“Divertire e divertirsi” con l’arte contemporanea, questa è la mission che Antonio Grulli e Maura Pozzati si sono posti con la mostra promossa e ospitata alla Fondazione del Monte a Bologna. Operabuffa – arguzia e spirito nell’arte contemporanea è il titolo che racchiude quelli che sono le linee guida di questo progetto collettivo che ospita le opere di Sergia Avveduti, Alighiero Boetti, Andrea Contin, Anna Galtarossa, Christian Jankowski, Jiří Kolář, Eva Marisaldi, Aldo Mondino, Katrin Plavcak, Concetto Pozzati, Andrea Renzini, Robin Rhode, Lorenzo Scotto di Luzio, Daniel Spoerri, Ben Vautier e Erwin Wurm.

Aperta dal 29 gennaio al 14 aprile – via delle Donzelle 2, Bologna, inaugurazione 27/01 durante la settimana di Arte Fiera – la rassegna presenta sculture in movimento, fotografie ironiche e divertenti, pitture giocose e colorate, palloncini, tende e pompon gialli: aleggia negli ambienti un’atmosfera leggera e “divertissante”, termine coniato da Ben Vautier quando cercava di esprimere il concetto di divertissement a proposito di Fluxus.

Come scrive Antonio Grulli nel suo testo che accompagna la mostra: “Il concetto stesso di opera buffa ha avuto questo ruolo dirompente, politico e democratizzante. Nel mondo musicale e teatrale, l’introduzione alcuni secoli fa delle lingue nazionali come l’italiano e il francese, di tematiche vicine al popolo, e la creazione di personaggi non necessariamente appartenenti alle sfere alte della società, ha permesso di allargare la platea del pubblico senza per questo perdere in qualità e intensità dell’opera. Anzi: questo abbassamento verso il mondano ha permesso di iniettare vita, idee e nuove forme all’interno di un teatro e di un mondo musicale ormai esangui, astratti e retorici”.
A cui si aggiunge quello che scrive Maura Pozzati: “Operabuffa intende davvero provocare un sorriso e per questa ragione il titolo stesso della mostra rimanda al genere buffo della tradizione musicale settecentesca, che volutamente si contrappone al genere serio, dove si richiede agli interpreti grande virtuosismo e capacità vocali: nell’opera buffa invece non è tanto importante la capacità tecnica quanto la vivacità scenica, la spontaneità e la naturalezza. Per questo l’opera buffa ha avuto un grande successo popolare ed è stata importante nell’evoluzione del teatro d’opera in Italia: valorizzando la diversità dei ruoli vocali e rendendo il discorso musicale più spigliato e dinamico, ha provocato la rottura degli schemi rigidi facendosi più comprensibile per gli spettatori”.

ATPdiary ha posto una serie di domande ad alcuni artisti presenti in mostra, per capire il loro punto di vista su un tema leggero ma, al tempo stesso, rivelatore.

Sergia Avveduti, La grande dame, 2009

Sergia Avveduti, La grande dame, 2009

Risponde Sergia Avveduti

ATP: Sei tra gli artisti invitati alla mostra “Operabuffa. Arguzia e spirito nell’arte contemporanea”. L’impianto concettuale del progetto è legato alle potenzialità dell’arte di ‘divertire’. Qual è il tuo pensiero in merito?

Sergia Avveduti: Mi interessa il gioco come veicolo per connettere dimensioni lontane tra loro che cercano “affettivamente” di rimettersi “in gioco”. Nella pratica ludica viene posta in rilievo quella quota di mistero e di piacevole imprevedibilità che la contraddistingue. Mi piace organizzare delle sorprese, delle variazioni fortemente inaspettate che danno un nuovo sguardo al punto di partenza che ho scelto. Mescolo riferimenti personali e aspetti storici in un processo che conduce ad una narrazione minima, intima e ironicamente autobiografica dove la seduzione ha un effetto di senso che predispone la memoria di un agire che è in prima istanza ricerca di identità dell’atto linguistico come spazio discreto di relazione.

ATP: Gli artisti sono stati invitati a confrontarsi con il tema del ‘buffo’. Con quale opera sei presente in mostra? In che modo questo lavoro esprime ironia, leggerezza e giocosità?

SA: “La Grande Dame”, (2009) è un video di 3 minuti dove  un meccanismo d’orologio defunzionalizzato diviene piattaforma di gioco che permette alla“coppia” di iniziare un gioco delle parti in cui entrambi, a turno, muovono alcune pedine curvilinee rappresentanti le intersezioni dei pianeti della nostra galassia. L’opera  configura spazi narrativi dove  la partita ha regole che non sono comprensibili allo spettatore, ma appare evidente che ogni mossa produce delle reazioni emotive sui due giocatori.  Come avviene nel cinema muto, le parole sullo schermo riferite a marche di champagne, sottolineano un parallelo con la seduzione e il gioco amoroso. Non sono di affiancamento logico alle immagini bensì di straniamento percettivo al fine di spingere oltre la codifica dei ruoli e degli intenti dei due protagonisti in un nuovo e  affascinante ipertesto, dove i protagonisti assumono una diversa e intrigante identità seduttiva. L’arrangiamento musicale contribuisce ad esaltare la dimensione invisibile del sentire, l’ambito sensuale del corteggiamento in cui però non si capisce chi ha la meglio sull’altro.

ATP: Che reazioni vorresti stimolare in chi guarda la tua opera? Vorresti suscitare divertimento, adempiendo così a quello che il mandato della mostra: restituire al pubblico “la sua funzione primaria (divertire) e colloca in secondo piano la conoscenza della storia dell’arte” (Ben Vautier)?

