Baseera Khan, Belay, performance ℅ PIA, – ph. Raffaella Quaranta – Archivio PIA 2019

In prossimità dell’avvio dei nuovi corsi, abbiamo incontrato Jonatah Manno e Valeria Raho di PIA Studio, spazio di alta formazione e ricerca nato a Lecce nel 2017. Durante la chiacchierata ci hanno raccontato di questo “organismo vivente” che muta ogni anno il proprio aspetto, evolvendosi in maniera costante: una realtà inedita che si nutre dell’impegno collettivo e delle esperienze di ogni partecipante.

Antongiulio Vergine: Come si è sviluppato il processo che ha portato alla nascita di PIA?

Jonatah Manno: PIA è il risultato di una serie di riflessioni maturate negli anni vissuti all’estero, frutto delle numerose residenze artistiche e delle metodologie specifiche per l’arte contemporanea con cui sono entrato in contatto nella mia formazione. Una volta rientrato a Lecce, città in cui sono nato, mi sono confrontato a lungo con Valeria su cosa volesse dire per un artista e una curatrice “formarsi” oggi. Il processo che ha portato a PIA è stato ondivago, cangiante, come il paesaggio che ci ha ispirati. Dai nostri dialoghi fronte mare emergevano modelli, pratiche esterofile e non, mancanze e vuoti sul territorio circostante. Per un anno, in maniera informale, abbiamo aperto le porte ospitando screening, performance, talk e discussioni pubbliche di ricerche e lavori. Nel 2017 abbiamo aperto ufficialmente PIA come spazio per la formazione sulle arti visive e gli studi curatoriali basato sulla critica frontale, l’inclusione, l’orizzontalità e l’incontro tra generazioni di artisti.

A. V.: PIA è acronimo di “Persistance Is All”, locuzione che allude alla volontà di permanere e soprattutto di resistere. Perché questa scelta?

J. M.: “Persistance is all” non è una frase che abbiamo inventato, è un principio. Secondo le scuole esoteriche la persistenza è alla base dell’esercizio della volontà, il metodo attraverso cui bucare il muro della materia e raggiungere gli strati più sottili e sofisticati della coscienza. Da qui l’acronimo. Inoltre PIA si trova nel quartiere San Pio di Lecce, un quartiere popolare in pieno fermento, ma si tratta d’una felice coincidenza.

A. V.: Cosa portate nel bagaglio di questi ultimi tre anni? Quali esperienze hanno segnato il percorso di PIA?

ValeriaRaho:Credo che ogni seminario, discussione collettiva o screening, abbia lasciato un segno nel nostro progetto. Le esperienze per noi memorabili non hanno a che fare né con la fama dell’ospite né con la tipologia dell’intervento, ma col grado di coesione e l’intensità con cui certi argomenti vibrano nello spazio. Se dovessi cercare un highlight, la performance di Baseera Khan ospitata lo scorso annoha rappresentato una preziosa pietra miliare nella nostra storia, per la tensione, la trasformazione dello spazio e lo straordinario coinvolgimento degli studenti nel processo di creazione. Tornando alla tua domanda di partenza, PIA è un progetto di cura, costanza, presenza quotidiana. Va oltre la nozione stessa di corso, scuola o lavoro. Il bagaglio è straripante di incontri, esperienze, in termini di crescita, sperimentazione, auto-formazione. Lo condividiamo con molti che, insieme a noi, ne stanno modellando la forma, studenti compresi. Parlo delle nostre compagne di viaggio, Raffaella Quaranta e Marianna De Marzi, ma anche degli artisti invitati, dei tutor, dei ricercatori, accademici ed educatori con cui siamo in costante contatto a varie latitudini. Inoltre, e credo che su questo punto Jonatah possa convenire con me, ogni anno è storia a sé.

Laboratorio di PIA, ph. Raffaella Quaranta – Archivio PIA 2020
PIA School, ph. Raffaella Quaranta – Archivio PIA 2019

A.V.: Centro di ricerca e formazione, PIA è una realtà in continuo mutamento, unica nel suo genere nell’ambito del territorio salentino. Qual è stata la risposta della comunità rispetto a ciò che fate?

