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Il 12 maggio 2018 alle ore 18:30 la Fondazione VOLUME! presenta il lavoro di Petr Davydtchenko, (Arzamas Russia, 1986), che nei prossimi mesi intraprenderà un periodo di residenza presso Palazzo Lucarini.
La presentazione di una serie di video che documentano gli ultimi due anni di attività dell’artista russo è occasione di un confronto sul tema “Nuovi linguaggi artistici tra oggetto, performance, mutamenti biografici” a cui prenderanno parte l’artista, Becky Haghpanah-Shirwan direttrice di a/political, Maurizio Coccia, Direttore del Centro per l’Arte Contemporanea Palazzo Lucarini di Trevi e Silvano Manganaro critico e curatore.
I video saranno in mostra anche domenica 13 Maggio dalle 16:00 alle 20:00 in occasione di Open House 2018.
CS Fondazione Volume! — Petr Davydtchenko

Il fulcro della ricerca dell’artista verte sull’analisi e il confronto delle sottoculture giovani europee: codici estetici, le loro ritualità violente e la rappresentazione architettonica delle strutture di potere politico. Paure, violenza, implosione delle gerarchi sociali sono alcune delle motivazioni che hanno spinto l’artista a rifiutare la società capitalistica – in particolare i prodotti dell’industria alimentare – vivendo esclusivamente di residui della società: frutta e verdura scartata, animali investiti e uccisi in strada…

All’interno della Fondazione VOLUME! sarà presentato un gruppo di video realizzati tra il 2016 e il 2018, che raccontano la ritualità messa in atto dall’artista, dall’alba al tramonto, dal bagno nel lago al percorso in bicicletta, fino all’incontro con gli animali morti. Il materiale documentario testimonia la trasformazione di un membro attivo della società in un essere autosufficiente, distaccato dal sistema economico globale, che per sopravvivere si nutre di quello che la società considera un rifiuto.

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Estratto dell’intervista fatta da Vasco Forconi all’artista in occasione della presentazione alla Fondazione Volume

Vasco Forconi: Tra il 2016 e il 2017 c’è stato uno spostamento piuttosto radicale nell’asse della tua ricerca. Come è iniziato il progetto sul roadkill (carcasse di animali investite dalle automobili)?

Petr Davydtchenko: Per me è piuttosto difficile definire un punto di partenza, comunque dopo un po’ di preparazione, si potrebbe dire che è iniziato il progetto quando ho trovato il primo animale. Quello è stato il momento in cui ho cominciato a sopravvivere alimentandomi solamente grazie alla strada. Trovai un pit bull sulla strada, era davvero fracassato. C’erano macchine in corsa e iniziarono a frantumarlo sempre di più, così corsi velocemente per prenderlo. Questo fu il primo animale che trovai. Lo cucinai e lo mangiai e da allora iniziai a trovarne regolarmente lungo la strada. Ci sono molti animali uccisi dalle macchine nell’area in cui vivo perché è un misto di agricoltura e natura. È selvaggia e allo stesso tempo industriale. Ogni mattina mi alzo all’alba, prendo la mia bicicletta e pedalo lungo specifici percorsi tracciando i miei movimenti. La strada e la linea bianca hanno un grande significato per me, sono un simbolo; un confine tra nazioni o paesi. Percorro circa 30 km al giorno, in cerca di carcasse. Quando trovo qualcosa lo porto alla Foundry (lo spazio di a/political a Maubourguet, Francia), dove abito, per tagliarlo e prepararlo alla cottura. All’inizio non sapevo come tagliare un animale, realizzai che in effetti non avevo mai dovuto tagliare un pezzo di carne che non fosse già cotta. Ho dovuto imparare nuove abilità per sopravvivere, per vivere – come tagliare la pelle dell’animale, come rimuoverla dalla carcassa, come preparare la carne e come cuocerla. Al momento sono certo di poter stabilire da quanto è morto l’animale semplicemente guardandolo. Uso diversi metodi di preparazione a seconda delle condizioni dell’animale, se lo trovo quando è ancora fresco posso cucinarlo in un certo modo, ma se è stato lì per una settimana deve essere cucinato lentamente, deve essere pastorizzato.

VF: Da quanto tempo dura questo progetto?

PD: Penso sia importante osservare che per me questo non è un progetto, è una scelta cosciente di vita. All’inizio ho dovuto stabilire un arco temporale, per vedere se fossi riuscito a sopravvivere sei mesi alimentandomi dalla strada. Quando sono passati sei mesi ho sentito che c’era ancora molto da imparare, da esperire e molte abilità da perfezionare. Trascorso un anno il mio modo di vivere era cambiato a un punto tale che sarebbe stato difficile concepire un ritorno alla sua modalità originarie. Adesso nel corso del secondo anno ho iniziato a utilizzare l’intero animale, lavorando la pelle per ottenere una coperta calda per l’inverno. Questo processo è molto complicato. All’inizio non ero molto capace ma adesso sono più sicuro di me nel farlo. Il processo di sviluppo è molto importante per me poiché sto continuamente imparando – è come filosofia applicata. È una cosa molto pratica.

VF: Vivere in questo modo è impegnativo per il tuo corpo?

PD: In realtà adesso sono in una forma fisica migliore rispetto al passato. Faccio regolarmente l’analisi del sangue per vedere gli effetti sul mio corpo e i risultati sono perfetti. Faccio tanto esercizio, vado in bicicletta in cerca di animali, ho smesso di usare la doccia – invece ogni mattina vado al lago, mi tuffo e nuoto, durante tutto l’anno. Tuttavia è meglio non lavarsi troppo poiché la pelle dovrebbe sviluppare batteri come uno scudo protettivo.

VF: Con l’inizio di questa esperienza c’è stato anche un cambiamento nel tuo paradigma estetico. La componente minimale ha in qualche modo lasciato spazio a un registro più grottesco…

PD: Non ho ragionato in termini di “arte”, ho solamente cambiato il mio modo di vivere. Non sto riflettendo su niente che abbia questo o quell’aspetto, è semplicemente ciò che è.

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Petr Davydtchenko, Seven Pieces from Pikník na obóčine
Talk 12 Maggio 2018 h 18:30

“Nuovi linguaggi artistici tra oggetto, performance, mutamenti biografici”
13 Maggio 2018 dalle 16:00 alle 20:00
Fondazione VOLUME!
Incontro realizzato in partnership con Palazzo Lucarini a Trevi e con il sostegno di a/political di Londra

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