New Photography | Conversazione con Tomaso Clavarino

"Mi piace sperimentare, mi piace usare linguaggi diversi, estetiche diverse, non voglio essere ingabbiato in categorie e pattern predefiniti, mi piace cambiare, mettermi in gioco, seguire l’istinto, e mi annoio molto facilmente, e forse è anche per questo che ogni tanto mi butto in cose nuove, che non conosco..."
4 Gennaio 2021
Ballad of Woods and Wounds – Book Cover – Authors Tomaso Clavarino – Patrizio Anastasi – 2020 – published by StudioFaganel
Tomaso Clavarino – Ballad of Woods and Wounds #2 – 2020 – courtesy StudioFaganel

Sara Benaglia + Mauro Zanchi: Ballad of Woods and Wounds è una sorta di ballata campestre sospesa nel tempo e nello spazio,  una narrazione personale  che si rivolge alle tue radici, ai luoghi dell’infanzia, all’intimità affettiva. Rispetto ai lavori precedenti, come hai tradotto in forma questa esperienza più familiare?

Tomaso Clavarino: Come avrete avuto modo di vedere, il mio lavoro e la mia ricerca fotografica sono piuttosto eterogenei e non seguono dei binari ben definiti. Mi piace sperimentare, mi piace usare linguaggi diversi, estetiche diverse, non voglio essere ingabbiato in categorie e pattern predefiniti, mi piace cambiare, mettermi in gioco, seguire l’istinto, e mi annoio molto facilmente, e forse è anche per questo che ogni tanto mi butto in cose nuove, che non conosco, come è stato con il cinema. BOWAW nasce un po’ così, istintivamente. Durante il lockdown primaverile mi sono trovato a passare il tempo nella casa dei miei genitori, immersa nei boschi del Monferrato, in Piemonte. Un luogo al quale sono molto legato ma dal quale mi ero allontanato negli anni. Il tutto in un periodo piuttosto particolare della mia vita, con la notizia della gravidanza della mia compagna e la perdita di una persona a noi molto cara. Ho pensato quindi, nemmeno molto razionalmente, di provare a raccontare quello che mi circondava in un momento così carico di tensione, e per la prima volta di scavare fotograficamente nella mia intimità e nel mio spazio personale, una cosa che prima di quel momento non mi aveva mai interessato o incuriosito. Piano piano mi sono accorto che stava venendo fuori un lavoro interessante, che davvero stavo riuscendo a raccontare di me, di quello che stavo vivendo, di chi mi stava intorno, delle mie radici, e che la cosa non mi metteva nemmeno troppo a disagio. Ho cercato di dare vita a un lavoro intimo, che potesse far immergere chi lo vede in una realtà altra, quasi bucolica seppur carica di tensione emotiva. Ho pensato a una ballata perché mentre sviluppavo il lavoro avevo in testa una colonna sonora, cosa che non mi era mai capitato prima di quel momento, che suonava Kurt Vile e i War on Drugs, Ty Segall e Cass McCombs. 

SB+MZ: Come hai costruito e strutturato il tuo libro più recente, Ballad of Woods and Wounds (2020), in collaborazione con  studiofaganel e Patrizio Anastasi?

TC: Patrizio è un amico, oltre che un illustratore che apprezzo molto. Anche lui si è trovato a passare il lockdown primaverile in una casa di campagna nel Roero, sempre in Piemonte e sempre immersa nei boschi. Come me, ma spinto da motivazioni diverse, ha iniziato a camminare in questi boschi e per i sentieri vicino a Vezza d’Alba con un taccuino in mano, disegnando e annotando una serie di sensazioni che in quel momento si trovava a vivere, ragionando sul tempo sospeso che si stava vivendo e sul concetto di limite. Una volta terminato il lockdown ci siamo visti, abbiamo parlato, gli ho fatto vedere le mie fotografie, lui mi ha fatto vedere i suoi disegni, e subito abbiamo pensato di provare a farli dialogare in una pubblicazione. Anche in questo caso è stato un qualcosa di molto istintivo. Abbiamo visto che funzionava, che i due elementi, seppur così diversi, si integravano bene uno con l’altro, si parlavano, erano quasi complementari. Abbiamo fatto vedere una bozza del dummy a studiofaganel, che oltre ad essere editore, è la galleria che mi rappresenta. Il progetto gli è piaciuto, ci hanno creduto, e siamo usciti ora con il libro. 

