Jim Hodges, LOVE POWER, Massimo De Carlo Hong Kong, 2020. Courtesy The Artist and Massimo De Carlo

Intervista di Costanza Savelloni —

Costanza Savelloni: Nel marzo 2016, un anno prima del trentesimo anniversario della galleria, avete aperto la terza sede di Massimo De Carlo a Hong Kong. La vostra presenza sul territorio asiatico è ormai consolidata, qual è il bilancio di questi ultimi quattro anni di esperienza?

Claudia Albertini: La galleria ha aperto a Hong Kong quattro anni fa, io mi trovavo già sul posto. Nonostante le previsioni scoraggianti, il 2016 è stato per noi un anno importante e decisivo. Massimo De Carlo era già presente sul territorio asiatico, la galleria partecipa ad Art Basel Hong Kong da quando la fiera ha preso piede in Asia e perciò il programma era già ben noto al pubblico, anche per la nostra collaborazione con importanti artisti cinesi che portavamo avanti già da un paio di decenni. Nel corso degli anni siamo riusciti ad affermarci anche grazie alla location privilegiata che ospita la galleria, lo storico Pedder Building ad Hong Kong. Siamo inoltre riusciti a portare in Asia artisti del calibro di Jannis Kounellis, all’epoca poco noto al pubblico locale e a promuovere artisti come Günther Förg e Matthew Wong, oggi molto desiderati, grazie al nostro intuito e alla nostra esperienza. Il bilancio è dunque positivo e vede nella crisi attuale un momento importante per riaggiustare il tiro e esplorare nuove frontiere.

CS: Tra emergenza sanitaria, proteste e guerriglia urbana, Hong Kong sta vivendo uno dei momenti più travagliati della sua storia recente. Come sta reagendo il sistema culturale e cosa emerge dalla comunità artistica locale?

CA: Hong Kong è una città molto particolare. Un tempo era percepita come una sorta di deserto culturale nonostante abbia combattuto molto per dimostrare il contrario, riuscendoci alla fine con successo. ART HK è diventata Art Basel Hong Kong e grazie anche all’impegno delle istituzioni culturali (dall’M+Museum a TaiKwun, per esempio) costituisce oggi il centro nevralgico del mercato dell’arte, rafforzata dalla grande presenza di dealer internazionali. Forse il deserto culturale era più relativo agli artisti. Essere artisti a Hong Kong è una battaglia difficile per i costi, gli spazi e il contesto relativo alla geografia del luogo – non dimentichiamoci che Hong Kong è un’isola, iperconnessa eppure paradossalmente ancora piuttosto, appunto, isolata. Hong Kong sta reagendo con energia e grande ottimismo, le istituzioni culturali cercano di mantenere attivo il desiderio di produrre e condividere l’arte e la cultura nonostante il periodo particolarmente complesso. Gli artisti in particolare hanno risentito della situazione a livello politico ed essendo soggetti sensibili hanno risposto talvolta in maniera palese, mentre altri hanno interiorizzato ed espresso in modo meno evidente quanto vissuto. Hong Kong non si è mai fermata, non è mai andata in lockdown, tutti si stanno muovendo per continuare a produrre, a condividere e dare spazio agli artisti. Istituzioni del calibro dell’Asia Society hanno chiuso al pubblico ma nonostante questo sono riuscite a invitare le gallerie di Hong Kong ad esporre sculture ed installazioni nel parco dell’istituzione, con il desiderio di aiutarsi e darsi opportunità a vicenda. Anche per quanto riguarda il pubblico, i collezionisti non hanno smesso di ricercare, approfondire e accrescere le proprie raccolte.
È un sistema che non si è dato per vinto, consapevole di quello che sta succedendo, indebolito emotivamente ed economicamente ma con la voglia di non fermarsi.

CS: La creazione del Massimo De Carlo Virtual Space, pensato come una vera e propria sede online della galleria, ha suscitato molto interesse all’interno della miriade di iniziative digitali che abbiamo visto susseguirsi in questi mesi. Non pensate che una volta finita questa emergenza, verrà a mancare anche la ragion d’essere di questo spazio virtuale? Oppure potrebbe essere un nuovo modo di intendere i rapporti tra galleria e pubblico?

