• courtesy Siliqoon
  • Timur Si-Qin, courtesy Siliqoon
  • Timur Si-Qin, courtesy Siliqoon
  • Timur Si-Qin, courtesy Siliqoon
  • Daniel Keller, courtesy Siliqoon
  • Daniel Keller, courtesy Siliqoon
  • Daniel Keller, courtesy Siliqoon
  • Andrea Magnani, courtesy Siliqoon
  • Andrea Magnani, courtesy Siliqoon
  • Alessandro Agudio, courtesy Siliqoon
  • Alessandro Agudio, courtesy Siliqoon

Matteo Mottin: A Marzo dell’anno scorso gli artisti di “Pure Disclosure” sono stati coinvolti in una residenza di un mese coordinata da Siliqoon presso lo spazio Sandra Natali – MAMbo a Bologna, collaborando con una selezione di aziende artigiane del luogo. C’è una relazione di continuità tra questa mostra e il progetto dello scorso anno? 

Zoe De Luca: Le opere esposte in Marsèlleria sono quelle che Agudio, Keller, Magnani e Si-Qin hanno concepito durante la residenza, e che in questi mesi sono state progettate e prodotte. Dai trattamenti estetici per alluminio al reverse prototipyng, dalla ceramica ai tessuti tecnici per abbigliamento sportivo, gli artisti hanno lavorato a stretto contatto con le aziende, affrontando insieme le sperimentazioni e le problematiche che ogni materiale o tecnologia inevitabilmente si porta dietro. La contaminazione è continuata nella scelta delle aziende grazie all’aiuto di Confartigianato, nell’uso degli spazi studio offerti da Xing e dall’affiancamento di un team di studenti dell’Accademia delle Belle Arti, la cui presenza ha contribuito a sfaccettare l’esperienza e ad aprirla in più direzioni. Il format del progetto è trasparente ed esportabile. L’intento è portare gli artisti nei distretti produttivi e farli interagire con il contesto ospitante: non solo producendovi delle opere, ma generando delle vere connessioni con le realtà culturali del luogo e instaurando un dialogo con studenti e curiosi, ampliando così le parti coinvolte ed il concetto di ‘addetti ai lavori’.

MM: Da dove nasce e cosa significa il titolo della mostra, “Pure Disclosure”?

ZDL: Il titolo vuole essere sia didascalico che evocativo. Riflette l’approccio limpido al processo produttivo nel quale ogni spicchio ha rilievo, senza che sparisca nell’anonimato che spesso a qualcuno si riserva. Evoca l’energia fluida tipica delle concezioni dualistiche.

MM:  Nel testo scrivi: “le opere appaiono come prodotti post-capitalisti presentati secondo logiche espositive commerciali, creando così un attrito con la loro natura spirituale, critica, ironica”. Potresti approfondire brevemente questo meccanismo? 

ZDL: La frizione sta nel fatto che tutte le opere, seppur in modo differente, si presentano come artefatti indirizzati al consumo contemporaneo, richiamando i supporti tipici della promozione aziendale ed esasperandone gli espedienti cosmetici e pubblicitari. I lavori in mostra sublimano così una realtà globalizzata, e allo stesso tempo ne rappresentando il processo come risultante di una relazione artista-azienda. Inoltre, gli schemi espositivi riprendono le consuetudini dello showroom (come Marsèlleria, che periodicamente ne assume la funzione) e delle fiere (come MiArt, che inaugura lo stesso giorno della mostra). In questo senso, le modalità secondo le quali Pure Disclosure è stata contestualizzata non sono casuali, e un anno di incubazione è servito anche ad inquadrare questi elementi.

MM: Ricollegandomi alla domanda precedente, in che modo è stato concepito il display?

ZDL: Abbiamo cercato di articolare i lavori nello spazio in modo da accentuarne le peculiarità. Il simulacro di Agudio come un complemento d’arredo innestato al di fuori del suo contesto originale, i manichini di Keller come reali espositori di abbigliamento, il laboratorio di Magnani come un campionario appena consegnato dai magazzinieri di un’ipotetica startup, la stampa di Si-Qin come un espositore pubblicitario monofacciale.

MM: Che ruolo e “peso” ha avuto il confronto con gli artigiani della provincia di Bologna nella creazione e nell’identità delle opere? In che modo sono stati recepiti e accolti i progetti degli artisti?

ZDL: Gli artigiani hanno, molto semplicemente, influenzato la produzione con la loro stessa presenza, allestendo una visione. Durante le visite in azienda i materiali e le tecnologie si impastano sempre con le persone che le utilizzano. Questa è senza dubbio una storia, genera idee che covano ed ispirano. Ogni progetto è stato accolto come un momento in cui fermarsi un secondo, riflettere sulle proprie potenzialità produttive e sperimentare. Da questo punto di vista siamo stati molto fortunati nell’aver trovato “dall’altra parte” un interlocutore attento e disponibile, è raro e prezioso.

MM: A In che modo si è evoluta la visione curatoriale di Siliqoon dalla nascita alla realizzazione di questo progetto? Potresti già darci qualche anticipazione sulle sue evoluzioni future?

ZDL: La visione curatoriale si modella ed evolve attraverso un dialogo costante con gli artisti. Un discorso “debole e diffuso” spesso indirizzato verso una intelligenza pratica legata a come fare le cose. Fornire i migliori strumenti intellettuali e tecnologici che conducono alla realizzazione di un’opera è attualmente il nostro topic. Spesso nella nostra prassi curatoriale cerchiamo quindi di far incontrare due “vision”, quella aziendale e quella dell’artista. Questo incontro generativo è quello su cui stiamo lavorando.

Con le esperienze di Bio Awake e Pure Disclosure, Siliqoon sta uscendo dalla ‘fase beta’ in cui abbiamo affinato la ricerca e testato l’assetto. Stiamo quindi lavorando alla prossima residenza e ad altre collaborazioni e produzioni, inclusa la prima edizione di Qway, una pubblicazione virtuale di trend forecasting.

Fino al 10 Maggio 2015.

Andrea Magnani, courtesy Siliqoon

Andrea Magnani, courtesy Siliqoon

Alessandro Agudio, courtesy Siliqoon

Alessandro Agudio, courtesy Siliqoon