VII° appuntamento di OPENWORK, a focus on paintings: P. Khete / C. Canziani; Pesce Khete studio view; SenzaBagno, Pescara, 2019 (ph. Andrea Joppas)

A Pescara, in un piccolo garage con vetrina su strada chiamato SenzaBagno, si è appena concluso OPENWORK, a focus on painting, un progetto dedicato solo ed esclusivamente alla pittura, ideato dagli artisti Simone Camerlengo e Francesco Alberico. 
In un momento contraddistinto da un grande ritorno alla pittura, Openwork sceglie, con indubbio tempismo, di proporsi come dialogo attivo e continuato sul tema, concentrando le proprie riflessioni sul linguaggio pittorico stesso e sul tempo di creazione.
Forte di un confronto tra pratiche artistiche ed esperienze personali, il primo ciclo di incontri di Openwork si è caratterizzato per un dibattito costruttivo e una determinata attenzione al processo pittorico. Una ricetta vincente, basata su pochi ma essenziali elementi: energie, ascolto, esperienza, dialogo e processo.

Il progetto si è sviluppato attraverso un ciclo di incontri, sette appuntamenti nell’arco di un paio di mesi, da aprile a giugno, cui hanno partecipato sette coppie artista-curatore (Thomas Braida e Lisa Andreani, Matteo Fato e Simone Ciglia, Simone Camerlengo e Francesca Campana, Giulio Saverio Rossi e Saverio Verini, Sergio Sarra e Giuliana Benassi, Andrea Kvas e Giulia Pollicita, Pesce Khete e Cecilia Canziani).La durata degli incontri è stata determinata dal tempo di realizzazione dell’opera (3 giorni) e scandita attraverso talk e incontri con il pubblico, che si avvicina così al processo e alla realizzazione; un aspetto inclusivo fondamentale, che genera valore e permette di allontanarsi dalle dinamiche di un classico “studio visit”.

Che cosa significa fare pittura oggi? Quanto conta il concetto di tempo? E cosa è emerso dal dialogo curatore-artista?
Ce ne parla Simone Camerlengo nell’intervista che segue –

III° appuntamento di OPENWORK, a focus on paintings: M. Fato / S. Ciglia; Matteo Fato a lavoro; SenzaBagno, Pescara, 2019 (ph. Andrea Joppas)

Irene Sofia Comi: Oltre ad essere un focus sulla pittura, il progetto esprime una volontà ben precisa: “osservare questa pratica nel tempo del suo sviluppo”. Che valore attribuite al tempo?

Simone Camerlengo: Parlare e focalizzarsi sulla fase di sviluppo dell’opera, sul processo creativo, e quindi spostare l’attenzione dall’opera d’arte compiuta ed integra, ha di per sé a che fare con il “fattore tempo”. Tempo legato ad un fare pratico, tempo legato ad uno spazio reale, quello dello studio, inteso come luogo mentale e fisico. Mi interessava vedere e rendere fruibile questo tempo fatto di pause, azioni e ricerca. Nello studio emergono per forza di cose fattori come l’attitudine dell’artista, il metodo, il lavoro, la pratica pittorica, la sperimentazione, il carattere… l’aspetto umano.

Con Openwork questo tempo diventa accessibile ad un pubblico, si “apre” e permette al fruitore di avere un rapporto intimo e profondo con il lavoro dell’artista. Un tempo per conoscersi, per scambiarsi opinioni, per approfondire una ricerca, osservare questa pratica (la pittura) e mettersi in gioco sotto tutti i punti di vista…

ISC: Come è nata l’idea di questo progetto? Restituire attenzione al tempo, al processo e al dialogo con un curatore è un’esigenza che avete sentito per primi nella vostra esperienza come artisti? 

SC: Tutto nasce dalla mia esigenza di esplorare la figura dell’artista come individuo, tralasciando l’opera d’arte ultimata, per capire quali (se ci sono) siano le caratteristiche che lo identificano come tale. In occasione della mia tesi di Laurea Specialistica ho approfondito a livello teorica queste riflessioni, prendendo in analisi caratteristiche come il processo creativo, il metodo e l’etica che esiste dietro al lavoro, ponendo sempre l’attenzione sul medium da me prediletto: la pittura. Nella storia dell’arte ho sempre visto le opere come porte che si aprivano, che mi invitavano ad entrare nella sfera intima dell’artista. In questa occasione, piuttosto che l’opera finita è Openwork stesso che vuole svolgere il ruolo di porta. Diventa anzi un portone spalancato, dove il contatto con gli aspetti più intimi è diretto.

Sicuramente per noi l’esigenza è quella di vivere l’arte in un’ottica più aperta e dinamica, dove lo scambio, il dialogo sul lavoro, la ricerca in senso etico ed il confronto, ci aiutano a tenerci vivi e a tenere vivo quello che facciamo. In un contesto come quello pescarese, che è provinciale e per questo fertile, e meno contaminato da mode e stereotipi, ci sentiamo spinti verso una maggiore libertà e sperimentazione.

I° appuntamento di OPENWORK, a focus on paintings: T. Braida / L. Andreani; Thomas Braida a lavoro; SenzaBagno, Pescara, 2019 (ph. Andrea Joppas)

ISC: Che rapporto avete con le personalità invitate? Pensando a chi coinvolgere nel progetto, che tipo di scelte avete fatto? Avete seguito un criterio specifico nell’associare un certo curatore a un certo artista?