V. R.:Permettimi di aggiungere non solo sul territorio regionale. L’unicità di PIA è connessa alle specificità dei partecipanti, di chi contribuisce alla sua visione e del contesto che la nutre. È un progetto atipico, fluido, di scuola, in cui gli argomenti sono determinati dagli interessi degli studenti. Da PIA la ricerca si sostituisce all’idea tradizionale di trasmissione del sapere in un percorso guidato da professionisti riconosciuti a livello nazionale e internazionale; mentori, più che docenti. È anche un laboratorio dove i partecipanti sono invitati a lavorare senza limiti progettuali o disciplinari. Nella nostre produzioni queste due vene confluiscono, coincidono. Ci piace l’idea che PIA possa essere un organismo vivente, una forma di intelligenza collettiva.
Puoi ben immaginare che per un progetto come il nostro le presentazioni non bastano mai. Negli anni abbiamo maturato diverse collaborazioni non solo tra gli spazi indipendenti, ma anche tra le istituzioni. Sin dai suoi primi passi abbiamo cercato un dialogo con i licei, le accademie delle regione, nell’ottica di dare un segnale positivo e di profonda innovazione sociale, a cui speriamo di dare sempre più seguito nei prossimi anni. Dagli incontri sono nate interessanti collaborazioni e molte amicizie. Saremo felici di rinnovarle con nuove, anche fuori dai confini territoriali o con altri Sud del mondo.

A. V.: Molti credono che la Puglia, e il Sud in generale, ricoprano un ruolo marginale all’interno degli scenari nazionali e internazionali relativi all’arte contemporanea. In realtà qualcosa ha cominciato a muoversi in questi ultimi anni, seppur ci sia ancora tanta strada da fare. Cosa pensate a tal proposito?

J. M.:Le cose sono molto cambiate negli ultimi venti anni, con una accelerata in questo 2020 in termini di mobilità e comunicazione. Le distanze si sono accorciate e i legami tra luoghi e persone fisicamente lontani sono facilitati dalla rivoluzione digitale. Questa decentralizzazione, favorita dal web, permette di esporsi e farsi conoscere non più solo sulla piazza dei centri dell’arte ma nel più ampio orizzonte globale. Credo si possa dire che le periferie stiano acquistando progressivamente consapevolezza delle proprie potenzialità. Non occorre scimmiottare, come spesso mi capita di constatare vivendo da qualche anno qui, le dinamiche rodate dai grandi centri. Il rischio di esiti scarsi è dietro l’angolo, a causa dell’assenza di un mercato specifico e di un pubblico. Trovo molto più interessante ragionare in termini di possibilità, di nuovi linguaggi in virtù delle specificità di questi luoghi, da questo punto di vista preferibili alle metropoli. Secondo noi per muovere un territorio occorrerebbe concentrarsi sulla formazione di una scena, che funga da polo di attrazione e scambio con tutto il circostante. Se fosse nata altrove, PIA sarebbe stata certamente diversa ma in una città come Lecce, con un’Accademia in difficoltà e giovani artisti con tanta volontà e poche informazioni, prende tutto un aspetto più interessante e carico di freschezza.

A. V.: Svelateci qualcosa riguardo al nuovo anno che si aprirà a breve. Cosa dobbiamo aspettarci?

V. R.: Siamo a lavoro su vari fronti. Da un lato PIA si prepara ad accogliere i visiting artist e curator della passata edizione del corso. Un percorso di intensa formazione esperienziale slittata in autunno a causa dell’emergenza sanitaria. A metà ottobre ospiteremo Nina Canell, Robin Watkins e Caterina Riva, neo direttrice del MACTE di Termoli, con cui collaboreremo per la mostra finale degli studenti in uno spazio pubblico della città. Inoltre stiamo sviluppando la prossima edizione del corso con sostanziali novità. Ultima ma non ultima, a breve lanceremo l’open call delle due borse di studio. Vi invitiamo a monitorarci online. Una settimana al massimo e sarà tutto disponibile sui nostri social e sul sito, dove trovate anche informazioni sul nostro metodo didattico.

PIA Studio, via Trieste 15, Lecce
www.piastudio.org

PIA, ph. Sebastian Spiegelhauer – Archivio PIA 2020