Nicola Gobbetto, Filler, installation view – Dimora Artica, Milano 2020

Nell’epoca di Narciso, l’apparenza domina imponendo la legge della popolarità, del successo e della bellezza. In un eterno presente scandito dalla stagionalità delle tendenze e dai canoni omologanti che dettano istruzioni per perfezioni fittizie, la fisicità dei corpi si dissolve progressivamente nella sovraesposizione di solitudini connesse e le relazioni, sempre più disincarnate, vivono nella seduzione autoreferenziale dei selfie.

Nicola Gobbetto – nella sua personale Filler ospitata da Dimora Artica fino al 10 giugno – riflette sull’ambiguità di queste dinamiche relazionali, sempre più dislocate in remoto, e lo fa con una sorprendete rilettura di uno dei capolavori più “misteriosi” della nostra tradizione pittorica, La tempesta di Giorgione. L’arte è il riflesso della realtà e parla attraverso i secoli: così il dipinto diventa la metafora dell’isolamento contemporaneo, dell’impossibilità della comunicazione e della difficoltà dei rapporti. L’artista mette letteralmente in scena il quadro, trasformando le figure  in elementi stilizzati e il paesaggio in un interno che rimanda a una palestra: sculture tubolari ergonomiche come attrezzi ginnici alludono a organi genitali maschili e femminili, entità separate da un tappetino azzurro che riporta l’alfabeto iconico familiare delle chat di incontri.

Nicola Gobbetto, Filler, installation view – Dimora Artica, Milano 2020

Il neon alla parete di fondo non ha più nulla della minaccia tempestosa del fulmine e diventa un’insegna luminosa pop vista attraverso le veneziane abbassate della propria stanza. Alle pareti le riproduzioni di statue antiche, le cui lacune sono illusoriamente riparare da vistosi cerotti sono ridimensionate a modelli non più ideali ma raggiungibili di una bellezza pret-à-porter alle quali fa eco l’elegante scultura al centro della scena – riedizione della doppia colonna monca giorgioniana – che elabora i nomi degli eterni elisir di giovinezza a buon mercato, botox e filler.

Un teatro asettico e artificiale dove manca il pulsare organico del corpo nella sua umana imperfezione, evocato ma di fatto ridotto a “una cosa che sente e un sentirsi una cosa senziente” come scriveva Mario Perniola (Sex appeal dell’inorganico,1994), apparentemente teso verso l’altro, ma di fatto ripiegato su se stesso, sospeso in un puro desiderio, inappagato e inappagabile.

Nicola Gobbetto, Filler, installation view – Dimora Artica, Milano 2020