Padiglione Lituano – Installation view – Photo Eleonora Ghedini

Testo di Eleonora Ghedini —

Riflessi argentei e sfumature di grigio attraversano e illuminano lo spazio: è questa la prima immagine che ci accoglie una volta entrati nel Padiglione Lituano alla XVII Biennale Architettura di Venezia. Sin dal momento in cui ci avviciniamo all’ingresso della sede scelta per quest’anno – la cinquecentesca Santa Maria dei Derelitti, nei pressi di Campo Santi Giovanni e Paolo -, la facciata progettata da Baldassarre Longhena attorno al lontano 1670 ci avverte, infatti, che stiamo per entrare in uno spazio altro, al di fuori del quotidiano e delle piccole cose di tutti i giorni. Proprio come in una scatola cinese, la chiesa veneziana racchiude al suo interno un ulteriore spazio altro, costituito dall’allestimento stesso del padiglione, curato da Jan Boelen ed emblematicamente intitolato “Lithuanian Space Agency: Planet of People”

Nel corso di questa giornata inaugurale, le parole e i gesti dell’artista Julijonas Urbonas e dell’assistente curatore Milda Batakytė accompagnano i primi visitatori attraverso una serie di visite guidate gratuite destinata a proseguire nel corso dei due giorni successivi. Prima che la visita abbia inizio, un dispositivo automatizzato preposto all’erogazione dei fogli di sala ci assegna un numero per la lista d’attesa in vista dell’incontro col vero e proprio protagonista del padiglione: un grande scanner 3D. Prima di fare la sua conoscenza, muoviamo quindi i nostri passi attraverso l’allestimento, originatosi dalla collaborazione tra la Lithuanian Space Agency, organizzazione fondata da Urbonas nel 2019, e altre istituzioni, tra cui ricordiamo il Rupert – Centre for art, residencies and education di Vilnius e il Lithuanian Council for Culture. Dalla penombra emergono allora le affermazioni programmatiche dell’artista, mentre scorre lentamente su sé stessa l’area reception, costituita da una piattaforma rotante sulla quale trovano posto, tra le altre cose, alcuni progetti d’archivio realizzati da Urbonas, veri e propri prototipi che riflettono attorno al rapporto tra legge di gravità ed estetica al di fuori dell’atmosfera terrestre. Sfilano allora, in una giostra silenziosa, frammenti della corsa allo spazio, geometrie metalliche e perfino un pianoforte in miniatura realizzato allo scopo di indagare gli effetti dell’alterazione di gravità sull’esecuzione musicale. 

Padiglione Lituano – Installation view – Photo Eleonora Ghedini

Il concetto di gravità, non a caso, costituisce uno degli elementi cardine della ricerca artistica sviluppata da Urbonas e dalla Lithuanian Space Agency: formatosi nell’ambito del design e a lungo focalizzatosi sul rapporto tra nuove tecnologie, spazio architettonico e corporeità, l’artista propone in questo padiglione un vero e proprio manifesto utopico. Rispondendo al quesito How will we live together? posto da Hashim Sarkis per questa Biennale, Urbonas offre l’ipotesi di un pianeta costituito dalle trasposizioni virtuali di molteplici corpi umani.
Allo scopo di realizzare una simulazione di questo luogo, il fulcro dell’allestimento corrisponde al monumentale dispositivo nel cui centro il visitatore può collocarsi, catturando la propria immagine, che attraverso una sequenza di schermi andrà a sommarsi a quella di chi l’ha preceduto. Suscitando sin da subito l’interesse degli adulti e la curiosità dei bambini, esso promuove una fruizione fortemente interattiva dell’opera.
Come sul monolite di kubrickiana memoria, infatti, sullo scanner tutto converge, contribuendo alla costruzione di un immaginario extraterrestre alternativo a quello d’impronta coloniale, attraverso un ripensamento delle nostre prospettive, oltre che dei nostri corpi.
Grazie alla sua visionaria interdisciplinarietà, questo padiglione crea un ponte tra passato e futuro, come simboleggiato dall’argentea iconostasi che separa lo scanner dall’altare, dialogando con le nubi di un soffitto dipinto. 

Padiglione Lituano – Installation view – Photo Eleonora Ghedini