SB+MZ: Nel progetto Padanistan, cosa è sortito dall’indagine visiva sull’identità di un luogo e delle sue comunità, in un territorio ricco di contraddizioni?

TC: Padanistan è un lavoro nato circa tre anni fa, dopo aver chiuso il progetto Confiteor, che aveva assorbito molte delle mie energie, soprattutto mentali. Avevo bisogno, molto semplicemente, di ritornare a provare il piacere di fotografare. E di farlo con leggerezza, senza troppi schemi. Ho iniziato quindi a viaggiare lungo la strada statale Padana Superiore, tra Torino e Venezia, con l’intento da un lato di conoscere meglio una zona dell’Italia che mi appartiene, perché vi sono nato, ma con la quale ho sempre avuto poco da spartire, e dall’altro di cercare di dare vita a un lavoro che, pur confrontandosi con una tema, quello del paesaggio nord italiano già analizzato numerose volte in ambito fotografico, lo potesse fare in maniera personale. È nato così Padanistan, che può essere letto come un lungo road trip di tre anni, nel quale spazio interiore ed esteriore si confondono, e nel quale ho provato a fare emergere una serie di sensazioni ed emozioni vissute in un lento viaggiare lungo questa strada. In primis c’è un senso di disorientamento che si respira attraversando alcuni luoghi, che dà vita a mio modo di vedere a una sorta di cortocircuito dove passato e futuro si mescolano. Al momento sto lavorando, insieme a Peter Bialobrzeski, al libro tratto da questo lavoro, che avrà anche un intervento testuale dello scrittore Gianluca Didino, che dovrebbe (uso il condizionale perché a causa della mia pigrizia non mi sono ancora messo a cercare un editore) uscire l’anno prossimo in concomitanza, o subito dopo, la mostra che si terrà alla prossima edizione del Festival Cortona on The Move. 

Tomaso Clavarino – Ballad Of Woods and Wounds #1 – 2020 – courtesy Studio Faganel
Tomaso Clavarino – Ballad of Woods and Wounds #8 – 2020 – courtesy StudioFaganel

SB+MZ: Come si possono sondare gli  spazi urbani di un territorio che è identificato e legato anche a una ideologia, a una rappresentazione visiva stereotipata, ai suoi confini ultraregionali, al suo ecosistema, chiuso tra la memoria di un passato industriale e un futuro pieno di incertezze? Cosa ha attirato particolarmente la tua attenzione?

TC: Quello che mi interessava era provare a confrontarmi con un territorio che per decenni è stato percepito come un tutt’uno compatto, coerente, e che invece si è scoperto essere un insieme di frammenti che non hanno nulla a che spartire l’uno con l’altro. Un territorio che a causa del fallimento di un progetto politico è ora in una profonda crisi d’identità. Negli anni la retorica e la narrazione collettiva di questi territori ha fatto emergere una rappresentazione standardizzata, omogenea, quasi inscalfibile, di quella che era, è, o non è mai stata, a seconda dei punti di vista, la Padania. Da questo, oltre che da un’esigenza personale, nasce la necessità di provare a lavorare in questa parte d’Italia, andando a raccontarne le contraddizioni, i limiti, l’atmosfera.

SB+MZ: E l’altra tua serie che ha indagato il territorio italiano, Seduced and Abandoned, cosa ha svelato ulteriormente?

TC: Questa è una serie che mi è stata commissionata da un magazine durante l’inverno 2018-2019, che è stato uno degli inverni più caldi che si siano registrati. È una serie che vuole raccontare gli effetti della crisi climatica sull’industria dello sci alpino, e di conseguenza gli effetti del turismo invernale sul paesaggio alpino. Un tema quanto mai attuale, sviluppato mettendo in evidenza come un certo tipo di industria e un certo tipo di attività non siano più compatibili con il mondo nel quale viviamo. 

SB+MZ: Rispetto a chi partecipò al progetto Viaggio in Italia (1984), a distanza di quasi quarant’anni come si rapporta un fotografo della tua generazione con il paesaggio italiano?

