COUCH WANDERING – MANTOVANELLI
Filippo Minelli, Senza titolo (What things are not), 2016

Intervista di Sara Benaglia e Mauro Zanchi —

Photo Open Up, il festival internazionale di fotografia di Padova, è giunto alla sua seconda edizione. Latitudini quotidiane presenta il modo in cui “la fotografia contemporanea racconta il quotidiano attraverso gli oggetti e i paesaggi che dietro un apparente aspetto ordinario celano delle visioni ‘altre’ …  lenti processi sociali e moti interiori” non visibili a un rapido sguardo. Le ricerche di diversi autori contemporanei, una pluralità di sguardi e fotografia, sono presentate in diverse sedi della città veneta: i Musei Civici agli Eremitani, Palazzo Zuckermann, Galleria Cavour, Palazzo Moroni e la Cattedrale Ex Macello.

Nei Musei Civici agli Eremitani Latitudini quotidiane propone in una prima sezione la visione di giovani autori nazionali che raccontano il quotidiano attraverso oggetti di uso comune e il loro aspetto di “simulacri”. La mostra continua presentando ricerche che pongono al centro la persona in un sistema relazionale e intimo. Il tempo della pandemia, sottotraccia di queste visioni, ha “reso centrali ed eloquenti le scelte apparentemente minori dei singoli individui all’interno di un sistema globalizzato”: la mostra Resonance, nella medesima location, è frutto di una collaborazione tra Photo Open Up e Three Shadows Photography Art Centre di Pechino. Vi è proposto il lavoro di otto artisti cinesi che portano avanti i temi di memoria, identità e trasformazioni del paesaggio.

The Image as Process, alla Cattedrale Ex Macello, è frutto di una collaborazione con la Fondazione Premio Fabbri Onlus per celebrare i dieci anni di F4 / Un’idea di fotografia. Nella medesima location sono presenti Tre Sguardi dall’Iran, a cura di Persia Mohseni.
CRONOS, una questione di tempo è l’esito di un bando internazionale promosso da PR2 di Ravenna. I lavori selezionati sono quelli di Giulia Parlato, Jacopo Valentini e Elena Helfrecht, installati nella Galleria Cavour insieme a Il giorno dello splendore di Elisa Mossa.
A Palazzo Zuckermann è proposta una selezione di immagini d’archivio strettamente legate alla storia di Padova: Alunne in posa un secolo fa nella Scuola Femminile Pietro Scalcerle di Padova.

Abbiamo posto alcune domande a Carlo Sala, direttore del Festival.

Sara Benaglia / Mauro Zanchi: Perché hai scelto l’opera di Lorenzo Vitturi a rappresentare il Festival?

Carlo Sala: Il tema della seconda edizione del festival Photo Open Up, Latitudini quotidiane, vuole esplorare come la fotografia contemporanea racconta il quotidiano attraverso gli oggetti e i paesaggi che dietro un apparente aspetto ordinario celano delle visioni ‘altre’, sentimenti perturbanti, moti interiori e lenti processi sociali che spesso si negano allo sguardo odierno, troppo frettoloso e rapsodico. L’immagine di Lorenzo Vitturi (tratta dalla serie Money Must Be Made) parte proprio da degli oggetti comuni trovati a Balogun, un mercato di strada, a Lagos in Nigeria. Si tratta di manufatti che attraverso l’azione dell’artista divengono della nature morte dai colori sgargianti capaci di essere per lo spettatore una finestra che apre verso tutta una riflessione sulla trasformazione dell’identità delle città e sul commercio e il capitalismo globale.

SB / MZ: Pensando alla selezione fotografica operata nelle mostre Latitudini quotidiane, CRONOS, una questione di tempo e The Image as Process non è privilegiato un tipo di fotografia rispetto ad altri. Che cos’è la fotografia oggi e perché l’uso di una macchina fotografia non è essenziale per produrla?

