Caleb Considine, Courtesy VAVA, Photos Alessandro Zambianchi
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Magari è un perfezionista che, citando Bouvard et Pécuchet (Gustave Flaubert)*, vuol farci intendere che l’essenza della sua opere è, come il diavolo, nei dettagli. O nella maniacale attitudine di sviscerare un medium come la pittura. O, ancora, nel tentare tante vie, fare molte esperienze,   provare nuove tecniche, per tornare alla vecchia maniera… 
Sacrosanta e indicibile, della pittura in questo angolo di mondo (qs blog), si è parlato un pò, scatenando ire più o meno funeste o presunte tali di alcuni.
La mostra di Caleb Considine ( 1982, Los Angeles) nello spazio VAVA (Piazza Lavater) è strana. L’impressione, se ignari, è quella di visitare una mostra di pittura di 3 artisti differenti: chi maniacale virtuoso, chi artista concettuale che usa e sfrutta la pittura per suo e nostro diletto, chi, invece, si lascia guidare dal gesto per creare forme. Caleb condensa tre anime – ma potrebbero anche essere di più – per dar prova di quanto la sua pittura posso ancora raccontare il mistero (irrisolto) delle immagini. Le circuisce, le viviseziona, le accenna, le ricopia, le abbandona incompiute, le cesella: l’artista assapore e si gode l’amorevole ossessione del creare delle immagini con tutta la lentezza che la società contemporanea sembra non tollerare. Il suo è un operare lento e metodico.
Le sue tele, tutte assieme, scivolano come un pesciolino in acque tranquille. Mi racconta Federico Vavassori che Caleb ha scelto per l’invito l’immagine di un pesce da poco scoperto che ha visto sul National Geographic. Il pesce  – metafora del lavoro dell’artista – ha la calotta cranica trasparente, si vede in pratica il cervello. L’artista si presenta dunque così. Non cerebrale, non astruso, non fumoso. Limpidezza dunque.
“Like many artists its hard for me to have much distance from my own work.  I can say that I consider the ostensible subjects of the paintings to be plucked from an absent narrative, itself a cipher for the process of their own making.  These two narrative structures – the mise en scene of the image and the signs of facture embedded across the surface of the object, their maker slowly adjusting and repainting after successive obliterations – I posit as coterminous fictions.”
Poche righe dell’artista sul suo lavoro.
* Era in preda a dubbi: perchè se i mediocri (come vuole Longino) sono incapaci di errori, e questi sono tipici dei maestri, dovremmo ammirarli? Questo è troppo! Ma i maestri sono i maestri! Avrebbe voluto conciliare le teorie con le opere, i critici con i poeti, cogliere l’essenza del bello; simpegnò a tal punto in questi problemi da rovinarsi il fegato. Ci guadagnò un’itterizia. 
Gustave Flaubert, Bouvard et Pécuchet, 1881
Caleb Considine e Federico Vavassori