TC: *Viaggio in Italia* rappresenta una cesura netta nel racconto del paesaggio italiano ed è inevitabile che chiunque si trovi, anche a quasi quarant’anni di distanza, a rapportarsi con esso (il paesaggio italiano ndr) debba in qualche modo fare i conti con il peso di quell’esperienza e di quello che da quell’esperienza e da quel lavoro è nato. Credo però che la mia generazione, quella nata intorno agli anni della pubblicazione di *Viaggio in Italia* – io sono del 1986 per dire-, possa, e debba, approcciarsi al tema provando a scardinare un certo tipo di visione e di rappresentazione, che inevitabilmente, a partire da quell’esperienza, si è andata via via stereotipando. L’eredità della “scuola italiana di paesaggio” credo sia presente nei lavori di molti fotografi contemporanei che riflettono sul tema del paesaggio nel nostro paese. Non ci vedo nulla di sbagliato, anzi, penso però che si possa provare, con rispetto e consapevolezza, a intraprendere dei percorsi altri quando ci si trova a doversi rapportare con il paesaggio italiano e la sua identità.

SB+MZ: Il tuo documentario Ghiaccio (2019) dà voce  alle storie di Kebba, James, Edward, Seedia, Lamin e Joseph, ovvero ai sei richiedenti asilo (nati in Gambia e Sierra Leone) ospitati in Val Pellice, che hanno fondato l’Africa First Curling Team, squadra che è stata ammessa al campionato nazionale pur non essendo costituita da cittadini europei. Cosa accade in questa storia? 

TC: Ghiaccio è un documentario che parla di adattamento, di resistenza, di speranza. È la storia di sei giovani richiedenti asilo africani finiti a vivere in alcuni paesi della Val Pellice, nelle Alpi piemontesi. Insieme hanno dato vita a una squadra di curling e hanno partecipato al campionato italiano. Ghiaccio segue per circa due anni la vita di questi ragazzi, le loro difficoltà quotidiane, i loro problemi di adattamento in un ambiente difficile, montano, la monotonia delle loro vite e la loro costante attesa di sapere se potranno rimanere in Italia o dovranno ritornare al loro paese. Sei ragazzi costretti a vivere in un limbo che sono riusciti a dare momentaneamente un senso alla loro vita grazie a uno sport del quale non conoscevano neppure l’esistenza prima di arrivare in questa valle

Tomaso Clavarino – Padanistan #2 – 2019 – Tomaso Clavarino
Tomaso Clavarino – Padanistan #3 – 2018 – Tomaso Clavarino
Tomaso Clavarino – Padanistan #81 – 2017 – Tomaso Clavarino
Tomaso Clavarino – Padanistan #82 – 2019 – Tomaso Clavarino

SB+MZ: Nel tuo documentario il lavoro dei richiedenti asilo e la necessità di imparare e conoscere una nuova lingua innescano altre possibilità per affrontare questioni legali, ottimizzare risorse, e per risolvere grandi e piccoli problemi del quotidiano. Come è stato il passaggio dal linguaggio fotografico a quello filmico? La necessità di prendere nuove misure e risolvere problemi nel passaggio da un linguaggio a un altro cosa ha spostato all’interno della tua ricerca?

TC: Mai prima di questo film mi ero approcciato al cinema, conoscevo poco o nulla di questo mondo per cui è stata una lenta e quotidiana scoperta. Ho studiato, ho imparato, ho sbagliato, ma ho cercato di portare sul set e di far emergere in questo film la mia visione, che è intrinsecamente legata al linguaggio fotografico. Ho provato a creare un’empatia con i protagonisti, mantenendo però quella distanza che caratterizza la maggior parte dei miei lavori fotografici, e allo stesso tempo ho dovuto cedere all’utilizzo, per esempio, delle luci artificiali, uno strumento che non amo e che nella mia pratica fotografica utilizzo di rado. Come tutte le esperienze nuove mi ha lasciato molto: a impostare anche i lavori fotografici in maniera più organica, e, cosa di non poco conto, a rapportarmi nello sviluppo di un progetto con altre figure professionali, una cosa che di rado mi sono trovato a fare nel corso degli anni, essendo abbastanza un lupo solitario in ambito lavorativo.

SB+MZ: Come sarebbe stato il documentario “Ghiaccio” se fosse stato girato dai suoi protagonisti?

