Martina Zanin, Untitled, from I Made Them Run Away (2017-19) — Courtesy studiofaganel, Gorizia

Sara Benaglia e Mauro Zanchi intervistano Martina Zanin

Sara Benaglia / Mauro Zanchi: Rinnegato (2016) è un lavoro sulla cancellazione del padre dai propri ricordi e dalla memoria affidata all’album di famiglia e ad altri oggetti visivi casalinghi. Ma il processo che hai adottato è comunque conservativo e non distruttivo. Quanto è importante la tua storia personale nel tuo lavoro?

Martina Zanin: La mia storia personale, soprattutto parte della mia infanzia, è una continua ispirazione. Ho un forte rapporto con il passato e la memoria, metto da parte tutto ciò che posso per paura di dimenticare. A volte ripasso alcuni dei ricordi più importanti, come se stessi guardando una vecchia videocassetta. In Rinnegato utilizzo i ricordi e li trasformo in metafore per raccontare il rapporto con mio padre. Il progetto è nato in modo spontaneo, non sapevo veramente cosa stessi facendo. Passavo ore in trance a ricordare, a estrapolare dettagli, frasi, parole, gesti, per poi dargli forma. “If your tooth hurts, your tongue keeps going there. You are always conscious of a wound”, diceva Ingmar Bergman. La mia storia personale è alla base della mia pratica artistica, perché è come quel dente dolorante di cui parla Bergman. A volte i temi centrali dei miei lavori risultano connessi al mio passato solamente in un secondo momento. Per esempio l’astrologia è un tema che porto dietro fin dall’infanzia e nell’adolescenza. Ora mi ritrovo ad affrontarlo senza averlo deciso: si è presentato nella mia vita riportandomi indietro nel tempo. Credo che la mia esperienza passata mi abbia dotata di un’ultra-sensibilità, la stessa che utilizzo all’interno dei miei lavori, tentando di andare oltre ciò che è la vista. Attraverso di essa riesco a toccare, assaporare, ascoltare e immaginare altre dimensioni. Posso accedere a ciò che sta oltre il visibile, accostando fra di loro immagini che a prima vista non hanno senso logico, ma più profondamente creano una connessione, anche attraverso l’utilizzo di ulteriori media.

SB/MZ: Il diario scritto da tua madre (“Lettere ad un uomo maiavuto”) ci ricorda – per differenza – la frase di Gloria Steinem: “A Woman Without a Man is Like a Fish without a Bicycle”. Diversi autori hanno utilizzato, rimostrandoli, album in cui alcune persone sono cancellate o tagliate, ma in I Made Them Run Away (2017-19) questa appropriazione è strettamente legata alla rabbia di tua madre verso i suoi ex mariti/compagni. La memoria umana è compositiva? La memoria nel tuo lavoro è solo personale?

MZ: I Made Them Run Away è nato dalla voglia di analizzare l’origine del mio rapporto complicato con la figura maschile, e la percezione che ho di essa. Da questa necessità personale si è poi sviluppato un lavoro sull’amore, sulla figura della madre, con la sua natura ambivalente che come la Dea Madre è una “madre amorevole” e una “madre terribile”, sulle dinamiche delle relazioni e la transizione da un sentimento a un altro, sull’influenza del passato nel presente, ovvero come la memoria abbia ruolo fondamentale nelle dinamiche delle relazioni presenti. Il lavoro è una composizione frammentata tra passato e presente, tra una madre e una figlia e i loro punti vista sullo stesso vissuto. Ognuno di noi ha un modo differente di immagazzinare i propri ricordi. La memoria, come un muscolo, può essere allenata. Gran parte del mio passato è oscuro, probabilmente perché la mia mente utilizza la rimozione come meccanismo di difesa per allontanare ciò che fa male, spaventa o vergogna. Un po’ come il gesto di strappare parte di una foto. Mia madre rimuoveva fisicamente l’uomo che la stava facendo soffrire, probabilmente provando un sollievo momentaneo, ma quello strappo è come una potatura nel momento sbagliato, la quale provocava solamente ulteriore sofferenza. Il più delle volte lotto contro questo meccanismo psichico e cerco di sprofondare in quel nero ed estrapolare più che posso per ricomporlo, dargli un senso. Ricomponiamo un ricordo in base a dettagli che ci sono rimasti impressi, poche volte ricordiamo l’intera scena, e molte volte uniamo dettagli di momenti completamente diversi e creiamo un ricordo falsato. 

