• Maria Adele Del Vecchio, Herstory, 2014 Luce al neon, 10 x 75 cm Courtesy Galleria Tiziana Di Caro, Napoli e Nomas Foundation, Roma
  • Alessandro Piangiamore, La cera di Roma, 2014 cera d’api, cera carnauba, cera di palma e paraffina, ferro 113 x 202 x 4 cm
  • Giulio Delvè, Cancel 1/2, 2011 Recinzione in ferro e lattine, 215 x 120 x 120 cm Courtesy UnosuNove, Roma e Nomas Foundation, Roma
  • installation view Par tibi, Roma, nihil Opere di: Isabelle Cornaro, Du proche et du lointain, 2011 e Pascale Marthine Tayou, David Crossing the Moon, 2007
  • Petrit Halilaj, They are Lucky to be Bourgeois Hens II, 2009 legno, pittura, cavi elettici, galline (shuttle 550 x 200 cm) Courtesy Chert, Berlino e Nomas Foundation, Roma

Testo di Alessandra Arancio

Quando Ildebrando di Lavardin esclamò questa affermazione, durante il suo viaggio all’incirca nel 1100 davanti alle rovine della città eterna, non poteva certo immaginarsi che un giorno qualcuno le avrebbe celebrate evidenziandone gli ambienti con opere d’arte di autori contemporanei.

L’esposizione “Par tibi, Roma, nihil” – aperta al pubblico fino al 18 settembre – si presenta come anteprima del Romaeuropa festival-31° edizione*. La curatrice della mostra Raffaella Frascarelli, partendo dal suo amore per l’archeologia a cui ha dedicato i suoi studi, ci tiene ad introdurre questa particolare esposizione sottolineando come la Domus Severiana, Stadio Palatino, peristilio inferiore Domus Augustana (chiusi al pubblico da almeno 30 anni) non siano da considerare come quinte sceniche, ma piuttosto lasciare che lo sguardo livelli le differenze epocali e combini l’arte contemporanea con quella antica attraverso il confronto, il rispetto e l’invenzione di nuovi spazi che si vengono a definire. 36 sono le opere selezionate tra quelle della vasta collezione dei fondatori di Nomas Foundation, molto da vedere, da conoscere e da riconoscere con l’ulteriore intervento in situ di quattro artisti – Emiliano Maggi, Sissi, Meris Angioletti e Tomaso De Luca – che propongono le loro perfomances nel periodo della durata della mostra.

La visita inizia con Marko Lulic, con un’ opera “Death of the monument” (2009) dedicata alla morte del monumento, che si staglia in rosso all’ingresso delle arcate Severiane e che impone la chiave di lettura di tutto l’itinerario: ad ogni opera d’arte contemporanea della collezione Sciarretta corrisponde una “keyword” che permette allo spettatore curioso di indovinare quale sia il motivo preciso di quella collocazione e quale l’accostamento specifico con l’antico attraverso gli strumenti scientifici forniti dalle didascalie.

Procedendo, Adrian Tranquilli con Evidence (2001): una sagoma bianca di un uomo si staglia sotto una delle arcate, mostrandosi spogliato dei suoi “superpoteri”, riflessivo in una posizione yogica; Petrit Halilaj che installa un razzo pronto a partire dall’aia in cui razzolano galline “borghesi”( They are lucky to be bourgeois hens II, 2009) subito prima di fare l’ingresso nel più grande spazio dei fori palatini. Elisabetta Benassi con Io non ho mani che mi accarezzino il volto (2004) introduce una collezione di video ben posizionati in ambienti più piccoli al limitare del grande Stadio Palatino, ambiente originariamente scelto dall’imperatore come proprio giardino del pensiero, all’interno del quale sono posizionati interventi “monumentali” quale Loser (2003) di Piero Golia, che inneggia al nuovo eroe dei nostri tempi, perso e perdente, e il pavimento dello studio di Gianni Politi (Reverse Sistina, 2016) che concentra l’attenzione non sull’opera, ma sul contesto di produzione che spostato all’interno di un sito talmente importante, acquisisce pregio anch’esso. Definiscono il limitare del grande perimetro, come incastonate nelle ultime stanze, le opere di Marinella Senatore, Guido Van Der Verwe e Rosalind Nashashibi.