SC: Per la selezione degli artisti e dei curatori mi sono basato sul mio istinto, partendo da personalità che mi interessava conoscere in prima persona, sia in merito alla pratica artistica che a livello umano.

ISC: E in merito ai curatori? Vale lo stesso principio?

SC: La scelta di affiancare un curatore ha aiutato a rendere il progetto più strutturato, meno legato ad un’idea performativa di “artista al lavoro”, coscienti del fatto che il curatore, come figura, potesse apportare un senso dialogico, di scambio e studio. Un supporto “teorico” che desse inizio, con una chiave di lettura personale, ad un concatenarsi di spunti su cui poter dibattere e ragionare. Alla base di tutto, nel progetto, c’è la volontà di creare nuove connessioni fra la realtà che viviamo (Pescara) e altri contesti. Anche per le personalità coinvolte è stato così: nella maggior parte dei casi ho accostato artisti e curatori che non avessero mai lavorato insieme, creando occasioni per conoscersi e mettersi a “nudo”.

ISC: L’edizione è appena terminata: raccogliendo le idee, la vostra percezione del concetto di tempo e di processualità è cambiata rispetto a qualche mese fa?

SC: A progetto concluso direi che mi ha arricchito molto l’aver partecipato ed assistito al processo creativo di altri artisti e aver compreso come questi vivono il tempo della pratica; riscontrare questo arricchimento nel pubblico e nelle persone coinvolte diventa ancor più gratificante. Si è generata una forma non cristallizzata, un materiale fluido che è ancora in divenire…

ISC: La finalità dei sette appuntamenti con i curatori è stata anche quella di produrre contenuti che non fossero solo chiavi di lettura delle singole pratiche artistiche, ma che parlassero anche della pittura come linguaggio, cosa è emerso? 

SC: Questi appuntamenti hanno aperto svariati momenti di riflessione, personali o condivisi. I momenti di talk fra curatore e artista, che facevano da chiusa per ogni appuntamento, sono stati utili nel dare al pubblico una visione “teorica” della ricerca di ogni artista; ancor più avvincente è stata la continua interazione nel quotidiano dialogo e confronto avvenuto durante ogni appuntamento. Si è parlato di questo ritorno prepotente della pittura nel panorama artistico italiano, e allo stesso tempo di quanto sia difficile oggi individuare punti di riferimento concreti e duraturi. Tutto è sempre più “galleggiante” e passeggero, ma il nostro tentativo si muove in una direzione opposta: trattare le cose con cura e profondità. È difficile riassumere cosa è emerso in due righe, o tentare di trarre delle conclusioni definitive. I momenti di talk sono stati lunghi e intensi, aprendo a volte dibattiti che andavano avanti per ore…

III° appuntamento di OPENWORK, a focus on paintings: M. Fato / S. Ciglia; Matteo Fato, studio view; SenzaBagno, Pescara, 2019 (ph. Andrea Joppas)

ISC: Come si sono sposati i momenti più intimi di creazione e di dialogo artista-curatore, con quelli di apertura al pubblico? Sono nati momenti di arricchimento anche grazie a stimoli e dialoghi provenienti dall’esterno? Mi piacerebbe mi raccontaste qualche aneddoto, se ne ricordate!

SC: Quando pensiamo all’intervento del pubblico come un intervento dall’esterno, forse si crea un fraintendimento. Innanzitutto c’erano tanti amici artisti, musicisti, curatori, etc… La maggior parte dei quali ha partecipato con continuità: si pranzava e cenava tutti insieme ed erano presenti nelle fasi di lavoro, ci hanno aiutato negli spostamenti o a comprare un rotolo di scotch, un pennello o della carta. Questo clima ha portato tutti quanti a parlare senza peli sulla lingua nei momenti “ufficiali”, c’era già una confidenza personale.
Tra le persone che sono state presenti mi piacerebbe ricordare: Bruna Esposito, Angelo Mosca, Rashid Uri, Lorenzo Kamerlengo, Daniela Pietranico, Lucia Cantò, Giorgia Iezzi, Piero Giancristofaro, Ivan D’Alberto, Andrea Joppas, Eliano Serafini, Luigi Camerlengo, Marco Leonzio, Gianluca Ragni, Chiara Druda.

Per quando riguarda gli aneddoti riporto un momento trascorso con Sergio Sarra: io e lui eravamo in studio, in orario di chiusura; mentre si parlava di tennis, noi “spettatori” ci accorgemmo che gli occhi di Sarra erano fissi sui lavori. D’un tratto, mentre si continuava a dialogare, con lo stupore ci chiese: “posso fare una linea”…

ISC: Pensate di riproporre questo progetto o si è trattato di un’edizione unica? 

SC: Pur concependo SenzaBagno come uno studio a tutti gli effetti, visti i risultati che ha portato questa prima edizione, il discorso di Openwork rimarrà aperto. Stiamo già mettendo le basi per un secondo ciclo di appuntamenti, #staytuned.

Studio view; SenzaBagno, Pescara, 2019 (ph. Pierluigi Fabrizio)
VI° appuntamento di OPENWORK, a focus on paintings: A. Kvas / G. Pollicita; Andrea Kvas a lavoro con il pubblico; SenzaBagno, Pescara, 2019 (ph. Andrea Joppas)