SA: Mi interessa che il flusso narrativo delle immagini suggerisca contrasti formali che danno nuova vita a punti di riferimento scelti come punto di partenza, dove l’ ambito sensuale del corteggiamento è una in chiave interpretativa divertente e leggera in cui però non si capisce chi ha la meglio sull’altro: se la dama è vinta quando uno dei due giocatori riesce a prendere tutti i pezzi avversari o quando l’avversario, in evidente stato di inferiorità, abbandona. Ne “La Grande Dame”, la sospensione seducente ha la meglio sull’evolversi della possibile relazione.  Inoltre la connessione tra corpo, soggettività e immagini sposta l’attenzione non sull’oggetto percepito ma sul  chi  percepisce. Attraverso  esercizi leggeri mi interessa analizzare le differenti possibilità in cui un’azione, un corpo, uno spazio, un oggetto può acquisire un significato inedito nel momento in cui è prevista l’abilità di sovvertire la relazione.  Il gioco diviene allora un veicolo per connettere dimensioni lontane tra loro: convivono attualità e passato, spazi interni ed esterni, l’individuo e l’altro da sé.

Andrea Renzini, Sky, 2017, olio su tela e vernice spray su plexiglas 46 × 67 cm. - Collezione dell’artista, Bologna

Andrea Renzini, Sky, 2017, olio su tela e vernice spray su plexiglas 46 × 67 cm. – Collezione dell’artista, Bologna

Risponde Andrea Renzini

ATP: Sei tra gli artisti invitatI alla mostra “Operabuffa. Arguzia e spirito nell’arte contemporanea”. L’impianto concettuale del progetto è legato alle potenzialità dell’arte di ‘divertire’. Qual è il tuo pensiero in merito?

Andrea Renzini: Più che di una reale potenzialita’ dell’arte di creare divertimento o ilarieta’ come nella commedia, trovo nell’arte quel sottile senso transitorio che è propria dell’illusorieta’. Non a caso a cavallo del XVIII secolo con l’affermazione dell’ “Opera Buffa” nel teatro lirico, destinato ad un pubblico piu’ vasto e popolare, si imposero contemporaneamente gli spettacoli di illusionismo. Prestigiatori piu’ o meno impostori introdussero nell’immaginario collettivo dell’epoca il concetto che il divertimento potesse essere affine allo stupore, deformando e alienando con la sua infantile leggerezza la realtà del quotidiano.
E’ in questa condizione di stupore, di quel senso equivoco della percezione e del suo significato che dai Dadaisti ai Fluxus alla Pop Art, l’arte ha creato un divertimento non convenzionale, con un distacco sospeso, con la perenne sensazione di trovarsi al centro di una truffa; dove il trucco non avrà mai modo né necessità di essere svelato.

ATP: Gli artisti sono stati invitati a confrontarsi con il tema del ‘buffo’. Con quale opera sei presente in mostra? In che modo questo lavoro esprime ironia, leggerezza e giocosità?

AR: In mostra presento due nuove opere, due appropriazioni indebite di lavori a me estranei, realizzati da pittori sconosciuti, artisti dalla provenienza oscura ed ignota, a cui successivamnte viene applicata una teca trasparente con impresso il logo di aziende famose che sono diventate inconsciamente più popolari del significato etimologico originario : “Tempo” , “Infinity”, ” Sky”, questa discrasia tra realtà antitetiche ne fanno una sorta di reliquiario temporale delle finzioni.

ATP: Che reazioni vorresti stimolare in chi guarda la tua opera? Vorresti suscitare divertimento, adempiendo così a quello che il mandato della mostra: restituire al pubblico “la sua funzione primaria (divertire) e colloca in secondo piano la conoscenza della storia dell’arte” (Ben Vautier)?

AR: Con questi dispositivi pittorici vorrei non stimolare ma affermare che la vera finzione è l’arte stessa, e il suo disincanto l’unico gioco di prestigio che non avrà mai fine; il bluff perfetto dell’esistenza e della sua ironica rappresentazione.

Andrea Renzini, Sky, 2017, olio su tela e vernice spray su plexiglas - Collezione dell’artista, Bologna

Andrea Renzini, Sky, 2017, fotografia in 3D e vernice spray su plexiglas – Collezione dell’artista, Bologna

Concetto Pozzati, Pears, 1968, olio, acrilico e specchio su tela 45 × 50 cm. - Collezione privata, Bologna

Concetto Pozzati, Pears, 1968, olio, acrilico e specchio su tela 45 × 50 cm. – Collezione privata, Bologna

Aldo Mondino, Mondino 6 Sù (1966) acrilico e smalto su tela con palloncino, 80x80 cm + misura filo variabile – Galleria Spazia, Bologna

Aldo Mondino, Mondino 6 Sù (1966) acrilico e smalto su tela con palloncino, 80×80 cm + misura filo variabile – Galleria Spazia, Bologna

Lorenzo Scotto Di Luzio, Hello Flower, 2017, scultura in legno, plastica, carta alluminio con motore elettrico e vaso in terracotta 240 × 80 × 80 cm. - Collezione della Galleria T293 di Roma

Lorenzo Scotto Di Luzio, Hello Flower, 2017, scultura in legno, plastica, carta alluminio con motore elettrico e vaso in terracotta 240 × 80 × 80 cm. – Collezione della Galleria T293 di Roma