Daniel Buren, La scacchiera arcobaleno ondeggiante, 2016

Daniel Buren, La scacchiera arcobaleno ondeggiante, 2016

Addentrandosi alla scoperta del luogo ci si trova a contemplare la suggestiva Scolpire il tempo (2010) di Giorgio Andreotta Calò, con una riflessione sullo scorrere delle ere che si focalizza nell’estrema e caduca sottigliezza dei calchi delle briccole veneziane che da tempo immemore custodiscono le imbarcazioni lagunari; accanto Human Being di Pascale Marthine Tayou che arriva direttamente dalla scorsa Biennale di Venezia con la ricontestualizzazione di un villaggio di lavoratori che costituiscono una società a sé stante; per notare poi all’angolo del peristilio inferiore della Domus Augustana l’opera site-specific di Kader Attia che ha ridato una nuova identità ad un’antica scultura commistionando il paganesimo di Venere, che la statua rappresenta, con l’animismo del suo nuovo volto che si legge in un mattone di cemento. Tra le opere in situ inoltre Sislej Xhafa ha realizzato L’albero sudato, una fontana alta otto metri composta di calchi di mani in bronzo nell’area del Colosseo – Arco di Costantino – Meta Sudans; e Daniel Buren che ha ideato La scacchiera arcobaleno ondeggiante per la  terrazza superiore della Domus Severiana, da cui godere della vista sul Circo Massimo tra i colori iridei di 35 bandiere alte 9 metri ciascuna che torreggiano sventolando. Tra gli spazi dei fori inoltre, durante gli 88 giorni della durata della mostra Nico Vascellari si ripromette di trovare un oggetto diverso per ogni giornata, che posizionerà in un luogo particolare della città al fine di suscitare nel pubblico la brama di possesso, con la disposizione dell’artista ad autenticare la foglia, l’insetto e via dicendo, previa dimostrazione dell’avvenuto ritrovamento.

Impossibile in ogni caso descrivere tutte le opere in mostra senza far diventare il racconto della stessa un mero catalogo di oggetti artistici; il punto focale dell’esibizione così vasta si presta infatti a diverse letture che variano dalla biopolitica che rende l’arte vivida e sempre al passo con i tempi, per arrivare poi alla Cultura, a cui fanno specifico riferimento anche Isabelle Cornaro con le teche di Du proche et du lointain (2011) , Flavio Favelli (Terrazzo con decori, 2008)e Alessandro Piangiamore (La cera di Roma, 2014), in cui ognuno si trova coinvolto nella proposizione di nuove scoperte e nuove considerazioni su cosa possa effettivamente essere avanzato come tale senza distinzioni di rango, bieco populismo o vezzi borghesi.

La curatrice inoltre ha come obiettivo alla fine del periodo espositivo, di promuovere il simposio “Lo spazio dell’arte tra passato e futuro” in cui avranno luogo dibattiti critici tra specialisti d’arte antica e di arte contemporanea, al fine di discutere sulla creazione di un metodo istituzionale aperto che verta sul confronto e la comparazione tra i due argomenti apparentemente così lontani, per riscoprire il passato attraverso una rilettura critica dell’arte dei nostri giorni.

* Con la direzione artistica di Fabio Grifasi, la rassegna da settembre a novembre prossimi porterà il progetto “Patrimonio storico e creazione contemporanea” coinvolgendo anche il teatro e la musica nei luoghi simbolo della Capitale. L’idea è promossa dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma in collaborazione con la Fondazione Romaeuropa Arte e Cultura e Nomas Foundation.

Giorgio Andreotta Calò, Scolpire il tempo, 2010 tre sculture di bronzo in una installazione, dimensioni variabili (158 x 27 cm; 134 x 22,5 cm; 137 x 24 cm) Courtesy Wilfried Lentz Gallery, Rotterdam

Giorgio Andreotta Calò, Scolpire il tempo, 2010 tre sculture di bronzo in una installazione, dimensioni variabili (158 x 27 cm; 134 x 22,5 cm; 137 x 24 cm) Courtesy Wilfried Lentz Gallery, Rotterdam

Marko Lulić, Death of The Monument, 2009 legno, plastica, 307 x 746 x 100 cm Courtesy l’artista e Nomas Foundation, Roma

Marko Lulić, Death of The Monument, 2009 legno, plastica, 307 x 746 x 100 cm Courtesy l’artista e Nomas Foundation, Roma