © Cesare Fabbri
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  • © Cesare Ballardini
  • © Cesare Ballardini
  • © Cesare Ballardini

Ad Ascoli Piceno, nello storico Palazzo Malaspina, apre i battenti una nuova piattaforma sperimentale dedicata alla fotografia contemporanea promossa dalla Fondazione Malaspina. Il primo appuntamento è la mostra Qualsiasità curata da Alessandro Dandini de Sylva, visitabile fino al 25 settembre 2016. L’esposizione raccoglie le opere di sette fotografi ­– Cesare Ballardini, Cesare Fabbri, Jonathan Frantini, Marcello Galvani, Guido Guidi, Francesco Neri e Luca Nostri – che con più di ottanta fotografie raccontano la provincia italiana tra Cesena e Ravenna passando per Faenza, Fusignano, Lugo e Massa Lombarda.

La mostra inaugurale è la prima di due tappe che la Fondazione Malaspina ha scelto dedicare alla ricerca fotografica di Guido Guidi e a una nuova generazione di artisti testimoni della sua particolare attitudine all’esplorazione del paesaggio.

La seconda tappa – che inaugurerà il prossimo novembre – sarà la mostra Per una fenomenologia dei paesaggi ordinari delle Marche: esito di una recente campagna fotografica realizzata da Guido Guidi insieme a Mariano Andreani, Andrea Pertoldeo e Luisa Siotto per monitorare le trasformazioni in corso nel territorio delle Marche.

Seguono alcune domande al curatore e a Guido Guidi.

Domande per Alessandro Dandini de Sylva

ATP: Già il titolo scelto per questa mostra, “Qualsiasità”, è una rivelazione d’intenti. Mi racconti come hai scoperto questa parola – evidente licenza poetica – e perché l’hai scelta?

 Alessandro Dandini de Sylva: In occasione di una sua mostra a Ravenna, Guido Guidi parlava della sua fotografia come di una fotografia della “qualsiasità”, citando Cesare Zavattini e in particolare Un paese, il progetto realizzato a quattro mani da Cesare Zavattini e Paul Strand. Un paese era stato pensato per essere il primo capitolo di una nuova collana che avrebbe di volta in volta messo insieme un regista e un fotografo con lo scopo di raccontare luoghi e persone del nostro Paese e nonostante si sia fermato al primo titolo è stato un perfetto esempio di quella che continuiamo a chiamare la “qualsiasità” dello sguardo. In questa parola ci sono evidenti riferimenti all’esperienza del cinema neorealista e alla possibilità di un concreto livellamento democratico nell’osservazione del paesaggio. Il quotidiano e l’ordinario diventano degni di essere fotografati al pari del monumentale e del bello inteso in senso tradizionale.

ATP: La mostra è stata concepita in due tappe. La prima ospita il lavoro di sette fotografi che raccontano diverse realtà italiane. Tutti sono accumunati dall’essere ‘vicini’ come sensibilità fotografica a Guido Guidi. Mi racconti come hai scelto i fotografi? Che criterio hai seguito?

ADdS: L’idea da cui sono partito per costruire la prima mostra della Fondazione Malaspina è stata proprio la fotografia della “qualsiasità”. Fin dai primi anni Ottanta, Guido Guidi ha avviato una ricerca sul paesaggio come accumulo democratico di tracce, concentrando il suo sguardo sul marginale, sui vuoti e su tutto ciò che e vicino, inteso come primo luogo dell’osservazione. La fotografia diventa quindi strumento conoscitivo, attraverso di essa ci si interroga sul rapporto tra uomo e ambiente, senza mai cercare risposte conclusive ma aprendo nuovi spunti di riflessione sia per il fotografo sia per lo spettatore. Negli ultimi anni una nuova generazione di artisti si è fatta testimone di questa sua particolare attitudine all’esplorazione del paesaggio: Cesare Ballardini, Cesare Fabbri, Jonathan Frantini, Marcello Galvani, Francesco Neri e Luca Nostri hanno proiettato nel nuovo millennio una simile insistenza dello sguardo, ciascuno con la propria peculiarità ma condividendo uno stesso percorso fatto di affinità e vicinanza intellettuale e geografica. La scelta degli autori deriva proprio dalla ristretta area geografica tra Cesena e Ravenna dove tutti i fotografi in mostra sono nati e risiedono. Una particolarità del panorama attuale della fotografia italiana che rende ancora più interessante l’approfondimento del loro lavoro.

ATP: Entrambi i capitoli della mostra sono dedicati al maestro della fotografia italiana Guido Guidi. A tuo parere, visti gli enormi cambiamenti del linguaggio fotografico – e con esso anche l’attitudine del fotografare – cosa insegna oggi il suo modo di immortalare il paesaggio?

ADdS: La fotografia è un modo di guardare ma anche un’attitudine verso il mondo in senso lato. Guido Guidi, come tanti altri maestri della fotografia e non solo, è riuscito a creare un vero e proprio immaginario con la semplicità di una visone diretta che, allo stesso tempo, cela una complessità di riferimenti culturali. Da Piero della Francesca a Walker Evans, da Antonioni a Carlo Scarpa.

Guido Guidi, Cannuzzo di Cervia, via Ruggine, 1986

Guido Guidi, Cannuzzo di Cervia, via Ruggine, 1986

© Marcello Galvani

© Marcello Galvani

©  Luca Nostri, Solarolo, 2012 – 2015.jpg

© Luca Nostri, Solarolo, 2012 – 2015.jpg