TC: Mentre giravamo mi sono posto spesso questa domanda, ne ho parlato con i protagonisti, con i quali c’è sempre stato un rapporto estremamente trasparente e diretto, che è sfociato, con alcuni di loro, in una sincera amicizia. E sono giunto alla conclusione che se fossero stati loro alla regia avrebbero dato decisamente più spazio al lato sportivo della loro storia. Perché per loro il curling è stato una sfida che hanno potuto giocare in prima persona. Il contrario di quella che è la loro vita fuori dal Palazzetto, dove di fatto, da tre anni, non possono disporre, o possono disporre solo in parte, della loro esistenza.

SB+MZ: Che ruolo ha avuto il medium fotografico nell’indagine legata a Confiteor (parola latina che indica la preghiera con cui il penitente confessa le proprie colpe nel rito cattolico latino), lavoro costituito da immagini  e da storie raccontate da alcune persone vittime di abusi e molestie da parte di membri della Chiesa? Perché hai scelto di scavare nei ricordi delle vittime con la fotografia piuttosto che con un documentario? 

TC: Il mezzo fotografico è quello che più mi appartiene, è quello con il quale mi sento più a mio agio, è quello che mi permette di esprimermi al meglio. Il documentario è stato una parentesi nella mia produzione e nella mia vita, da sempre entrambe caratterizzate da una certa istintività. Una parentesi che potrebbe riproporsi, ma chissà quando e chissà come. Ho iniziato a lavorare a Confiteor proprio con l’intenzione di usare la fotografia come strumento di indagine, andando a scavare nei racconti delle vittime e raccogliendo più elementi possibili per poi andare a unirli in una sorta di puzzle. La fotografia mi ha permesso di addentrarmi in questo argomento in punta di piedi, un passo alla volta, dando a ogni singola immagine un peso e una valenza precisa ai fini della narrazione complessiva.

SB+MZ: Cosa è venuto in superficie dopo aver lavorato sull’ambiguità dei luoghi e sulla sensibilità delle persone che hanno subíto abusi e violenze da parte di ecclesiastici?
Come hai risolto un tema così difficile evitando di realizzare immagini che non fossero sensazionalistiche o troppo dirette?

TC: Mi sono avvicinato alla tematica consapevole della sua delicatezza, ed è proprio con delicatezza che ho provato a sviluppare il lavoro fotografico. Ho cercato di mantenere una distanza che mi permettesse di entrare nelle loro storie e nei loro ricordi senza essere troppo invadente, evitando così qualsiasi tipo di sensazionalismo o voyeurismo. Volevo dare vita a un lavoro che sussurrasse, non che urlasse. Il rispetto nei confronti dei soggetti e della loro sensibilità, molto fragile e, per alcuni, piuttosto instabile, è stato un punto fondamentale nel corso di tutti e due gli anni di sviluppo del lavoro.  Sono persone profondamente segnate, con ferite che in molti casi non si sono rimarginate a distanza di decenni e che hanno lasciato segni indelebili sulla loro psiche e nel loro fisico. Ho provato a lavorare in modo quasi schematico, cercando gli elementi giusti per dare vita a una narrazione che potesse avere più livelli di lettura. L’ambiguità dei luoghi diventa fondamentale ai fini dello sviluppo del lavoro perché crea un cortocircuito, andando a gettare un’ombra su luoghi della nostra quotidianità, come un bosco, un parcheggio, un prato, il muro di un oratorio, che nell’immaginario comune sono quanto di più lontano si possa immaginare dalla violenza che invece rappresentano per chi ha vissuto le storie raccontate.

SB+MZ: Il tuo lavoro è servito a sensibilizzare l’opinione pubblica su questo argomento spinosissimo o è stato utile per indirizzare la luce verso nuove prove, così che la giustizia potesse smascherare colpevoli protetti dai potentati religiosi?

TC: Credo, o meglio spero, che il lavoro possa essere servito a sensibilizzare più persone possibile su un tema controverso e difficile da affrontare, soprattutto in Italia. In particolar modo mi fa piacere essere riuscito a portare un argomento come questo in contesti come festival fotografici, gallerie, spazi espositivi, riuscendo, forse, a intercettare un pubblico più ampio ed eterogeneo.

Tomaso Clavarino – Confiteor #1 – 2016 – Tomaso Clavarino
Tomaso Clavarino – Confiteor #2 – 2017 – Tomaso Clavarino
Tomaso Clavarino – Confiteor #3 – 2016 – Tomaso Clavarino
Tomaso Clavarino – Confiteor #4 – 2016 – Tomaso Clavarino

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