Enrico Tealdi, Restè là, 2020, tecnica mista su carta foderata su tela, 24x30cm copia

Tommaso Di Dio
Mappa n. 9
(da Verso le stelle glaciali, Interlinea edizioni, 2020)

È proprio al momento del nostro arrivo che è più necessaria una mappa. Una volta arrivati, ci si aspetta di trovare la foresta vergine, lo spazio bianco della pagina e quello brullo del niente. E invece sono soltanto i nostri occhi che ancora non sanno vedere, abbagliati da una luce ubriaca. Eppure questa mappa lo mostra con chiarezza: all’inizio c’è un sentiero. Il sentiero è già lì, da sempre. Altrimenti come avremmo fatto ad arrivare? L’isola, prima che ci mettessimo piede, aveva già un nome; e quel mare a cui voltiamo le spalle è stato già innumerevoli volte il luogo da cui siamo partiti. Ma eccoci: ci sono palme scosse dal vento, piegate forse da un uragano; c’è la luce forte del sole, la sete sulle labbra. E noi dobbiamo avanzare. Molte sono le tradizioni che indicano come vada usata questa penultima mappa. E c’è anche chi ha sostenuto che vada saltata, distrutta. Oggi sembrano lontane eresie. Nelle carte che la tradizione ha accumulate, si può intravedere che una via mediana lentamente si è imposta, tra chi abbracciava totalmente questa mappa e gli concedeva un posto centrale e chi invece la rifiutava risolutamente. Alcuni, dapprima quasi in sordina e poi via via con più convinzione, hanno sostenuto che questa mappa fosse in realtà la rappresentazione luminosa di un sogno, ma che non come tale fosse da conservarsi. Le noci, la sabbia, il vento; e poi le finestre, le foglie; i tronchi, le panchine, i pneumatici e il mare dietro le nostre spalle: un sogno in cui noi dovremmo entrare per viverlo completamente, fino ad esaurirlo, fino a far sì che il sogno termini. Qualche centinaio di metri più in là, quando scompaiono i tronchi e la sabbia sembra crollare all’improvviso, come se la strada affondasse in una sorta di depressione naturale del terreno e lo sguardo non distingue, non vede più nulla, ecco, lì c’è una forza che attrae, ci spinge, ci chiama. Dobbiamo diventare reali. Camminare l’ultimo tratto. Uscire da qui.

Tommaso Di Dio (1982), vive e lavora a Milano. È autore della raccolta di poesie Favole, Transeuropa, 2009, con la prefazione di Mario Benedetti. È giurato, per la sezione under 40, del premio letterario Premio Castello di Villalta Poesia e del Premio Franco Fortini. Nel 2014 ha pubblicato il saggio Omologia e totalità, Un percorso sulla nozione di differenza tra la biologia e l’arte di Barnett Newman nella raccola Prospettive della differenza, Lubrina editore, a cura di Carlo Sini, insieme al quale, dal 2015, è membro del comitato scientifico della laboratorio di filosofia e cultura Mechrì (www.mechri.it). Nel 2014, esce il suo libro di poesie Tua e di tutti, Lietocolle, in collaborazione con Pordenonelegge, tradotto in francese da Joëlle Gardes per Recours au poème éditeurs. Nel 2015 pubblica la plaquette Per il lavoro del principio, nata all’interno del progetto Le parole necessarie, in collaborazione con Il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna e l’Ospedale Sant’Orsola. Nel 2017 è stata pubblicata in tiratura limitata la plaquette Alla fine delle favole, Origini edizioni, Livorno. Nello stesso anno, pubblica il saggio Nel labirinto del ritorno. La parola poetica e il ritmo, nella rivista «Il Pensiero», a cura di Massimo Donà. Nel 2018 è tra i fondatori della progetto di poesia e arte Ultima, per cui ha pubblicato la breve raccolta World Wide Whatsapp crash (www.ultimaspazio.com). Nel 2019 scrive la Prefazione alla riedizione de Il musicante di Saint-Merry di Vittorio Sereni, per la casa editrice Il Saggiatore. È di prossima pubblicazione, per Ibis Edizioni, la sua traduzione di La primavera e tutto il resto del poeta americano W.C. Williams. Nei primi mesi del 2020 è uscito il suo nuovo libro di poesie per l’editore Interlinea: Verso le stelle glaciali.


Paralleli è un progetto di Société Interludio a cura di Simone Burratti, Stefania Margiacchi e Silvia Righi, nato con lo scopo di mettere in dialogo l’arte e la poesia contemporanea, dunque tracciare un filo conduttore tra forme espressive diverse.