Olivia Vighi, veduta dell’installazione, il gioco del rovescio, Spazio LATO, Prato

Testo di Špela Zidar —

Il gioco del rovescio a cura di Alberto Mugnaini è la recente mostra personale che l’artista Olivia Vighi ha presentato presso Spazio LATO a Prato. La mostra rappresenta una ricerca profonda nella concezione ed essenza di un medium artistico. Il lavoro di Olivia appare sottile, misurato anche se nel processo della creazione l’artista ricorre a gesti distruttivi, tagli quasi dissacranti del lavoro originale/primario che servono all’artista per poi creare le sue opere. Questo processo parte dalla scrittura per arrivare alla pittura, alla sua distruzione, quindi digitalizzazione, elaborazione e finalmente la ricomposizione e stampa. I lavori così creati ci accompagnano in un curioso viaggio dove i medium artistici si creano e scompongono per poi ricrearsi.

Špela Zidar: Quello che mi ha incuriosito al primo sguardo era l’impossibilità di definire il medium delle tue opere, stampate come fotografia, ma con la disposizione e la texture che rimandano alla pittura, anche perché è dalla pittura che parti, vero? Come sviluppi il tuo lavoro?  Ti definisci sempre una pittrice?

Olivia Vighi: La pittura è l’inizio del mio lavoro; cambio il suo aspetto, o più precisamente, la sua “dimensione” per poterne ridefinire il linguaggio stesso. Non si tratta di compiere un semplice spostamento di superficie, al contrario si vuole investire la superficie stessa del ruolo di nuovo contenitore unico; una specie di telescopio attraverso il quale è possibile vedere e leggere l’immagine. Metto in atto un processo univoco in grado di sottoporre la visione in altri termini e così, cominciando con la pittura su tela, procedo con il taglio utile all’ acquisizione dell’immagine nella fase finale. Per quanto riguarda la definizione di pittrice l’ho sempre trovata riduttiva, seppur opportuna, delimita una pratica che corrisponde in parte al mio fare. 

ŠZ: Il tuo è un processo di analisi, ricerca e sperimentazione lungo e meticoloso. Quando hai sentito il bisogno di allontanarti dall’univocità della tua pittura astratta e gestuale? Come è avvenuto questo distacco?

OV: In realtà non mi sono mai allontanata, non posso rinunciare né alla forma astratta né al gesto. Con una buona dose di testardaggine perseguo un processo analitico difficile da compiere, soprattutto in relazione al gesto e alla sua potenziale fascinazione. Il distacco è apparente, in tutto il processo le forme rimangono tali, solo in me resta la memoria di una pittura su tela; la parte materica infatti andrà a perdersi per una necessaria trasformazione e le conseguenti riflessioni sono sottoposte alla continua visione del linguaggio pittorico. La teoria è stata fondamentale in tutto questo, infatti lo scrivere, che per alcuni periodi ha sostituito l’azione, mi ha permesso di prendere distanza dalla pratica e di pensare alle parti “invisibili” del linguaggio.

Olivia Vighi, stampa su carta cotone, veduta dell’installazione, il gioco del rovescio, Spazio LATO, Prato
Olivia Vighi, stampa su carta cotone, veduta dell’installazione, il gioco del rovescio, Spazio LATO, Prato

ŠZ: Parti quindi dalla pittura su tela non intelaiata che poi viene tagliata. Il taglio, gesto molto noto nella storia dell’arte, in questo caso non solamente altera, danneggia, ma distrugge permanentemente la tela che poi come tale non esiste più. Il classico significato dell’opera d’arte pittorica è sicuramente anche la sua materiale unicità. Come ti fa sentire distruggere comunque un’opera d’arte originale?

OV: Mi fa sentire meravigliosamente! In realtà la distruzione, per quanto in questo caso sia inevitabile per la sua trasformazione, conduce ad una perdita, di cui accennavo prima in merito al suo aspetto materico; si tratta del colore nel dettaglio e nella totalità dell’immagine. Quando dipingo ho il controllo di come cambieranno le relazioni delle forme in base ad un successivo ribaltamento cromatico ma il suo aspetto finale cambia alcune mie aspettative. Dipingere è la ricerca di un dibattito, una tavola rotonda tra le forme per individuare delle identità e perpetuare l’attesa di un’inevitabile giudizio, l’abbandono dell’immagine dipinta ritarda la discussione in atto e le soluzioni vengono sospese per essere transcodificate ad altre considerazioni.

ŠZ: Durante il processo di digitalizzazione avviene la ricostruzione di una nuova opera, con una nuova forma. Ma non ti fermi qui, inverti anche i colori. Come mai questo gioco del rovescio?

OV: Il gioco del rovescio è un processo fondamentale; per creare le condizioni di una nuova forma è necessario cambiare il modus operandi per permettere alla stessa forma di mostrarsi in altro modo, con altre regole. Le prime considerazioni devono essere fatte all’atto del dipingere, alle peculiarità e ai limiti che lo determinano. La pittura si palesa in ogni gesto ed il colore alimenta nuova relazione e nuove possibilità di forme, il tutto accompagnato ad un piacere estetico dal quale è difficile sottrarsi. Procedere per sottrazione quindi; rinunciare in parte alla visione e considerare le ipotesi, sono la direzione della mia ricerca. L’esplorazione ad “occhi chiusi” deve essere fatta primariamente con il colore, il suo utilizzo in forma negativa costituirà logiche diverse di lavoro e come in un ribaltamento, alla stampa il compito di convertire una realtà precedente.

ŠZ: Nelle opere più recenti hai deciso di lasciare visibili i margini dei pezzi di tela tagliati e poi ricostruiti, in più, il colore viene a mancare e le superfici diventano sempre più bianche e nere. Hai sentito il bisogno di svelare il tuo processo creativo? Questa “semplificazione” ti permette di gestire meglio la sua essenza?

OV: Si è stato fondamentale, il processo di lavoro si costituisce di dettagli, di intuizioni e di cambiamenti che non possono essere tralasciati. Il supporto finale nel quale è trascritta la forma non è documentazione bensì testimonianza di un’azione di rottura, così ci si trova di fronte ad una non-oggettività della pittura, amplificata allo stesso tempo in tutte le sue caratteristiche. I passaggi di un processo di elaborazione, di una direzione e di una memoria precedente devono essere tracce visibili nel nuovo medium, considerando le peculiarità di quest’ultimo che diventa soggetto di un’intenzione. Gli spazi bianchi della stampa sono quindi lo scarto, l’errore, la corrispondenza di un percorso attuato. In questo esercizio, la semplificazione di una forma penso possa trasmettere le soli ragioni della forma stessa e oltrepassarla è la sua essenza.

Olivia Vighi, veduta dell’installazione, il gioco del rovescio, Spazio LATO, Prato
Olivia Vighi, stampa su carta cotone, veduta dell’installazione, il gioco del rovescio, Spazio LATO, Prato