Cesare Pietroiusti – Un certo numero di cose / A Certain Number of Things – installation view at MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna – Photo: Giorgio Bianchi, Comune di Bologna

L’impressione, varcando la porta della Sala delle Ciminiere del MAMbo per Un certo numero di cose, la prima antologica in un’istituzione italiana di Cesare Pietroiusti – a cura di Lorenzo Balbi – è quella di immergersi in quel mondo di oggetti, ricordi e aneddoti, che costruiscono la vita di un uomo.
Teiere, ricordi di infanzia, lettere a Babbo Natale e alla Befana, opere fotografiche e pittoriche, accompagnano lo spettatore in un percorso espositivo non rigorosamente cronologico dall’anno 1955 al 2019. Sono “oggetti-anno” scelti dallo stesso Pietroiusti per la loro capacità di racchiudere e portare con sé, per il semplice fatto di esistere, le esperienze e l’immaginario di un intero anno di vita. Come indizi, punti di partenza di un’indagine e di una ricerca, disseminati all’interno dello spazio espositivo, generano una nuova linea spazio-temporale creando ponti su piani temporali diversi. Ed ecco allora che l’oggetto-anno 1955 Con Rosa, la balia trova il proprio spazio non all’inizio del percorso bensì quasi a conclusione, in quella sorta di abside quadrangolare che chiude la navata centrale della sala, nella quale Pietroiusti crea una stanza dei ricordi fatta di fotografia ed oggetti legati all’infanzia, all’adolescenza, al valore delle cose.
Il museo si trasforma così in uno spazio di scambio non solo di saperi, ma anche di esperienze, di affetti. A dimostrarlo anche il catalogo della mostra che raccoglie le opere in mostra, questa volta in ordine cronologico, corredandole non di una didascalia tecnica o di una riflessione critica del curatore, ma testi scritti dallo stesso Pietroiusti come in una sorta di diario ai posteri.

Cesare Pietroiusti – Un certo numero di cose / A Certain Number of Things – installation view at MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna – Photo: Giorgio Bianchi, Comune di Bologna

All’interno dello spazio espositivo, persa la linearità cronologica, allo spettatore non resta che muoversi alla ricerca di stimoli. Gli stessi che hanno spinto l’artista ad autonarrarsi attraverso situazioni e oggetti apparentemente poco significativi, normalmente non considerati meritevoli di interesse. Il loro valore attribuito è espressione del desiderio di superare i confini di uno spazio, di vedere oltre i muri fisici e simbolici. Come in un patto narrativo il fruitore sospende le proprie facoltà critiche accettando come veri gli elementi di una narrazione più o meno fittizia.
Le opere stesse, quelle prodotte dagli anni Settanta ad oggi, mettono in gioco e in discussione i concetti di realtà e finzione. Non è dunque un caso che ad aprire la mostra sia Bar di Radda in Chianti, 14 agosto 1988, la porta di un gabinetto della quale Pietroiusti ha fotografato l’interno inciso e scarabocchiato per riposizionarlo in scala 1:1 sull’esterno della stessa. Varcando questa soglia si accetta implicitamente di entrare in un modo nel quale vita e arte si sovrappongono e interscambiano in un rapporto di reversibilità, dove oggetti e opere raccontano la vita e allo stesso tempo questa è parte di un progetto artistico.
Lo spazio museale è allora casa che custodisce e che accoglie, persone e linguaggi, usato dall’artista per sovrapporre il passato e il presente. Una sorta di ritorno al museo come luogo delle Muse che mette in luce le sfaccettature della conoscenza, che ospita discipline, linguaggi e metodo diversi per dare spazio a nuove interpretazioni.
Ma non è forse questo il concetto alla base anche di una retrospettiva? Raccogliere e riunire opere diverse tra loro per tecnica, per anno e luogo di realizzazione e per finalità, in uno spazio inedito per darne una lettura diversa e complessiva?

Cesare Pietroiusti – Un certo numero di cose / A Certain Number of Things – installation view at MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna – Photo: Giorgio Bianchi, Comune di Bologna

Pietroiusti ha disseminato arte per il mondo da Roma a New York passando per Firenze e la California, e oggi lo fa all’interno di un’istituzione museale sciogliendo il paradosso della contemporaneità.
Gli oggetti-anno appartenenti alla sfera della quotidianità si pongono all’interno delle sale alla ricerca di una propria legittimità storica, mentre quelli già storicizzati e quindi battezzati come opere d’arte diventano il punto di partenza per la creazione di una nuova opera (anno 2019) realizzata appositamente per questa mostra e costituita dalla somma dei loro rifacimenti.
Al centro della navata centrale, circondati da opere e non, un gruppo di giovani artisti e teorici, riproduce insieme all’artista in forma fisica, performativa e narrativa, gli oggetti esposti. Abbracciando il concetto di pratica artistica come scambio bilaterale o multilaterale in opposizione all’autorialità univoca, Pietroiusti trasforma i partecipanti in co-autori di un’opera il cui risultato avrà come destinazione il Madre di Napoli.
Una riproposizione della quale non si conoscono gli esiti e che estende, indagando le possibilità di reversibilità tra arte e vita come tutti gli altri oggetti materiali presenti, i limiti del concetto di mostra e di arte stessa. 

Cesare Pietroiusti – Un certo numero di cose / A Certain Number of Things – installation view at MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna – Photo: Giorgio Bianchi, Comune di Bologna
Cesare Pietroiusti con Rosa, la balia, settembre 1955 – Photograph b/w, cm 12 x 17,7