CA: L’idea di avere uno spazio virtuale era nell’aria già da tempo, e – nostro malgrado – è arrivata l’occasione che stavamo aspettando per accelerare e portare il progetto a compimento. Il VSpace è una vera e propria galleria, la quinta per la precisione, e come tale non è uno spazio che sparirà ma verrà mantenuto con una programmazione ricca e autonoma. Per quanto riguarda le mostre presentate fino ad ora, sono per la maggior parte progetti unici, tranne uno che era presente in contemporanea anche all’interno degli spazi della galleria. La mostra di Lee Kit, omaggio ad Hong Kong, è stata infatti realizzata al contempo sia nella sede di Massimo De Carlo HK che sul VSpace. Il lavoro che fa Lee Kit è molto particolare, si avvale dell’atmosfera, degli spazi, delle luci, con dipinti e video, la tecnologia non è ancora in grado di restituire tutti questi media in una situazione virtuale, dunque aveva senso presentare la mostra in entrambe le sedi. La galleria virtuale è uno spazio in movimento e mutamento continuo, una piattaforma organica, che è nata in un modo e continua a mutare, continuando dunque a esistere. Siamo molto orgogliosi di questo primo esperimento radicale di galleria virtuale e siamo convinti che attraverso il dialogo tra reale e digitale si potrà costruire un futuro per la fruizione dell’arte ancora più ricco di contenuti e di idee.

Lee Kit, The Gazing eyes won’t lie, Massimo De Carlo Hong Kong, 2020. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milan/London/Hong Kong

CS: RISORGIMENTO Milan Virtual Art Summer è il titolo che avete dato alla rassegna che ha ospitato per tutta l’estate cinque realtà milanesi – FANTA, ICA Milano, Francesca Minini, Federica Schiavo e Federico Vavassori – proprio all’interno del VSpace. Avete pensato di riproporre questo esperimento “comunitario” anche tra le gallerie di Hong Kong, rendendo accessibile ad un pubblico internazionale il panorama asiatico?

CA: Più che ad Hong Kong si potrebbe pensare a questo progetto per l’Asia in generale, e non escludo che potrebbe coinvolgere gli artisti e non solo gli spazi commerciali. Potrebbe raggiungere persone da tutto il mondo, dando l’occasione di vedere raccolto in una sola vetrina un intero panorama artistico e culturale. Non c’è dubbio che in questo momento sia importante unire le forze per sostenere la cultura e gli artisti a livello globale.

CS: Subito dopo il lockdown avete riaperto al pubblico con la personale di Lee Kit, The gazing eyes won’t lie, presente sia nello spazio reale che in quello virtuale della galleria. L’artista affronta attraverso una serie di installazioni meditative la situazione recente di Hong Kong, divisa tra crisi sanitaria globale e tumulti socio-politici, fornendo un interessante punto di vista interno su uno spaccato di attualità che spesso giunge in maniera confusa e fraintesa al resto del mondo. Come intendete portare avanti le istanze della nuova generazione di artisti asiatici e quale rapporto c’è tra ricerca e libertà di espressione per loro?

CA: Non so cosa succederà nel prossimo futuro. Una galleria cresce dando spazio alle nuove voci, lavorare con artisti giovani è un processo naturale. L’interesse della galleria Massimo De Carlo è indagare e ricercare e per far questo ci si avvale delle voci ‘mature’ come di quelle ‘più giovani’. A oggi, l’evoluzione della situazione di Hong Kong non si può prevedere. Non credo che ci saranno grandi restrizioni imposte agli artisti, perché molti di loro pur avendo una spinta politica non esternano mai le loro posizioni in maniera frontale per ragioni evidenti di salvaguardia della propria libertà personale. Molto dipenderà da come verrà attuata la National Security Law. In Cina succede lo stesso e nonostante tutto ci sono centinaia di artisti che continuano a produrre, ma è evidente che potrebbe diventare una questione di scelta personale voler o meno accettare il nuovo contesto che si creerà. Un artista deve essere libero di esprimersi altrimenti come potrebbe produrre arte? Se la situazione dovesse mutare, molti artisti saranno forse costretti a spostarsi: non prevedo una diaspora, ma è possibile che molti decidano di trasferirsi altrove fermando uno sviluppo molto promettente.

