Philippe Parreno, Elsewhen (2019). Exhibition at Espace Louis Vuitton Venezia. Courtesy of the artist, Fondation Louis Vuitton and Barbara Gladstone Gallery. (c) Philippe Parreno. Photo credits Andrea Rossetti.

Testo di Irene Bagnara —

La cooperazione fra diversi tipi di saperi e competenze è alla base del lavoro di Philippe Parreno, protagonista di una personale all’Espace Louis Vuitton dal titolo eloquente: Elsewhen. Parreno infatti, particolarmente interessato alle relazioni e intersezioni fra arte e scienza, ha elaborato, in collaborazione con un team di ricercatori del Centro Nazionale Francese di Ricerca Scientifica e dell’École Normale Supérieure di Parigi, un bioreattore, ossia una sofisticata apparecchiatura in grado di creare e sostenere l’ambiente adatto alla sopravvivenza e proliferazione di determinati organismi.
In una mostra precedente, intitolata If Then Else, inaugurata alla Gladstone Gallery di New York e ospitata poi alla Tate Modern di Londra, al Museo Jumex di Città del Messico e al Gropius Bau di Berlino, sono stati raccolti dati sull’attività di questo bioreattore, decisivi per descrivere e quantificare la moltiplicazione e le reazioni di questi lieviti. Tali registrazioni sono state poi tradotte in linguaggio informatico, generando così un programma che avvia e controlla l’installazione ospitata all’Espace.
Una stanza, le cui pareti sono rivestite di carta da parati giallo fluorescente decorata con iris neri, accoglie il visitatore. Come un organismo bioluminescente che assorbe la luce solare per poi ritrasmetterla durante la notte, la carta da parati accumula energia nell’intervallo di accensione di una marquee – tipica pensilina di cinema, hotel e teatri –, per poi restituirla una volta che la sala cade nell’oscurità.
Sotto alla marquee troviamo infine una saracinesca meccanica specchiante che, attraverso le diverse inclinazioni dei pannelli, ci restituisce uno spazio frammentato, molteplice, multi-prospettico.

Philippe Parreno, Elsewhen (2019). Exhibition at Espace Louis Vuitton Venezia. Courtesy of the artist, Fondation Louis Vuitton and Barbara Gladstone Gallery. (c) Philippe Parreno. Photo credits Andrea Rossetti.

La percezione del visitatore e le sue tradizionali aspettative nei confronti di un’installazione ambientale sono messe a dura prova dall’artista.
Il narcisismo che ci suscita, amplificato, dalla superficie riflettente sullo sfondo, ci spinge a cercare una correlazione fra la nostra presenza e ciò che accade nella stanza: l’accensione intermittente della pensilina luminosa, il movimento della saracinesca, l’attivazione di flussi d’aria improvvisi e la propagazione di suoni sintetici.

Come è peculiare nei lavori dell’artista francese, questi elementi – apparentemente autonomi – sono coreografati dal software, frutto dei dati raccolti nelle mostre precedenti relativi alle reazioni dei microrganismi contenuti nel bioreattore al contatto con i visitatori. Parreno al contempo indaga il rapporto che l’opera intrattiene con lo spazio espositivo e coniuga la memoria delle attività passate con una temporalità straniante, imprevedibile e quindi inafferrabile. Il pubblico non ha nessuna possibilità di controllo: è il mero testimone del funzionamento di una macchina ibrida. Se per Leibniz – il primo a coniugare e utilizzare il termine “organismo” – un corpo si distingue dalla mera macchina per la sua capacità di autoriparazione e per la relazione che intercorre fra le parti e il tutto, l’autómaton di Parreno è biotecnologico, sintetico ma, come si evince dalla natura stessa della sua programmazione, organico.

Philippe Parreno, Elsewhen (2019). Exhibition at Espace Louis Vuitton Venezia. Courtesy of the artist, Fondation Louis Vuitton and Barbara Gladstone Gallery. (c) Philippe Parreno. Photo credits Andrea Rossetti.
Philippe Parreno, Elsewhen (2019). Exhibition at Espace Louis Vuitton Venezia. Courtesy of the artist, Fondation Louis Vuitton and Barbara Gladstone Gallery. (c) Philippe Parreno. Photo credits Andrea Rossetti.