Nine Film Endings

Una riflessione su uno spettro di questioni che toccano, da vicino, i tempi contemporanei. Nine Film Endings, la rassegna organizzata da Francesco Tenaglia negli spazi di Marsèlleria (via privata Rezia 2), si ‘consuma’ al buio nella giornata di mercoledì 13 settembre dalle 19 alle 22.
All’ombra di una scena che ha del mitico, le musiche originali di Mark Fell, Heroin in Tahiti, James Leyland Kirby, Will Long, Abul Mogard, Panoram, Akira Rabelais, Claude Speeed, Telespazio. (Editing di Marcello Tacconelli)

Per comprendere meglio le scelte che hanno generato questo progetto, abbiamo posto alcune domande a Francesco Tenaglia —

ATP: Introduci il progetto citando la controversa gestazione della colonna sonora del film Zabriskie Point (1970) di Michelangelo Antonioni. Immagino che sia lo stimolo iniziale da cui è scaturito “Nine Film Endings”. Mi racconti com’è nato e si è sviluppato il progetto?

Francesco Tenaglia: Antonioni ha lavorato con musicisti di calibro inseguendo l’idea di “colonna sonora perfetta” per la pellicola. Motivo di frustrazioni per i Pink Floyd, ad esempio, che tentarono di adattarsi per settimane a indicazioni genericissime, rinchiusi in uno studio romano per un lavoro per cui bastava qualche giorno e di una scazzottata, così si dice, con John Fahey. Con altri personaggi coinvolti non andò meglio: Antonioni rifiutò la maggior parte delle registrazioni. All’uscita del film, il regista scoprì che la MGM aveva inserito nel finale, a sua insaputa, un brano dal proprio catalogo – “So Young” di Roy Orbison – guastando la faticosa ricerca.
Nine Film Endings è soprattutto rievocazione di quel momento, della sala in cui l’autore prende coscienza dell’inganno. Come ogni trauma che si rispetti, prende la forma di scena spettrale che si offre ossessivamente, con qualche variazione, allo sguardo della vittima. In secondo luogo Nine Film Endings è estensione di un formato industriale tramontante: la compilation. Il tentativo di immaginarne una forma di un supporto fonografico in uno spazio e in un tempo circoscritti; una colonna sonora – in forma di proiezione – interamente composta di brani alternativi a “So Young” che ho commissionato a compositori che stimo, che ritenevo adatti e, in qualche modo, complementari. Il formato è cruciale: il modo di fruizione che implica; le durate; gli slittamenti di senso che gli artisti disvelano gradualmente; il minimalismo e la ripetizione.

ATP: Mitica, fortemente iconografica, citata e amata da generazioni, la scena finale di Zabriskie Point è tra i momenti più alti – e radicali – della cinematografia del secolo scorso. Non è stato arduo per i nove artisti selezionati confrontarsi con un minuto cinematografico così denso?

FT: Molti pensano all’esplosione della casa di Lloyd Wright come finale, in verità “So Young” attacca quando la protagonista entra in un’automobile e si allontana nel tramonto. Un momento idilliaco, qualcuno direbbe didascalico o kitsch. La canzone si svolge perlopiù oltre il “The End”, su nero. Non so se sia stato difficile per gli artisti: in ogni caso, sarà stato d’aiuto il fatto che di essere stati invitati a immaginare l’inganno a un inganno. Naturalmente, apprezzo Antonioni, ma non è tra i miei registi preferiti, inoltre Zabriskie Point non è tra i suoi film che amo di più: non è un tributo quindi, non m’interessa prendere in considerazione la sua posizione all’interno di un canone cinematografico.
Uso la vicenda, quindi la ricerca di Antonioni e l’intrusione finale della MGM, come innesco formale per mettere in scena, come si diceva, lo scimmiottamento di un formato discografico: un contenitore di variazioni possibili, potenzialmente infinite, sulla “fine”. È interessante l’aspetto radicale del film – come giustamente noti – perché qui, in modo più aperto che in altre occasioni, Antonioni stigmatizza il consumismo, l’omologazione, la colonizzazione delle nostre vite per azione della pubblicità; quindi l’incidente con la MGM può aprire, in modo quasi caricaturale, considerazioni sulla relazione tra le idee di espressione di sé e le precondizioni “strutturali”, produttive e distributive, dei mestieri culturali: mi interessa che Nine Film Endings sia, nel suo piccolo, un formato reso possibile, o ispirato a questa dinamica così stilizzata, leggibile e “romantica” tra creatività e mercato, che normalmente trovano equilibri negoziali meno esplosivi.
In generale, il discorso sulla radicalità è, fortunatamente, vivo: la domanda “cosa significa fare arte politica?” resta aperta. Alcune pratiche alludono a forme di attivismo del passato prossimo (l’impiego di certi reticolati di riferimenti, di modalità produttive: collaborative, pedagogiche o di archeologia culturale) senza necessariamente essere radicali, anzi spesso hanno una funzione consolatoria, cosmetica. Per contro, s’incontrano altrettante riflessioni, autori e lavori che – a livello più o meno mainstream, parlando a pubblici più o meno grandi, in un club o in una galleria –ci offrono la possibilità di uno sguardo alternativo sullo stato delle cose.

ATP: Che sviluppi avrà Nine Film Endings?

FT: Sarebbe bello fare un disco, ma bisognerebbe prima parlarne con gli artisti, forse invitarne altri. Non c’è fretta, d’altronde Antonioni ci ha messo due anni a mettere insieme la sua colonna sonora.