CS: Fino ad alcuni decenni fa la ricognizione dei fenomeni visivi legati alla fotografia seguiva dei macro-filoni che erano resi evidenti anche da una certa omogeneità stilistica e formale. Oggi il contesto della cultura visuale appare marcatamente ibrido e composto da una polifonia di visioni che percependo come angusti i confini teorici, formali e sistemici dello specifico mezzo espressivo, ha di sovente portato a decostruire e ricostruire il processo fotografico, a connetterlo con display installativi e video o ad abiurarlo attraverso l’uso di immagini preesistenti creando delle narrazioni in senso lato. Gli autori presenti a Photo Open Up ben rappresentano questa condizione e si muovono agevolmente dalla ricerca neo-documentaria alla post-fotografia, dalla relazione con il mimetico all’utilizzo delle potenzialità della rete, rendendo centrali i processi di riflessione sullo statuto dell’immagine.

Marina Caneve, Untitled from The Shape of Water Vanishes in Water, 2018
Giulia Parlato, Evidence n.2, 2019

SB / MZ: A proposito di The Image as Process in  che rapporto stanno fotografia e immagine?

CS: Nel mio percorso curatoriale e di ricerca teorica spesso ho spostato l’attenzione dalla fotografia all’immagine, trovando in essa una complessità celata dietro alla sua epidermide formale. La definizione che maggiormente condivido è quella di Georges Didi-Huberman che definisce le immagini come degli oggetti sovradeterminati che sanno incarnare una pluralità di tempi e riflessioni. La mostra The Image as Process alla Cattedrale Ex Macello è nata proprio dalla volontà di mettere alla prova la natura metamorfica delle immagini che, a seconda dei contesti (sui social network attraverso gli smartphone o nei mass media, nei libri o nei musei a seguito della loro istituzionalizzazione) e del target di pubblico da cui sono fruite, subiscono delle continue risignificazioni: lo stesso pubblico del festival può accogliere, rigettare o negoziarne il significato.

SB / MZ: Hai curato insieme a The Cool Couple e Silvia Camporesi rispettivamente la mostra The Image As Process all’ex Macello e CRONOS, una questione di tempo nella Galleria Cavour. La stessa mostra The Image As Process all’ex Macello è nata da segnalazioni di diversi operatori della fotografia, inclusi artisti. Perché fare rete può fare la differenza nel raccontare che cosa sta diventando la fotografia?

CS: Viviamo in un momento storico dove non è possibile restringere l’indagine sul visivo ai luoghi, ai contesti e agli attori tradizionali del sistema dell’arte. Oggi le immagini sono un materiale magmatico in continua mutazione capace di costruire nuove forme di palinsesti e dispositivi. In tale ottica penso che il dialogo con una pluralità di soggetti (dalla visione eterogenea) sia la migliore strategia per comprendere la complessità dei fenomeni che stanno avvenendo, nella consapevolezza che il visivo influenza ogni aspetto della vita attraverso modalità in parte ancora da sondare.
Nella mostra The Image As Process è stato fondamentale il ruolo dei segnalatori, anche perché la catena di passaggi che hanno condotto alla mostra erano una metafora della vita e della natura “liquida” delle immagini. In tal senso devo ringraziare i vari curatori e artisti che hanno partecipato perché molti di loro negli anni sono stati dei preziosi “compagni di strada” in questo ambito di ricerca.

SB / MZ: Come ti immagini il futuro del Festival?

CS: Vorrei che il festival rafforzasse la sua attività di produzione culturale rivolta agli autori delle generazioni recenti per diventare un punto di riferimento internazionale sulle ricerche più innovative nell’ambito della fotografia odierna. Al tempo stesso penso sia importante mettere questi percorsi in relazione a materiali storici per attuare quella che Claire Bishop ha definito la contemporaneità dialettica, che non si limita a definire un determinato periodo, ma un modo di accostarsi alle opere.

Photo Open Up
26.09.2020 > 25.10.2020
Padova

Yu Jiayue, Ellen Ellen, 2017
Francesca Catastini, Petrus 13, 2018
Elisa Mossa, Interno con tavolo, sedie e fiori. Convento di Santa Chiara, Urbania (PU), 2020