Oscar Giaconia, BHULK – Installation view, Monitor, Roma

Testo di Davide Ferri —

Mi accingo a scrivere un articolo su Meneghello, e non ho le idee chiare. Sarebbe ragionevole che io aspettassi di averle chiare, ma debbo dire che non avere le idee chiare è una sensazione estremamente gradevole, è un po’ come fare una gita in un territorio ameno ma poco frequentato.
(Giorgio Manganelli, Concupiscenza libraria, Adelphi, 2020)

Su Oscar Giaconia non ho le idee chiare, e non le ho neppure dopo aver visitato la mostra da Monitor (l’ultima che ho visto prima del lockdown – era febbraio e una bella giornata di sole preannunciava la primavera), dal titolo Bhulk e ancora in corso.

Mi crogiolo, ad esempio, nel dubbio se – stando ai miei parametri, magari obsoleti – considerarlo o meno un pittore, poiché nei suoi lavori non mi sembra mai di trovare la traccia di un gesto che mi faccia sentire la presenza di una mano: un tremore, un inciampo, un balbettio del pennello sulla superficie. Saranno aspetti retorici ma sono le cose che per me costituiscono l’irriducibile piacere della pittura.

Intendiamoci: le immagini di Giaconia sono piene di grumi, ferite, segni di un’esistenza materiale del dipinto, ma queste cose sembrano provenire dall’interno, in forma incontrollata e per essudazione: la figura come escrescenza di un “sotto”, di un supporto che non smette mai di alimentarla.

Le sue didascalie didascalie tipo: “acrilico, ossidi, fiele di bue, tauracolla, gelatina di pesce, brodo di carne, agar, caglio e coagulante liquido su fibra cellulosica in teca di polizene e silicone” mi fanno pensare a pratiche della pittura remote, alchemiche, desuete, ma mi danno le vertigini.

Infine – piccola ma non trascurabile aggravante ai miei dubbi e alle mie oscillazioni – mi sembra di non possedere un linguaggio adeguatamente filosofico per parlare del suo lavoro: credo che aver letto e riletto i testi sulla piccola, curatissima pubblicazione che accompagna la mostra, così infarciti di riferimenti al pensiero post-strutturalista, abbia avuto un effetto inibente.

Sarà per questo che ho iniziato (e interrotto) questa recensione almeno una decina di volte, ma non mi sono mai deciso a gettare la spugna, perché scrivere su Giaconia risponde, in fondo, al desiderio di assecondare quella specie di slancio che ho provato quel giorno uscendo dalla galleria.

Bhulk è una bellissima mostra, ma non posso che parlarne in modo inconcludente e sulla base di ricordi che, a distanza di quasi quattro mesi, mi sembrano un groviglio: prima di entrare indosso un paio di soprascarpe di plastica; lo spazio è verniciato di toni pastello (rosa per il pavimento e turchese per le pareti) che creano, idealmente, un’atmosfera da ospedale, o meglio, da laboratorio, che permea tutta la mostra; ognuna delle due sale mi sembra focalizzarsi attorno a un gruppo di immagini abbastanza compatto: in una stanza una figura animalesca assume le sembianze, in tre lavori diversi, di un bisonte, di un toro e di un minotauro; nell’altra il nucleo centrale è costituito da due variazioni sul tema di un busto vagamente mostruoso, raccapricciante, spettrale, che pare generarsi all’interno di un microambiente marcescente e composito (l’idea di resto, di insieme eterogeneo, di scarto che diventano una forma, pare generare anche altre due immagini incluse nella stessa sala).

Mentre osservo i lavori il titolo mi sembra risuonare in modo sinistro ed esplicativo: Bhulk è il risultato di un incontro, o di una crasi, tra le parole “Hulk” e “Bull”: da una parte, dunque, un archetipo pop dell’essere mostruoso che si genera attraverso una trasformazione, dall’altra la figura del toro, che nei racconti mitologici presta il suo corpo al gioco di innumerevoli metamorfosi tra uomo e animale.

E ancora: tutte le immagini sono custodite in teche (a volte, come nel caso di quelle della prima sala, combinate con una mensola) di nylon, o di polizene e silicone, materiali che trasformano la vetrina in elemento reagente, attivo, e punto terminale di quell’inarrestabile movimento della materia che sembra agitarsi all’interno.

È proprio la presenza della teca a connotare l’esperienza dello spettatore di Bhulk: avvicinandosi, ha sempre l’impressione di una separazione e di una distanza invalicabile tra lo spazio del proprio corpo e quello del corpo dell’immagine che continua il suo processo di autogenerazione o lento disfacimento, producendo dall’interno essudazioni, scorie, respiri. Un’esperienza di alterità (dell’immagine) che mi ha fatto pensare alle mie visite ad affreschi e dipinti del passato conservati in teche, o dietro spesse lastre di vetro: anche il quel caso si ha l’impressione di essere in una specie di laboratorio, di fronte a un’immagine in lento disfacimento; anche in quel caso il corpo dello spettatore e il corpo dell’immagine emettono i loro respiri in due spazi separati.

Dunque se Giaconia è un pittore, è un pittore figurativo che si nasconde dietro l’immagine, che usa la figura come pretesto (le sue figure non si spiegano, non si raccontano, si descrivono a fatica e sembrano accadere, cioè mettere in scena la loro mostruosa alterità in una specie di qui e ora perpetuo), per affermare che ogni quadro figurativo deve funzionare, più che come dispositivo narrativo, come “mappa di forze” direbbe Deleuze – che agiscono sulla figura o che la figura agisce.

Se Giaconia è un pittore la mostra di Monitor mi sembra un passaggio importante nella storia recente della galleria, il compimento di un percorso, o per lo meno uno snodo significativo. Voglio dire: da qualche anno a questa parte la galleria ha cambiato gradualmente pelle e identità, e lo ha fatto, nonostante le critiche e la diffidenza che si è tirata addosso da più parti, all’insegna di un progetto che sembra rispondere a una precisa idea autoriale: diventare punto di riferimento di una parte significativa della scena della figurazione italiana attuale, con una particolare attenzione a quella praticata, per lo più, da artisti nati a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, oggi quarantenni e dunque giunti, come Giaconia, a una fase adulta del loro percorso.