Testo di Carmen Stolfi

“I have created an art after my own heart. I have created it with my eyes open to the wonders of the visible world” scriveva Odilon Redon, lui che, simbolista, rifiutava il quotidiano in favore del fantastico, del sogno, dell’immaginazione; lui che offriva ai soggetti delle opere di Charles Baudelaire e Edgar Allan Poe visioni e atmosfere surreali e popolate da mostri, teste fluttuanti e creature ibride. Un’operazione simile, perché di arte e letteratura si parla, ma inversa, è quella compiuta dalla galleria OttoZoo di Milano in collaborazione con Ilaria Gianni. Quattro incontri, quattro dialoghi o ‘reazioni’ di scrittori a confronto con opere d’arte.

Per il primo episodio, Sebastiano Mauri ha esposto nelle vetrine dell’ Hotel Locarno di Roma le installazioni della serie Gods Versus Aliens (2013) interpretate liberamente da Elena Stancanelli in un testo site-specific, evocante creature indefinite, inquiete, disturbate in atmosfere simil-dantesche. Così Sebastiano Mauri racconta le dinamiche del dialogo tran-slinguistico con Elena Stancanelli all’Hotel Locarno di Roma, fino al 15 dicembre.

Carmen Stolfi: Cosa significa per te dialogo?

Sebastiano Mauri: In questo caso si tratta di un dialogo trans-linguistico. Elena Stancanelli ha risposto con la prosa a una domanda posta sotto forma di sculture. Il risultato è ciò che si può vedere in mostra. Un dialogo leggermente schizofrenico, ma proprio per questo inaspettato, e, spero, suggestivo.

C.S.: In che modo le opere di Sebastiano Mauri dialogano con i testi di Elena Stancanelli?

S.M.: Il testo di Elena è stato creato appositamente, è la sua ‘reazione’ alle mie opere in mostra. Un nesso più diretto è impossibile direi.

C.S.: Conoscevate già il lavoro l’uno dell’altro?

S.M.: Sì, ma era la prima volta che abbiamo collaborato a un progetto insieme. È stato un esperimento, non sapevamo cosa ne sarebbe scaturito, sono molto contento del risultato.

C.S.: Sebastiano, quale sarebbe una citazione che descrive meglio la serie Gods Versus Aliens (2013)?

S.M.: “Sono famiglie. Parlate piano. Chiedete loro quello che volete – uno alla volta – piano. Loro rispondono. Ma nessuno li sente. Tranne me. Io li sento – ogni tanto.”

C.S.: Che valore attribuisci al potere evocativo delle parole e delle immagini? Quanto è rilevante il potere dell’associazione mentale nel lavoro creativo?

S.M.: Il potere evocativo delle immagini è fondamentale. Il linguaggio visivo è proprio dell’emisfero destro del cervello, che sa analizzare immagini molto complesse fornendone una lettura emotiva istantanea. L’emisfero destro lavora per associazione mentale. Senza di essa, usando solo i mezzi dell’analitico emisfero sinistro, ridurremmo un’opera a una bieca serie di forme, colori, materiali, o intenzioni e messaggi.

C.S.: Secondo te, può esserci il rischio di un’interpretazione troppo didascalica delle opere esposte “lette” attraverso le parole e i pensieri degli autori selezionati?

È un rischio che si corre ogni volta che si traduce in parole un’opera visiva o musicale o performativa che sia. La trappola numero uno di qualunque critico. In questo caso Ilaria Gianni, che ha curato il progetto, ha pensato di coinvolgere degli autori, oltre che per la lunga tradizione letteraria dell’Hotel Locarno, anche per sperimentare diversi modi di approcciare l’arte contemporanea. Se il rischio di essere didascalici c’è, Elena Stancanelli lo ha abilmente aggirato. Il suo testo ha offerto una lettura che ha sorpreso anche me, è suggestivo, poetico, un’opera a se stante.  

C.S.: Parliamo del format di questo progetto espositivo: ritenete che l’ibridazione dei campi creativi, in questo caso dell’arte contemporanea e della letteratura, possa rappresentare una nuova frontiera dell’exhibition-making? O che la letteratura possa veicolare il messaggio dell’arte contemporanea considerata sempre più aliena e di difficile comprensione?

S.M.: L’arte contemporanea deve preoccuparsi di comunicare ciò che vuole comunicare senza dover ricorrere a mezzi che siano estranei all’opera. Un lavoro ben riuscito pone una domanda, insinua un dubbio, comunica un’emozione o un’idea, in un dialogo diretto con i suoi spettatori. Se l’arte contemporanea è sempre di più difficile comprensione, allora non fa bene il suo lavoro. Detto questo, ogni tipo di ibridazione sperimentale è interessante in quanto può portare a qualcosa di nuovo, o per dirla con Darwin, a un miglioramento, dell’atto comunicativo in questo caso.

? Comunicato Stampa O.Z.

Sebastiano Mauri,   Gods Versus Aliens,   2013 Mixed Media – 55x30x65 cm. Courtesy OTTO ZOO. Photo Credit: Davide Aichino

Sebastiano Mauri, Gods Versus Aliens, 2013 Mixed Media – 55x30x65 cm. Courtesy OTTO ZOO. Photo Credit: Davide Aichino

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O.Z.

Primo episodio: Sebastiano Mauri – Elena Stancanelli / 28 ottobre-15 dicembre 2013

Io ti prego.
Prego il tuo dio il mio nessun dio, prego il tuo io e il mio.
Per non perdere la mia fede e la tua, la conservo.
Così la preservo, e poi la espongo.
Dentro queste campane.
Espongo la mia fede dentro le campane.
Espongo questa gente piccola, spaventosa, blu
dentro le campane di vetro.
Chi sono?
Sono famiglie.
Fatte di gente piccola, spaventosa
diversi uno dall’altro
fratelli, madri, padri, sorelle
sono famiglie.
Gridano, ma nessuno li sente.
Tranne me. Io li sento.
Per questo li tengo in un posto dove li conservo, li preservo, li espongo dove non posso sentirli anche se gridano.
Prima, quando ero piccolo, ogni tanto li liberavo.
Li tenevo liberi nella stanza per un po’, nel mondo.
Ma alcuni li perdevo, altri si rompevano, e poi li sentivo gridare.
Non riuscivo ad addomesticarli, a spiegar loro che non dovevano perdersi, rompersi e soprattutto non dovevano gridare.
Sono famiglie.
Parlate piano.
Chiedete loro quello che volete
uno alla volta
piano.
Loro rispondono.
Ma nessuno li sente.
Tranne me. Io li sento
ogni tanto.

Elena Stancanelli