CS: Quale scenario possibile per Hong Kong nell’era post pandemica e nella complessità politica che sta attraversando? Qual è il ruolo ricoperto dal sistema dell’arte all’interno di questa trama intricata?

CA: Credo che tutto quello che abbiamo passato in questi mesi abbia già cambiato il mondo, in qualsiasi società e paese.
A livello pratico credo che quello a cui assisteremo sarà una cura maggiore al contenuto, che è poi l’elemento fondamentale del nostro lavoro: la ricerca e la continua voglia di condividere. Per quanto riguarda la situazione di Hong Kong, la città è già cambiata da quando ci sono state le prime proteste, dal 2014 ad oggi.

Junque, curated by Jamian Juliano-Villani, Massimo De Carlo London, 2020. Courtesy Massimo De Carlo, Milan/London/Hong Kong

CS: Stiamo assistendo a una crisi senza precedenti, difficile fare pronostici ma da un punto di vista meramente di mercato, i collezionisti sembrano aver accusato il colpo o c’è voglia di ricominciare a investire in arte?

CA: C’è stata sicuramente una battuta d’arresto iniziale, con una leggera ripresa che ha portato il collezionista ad avere più tempo per ricercare e prendere le sue decisioni. Il collezionista di oggi ha forse più scelta e dunque il panorama è competitivo, ma nello stesso tempo si sono create opportunità per tutti. Sta emergendo un collezionismo di giovani, sia per età che per esperienza e al contempo ci sono maggiori possibilità di acquisto, in molti casi, perché c’è una maggiore disponibilità da parte del mercato.  Non è sicuramente un anno favorevole, ma dopo l’arresto temporaneo, si è già vista una minima ripresa e forse anche già un nuovo modo di pensare al collezionismo. Il mercato dell’arte dovrà adeguarsi ai cambiamenti, alcune quotazioni cambieranno, altre si rafforzeranno.

CS: Chiusura forzata, mostre ed eventi rimandati, molte iniziative migrate online come Art Basel. Avete dovuto rivedere la programmazione e i progetti futuri oppure continuate da dove avevate interrotto? Qualche anticipazione sulle prossime mostre?

CA: Abbiamo cercato e stiamo cercando di mantenere il nostro programma, perché il nostro lavoro è quello di continuare a dare spazio agli artisti. Come tutte le altre gallerie del panorama globale siamo stati costretti a degli aggiustamenti di programma ma le nostre gallerie sono tutte aperte al pubblico e propongono mostre nuove: a Hong Kong apriremo a novembre la mostra di un pittore cinese, Jing Kewen, al momento abbia una mostra spettacolare di Jim Hodges; a Londra presentiamo una mostra collettiva curata da Jamian Juliano-Villani intitolata Junque; a Milano una mostra molto importante di Giulio Paolini e Come prima, meglio di prima – una ricognizione intergenerazionale sull’arte italiana; il VSpace ha appena inaugurato la mostra Inner Realm, curata da un’altra artista della galleria, Jennifer Guidi. E poi nel 2020 abbiamo appena annunciato che apriremo una galleria molto speciale a Parigi, che si chiamerà Massimo De Carlo Pièce Unique, un progetto che si ispira all’esperienza parigina di Lucio Amelio e che presenterà una sola opera alla volta, visibile 24 ore su 24 dal vivo e online, in uno spazio piccolo per scelta, con una dinamicità senza precedenti per il sistema delle gallerie. Massimo De Carlo non si ferma.

Come prima, meglio di prima, Massimo De Carlo Milan, 2020. Courtesy Massimo De Carlo, Milan/London/Hong Kong