SB/MZ: Anche dallo squallore può essere generata bellezza?

MZ: Il concetto di bellezza è talmente ampio. Personalmente sono attratta da ciò che non rientra negli standard di bellezza: strabismo, cicatrici, denti storti, e altro. Mi affascinano le stranezze da sempre, tant’è che da bambina l’elemento che mi incuriosiva di più fra le informazioni da inserire nel documento d’identità era “segni particolari”. Volevo un segno particolare, qualcosa che mi distinguesse e cercavo di individuare quel segno anche negli altri. Questa domanda mi fa anche pensare a quanto un passato complicato (squallore) possa sviluppare una particolarità (bellezza), un aspetto singolare, all’interno del comportamento e della percezione di un individuo.

Martina Zanin, Untitled, from I Made Them Run Away (2017-19) — Courtesy studiofaganel, Gorizia
Martina Zanin, Untitled, from May My Two Again Become One (ongoing)

SB/MZ: Come si articola la dimensione del doppio in May My Two Again Become One (2017-ongoing)?

MZ:May My Two Again Become One è un lavoro che si sviluppa a partire da un incontro virtuale avvenuto tre anni fa. Attraverso un’applicazione per incontri ho conosciuto una ragazza, Ana, con la quale ho scoperto di condividere la stessa data di nascita e oltre a questo la stessa carta astrale. Per l’Astrologia siamo la stessa persona, nonostante siamo nate in due nazioni diverse (Italia e Spagna). Da questa coincidenza di vita, spinta dalla curiosità, ho voluto intraprendere una ricerca su più livelli riguardo tematiche attinenti, come l’identità, il doppio, e le coincidenze. Il tema del doppio è fortemente rimarcato all’interno del lavoro poiché collegato al conflitto interiore, alla molteplicità dell’animo umano, al confronto, e infine a varie dualità: spirito e corpo, realtà e magia, luce e ombra. Il doppio è stato il tema centrale all’interno di molti lavori narrativi dai tempi classici, così come di lavori cinematografici. Alcuni di questi sono stati di riferimento per il mio lavoro, come L’uomo Duplicato (2002) di José Saramago o La doppia vita di Veronica (1991) di Krzysztof Kieślowski. All’interno di May My Two Again Become One gioco con specchi, superfici trasparenti, sfere e ombre, che riflettono e distorcono, facendo riferimento a un sé invertito, un opposto o una copia speculare, una parte di noi stessi che è capovolta, e un’altra realtà. Il doppio è quindi utilizzato sia per definire una copia di noi stessi sia un opposto. La narrazione, infatti, si apre e si chiude con due immagini nere, che risultano uguali ma sono opposte. Una è luce, l’altro è pigmento; una è la somma di tutti i colori e l’altra è la sottrazione.

SB/MZ: Older Than Love (2020) è una composizione di fotografie, video e audio in cui è suggerito un parallelo tra la tua relazione con tuo padre e l’aggressività di un falco. In che modo le emozioni interagiscono con il tuo modo di fare fotografia?

MZ: Nell’opera Older Than Love, nata dalla ricerca per il progetto più ampio Please, don’t ever come down, parto dalla mia esperienza personale per fare un’analisi sull’aggressività e sulla sua percezione nei rapporti più delicati, come può essere quello fra padre e figlia. La mia esperienza passata e le emozioni vissute diventano punto di partenza e spina dorsale per esprimere un tema universale come l’aggressività, e i suoi sotto-temi (amore, rabbia, e paura). Le emozioni non solo interagiscono col mio lavoro ma sono quello che voglio ricreare. Non cerco di distaccarmi da esse, al contrario, mi ci immergo completamente per poterle estrapolare e rendendole visibili, confrontarmici.

SB/MZ: Cosa rappresenta per te la multimedialità? 

MZ:Multimedialità per me è non porsi limiti e poter dar spazio a differenti modi di espressione. Fin da piccola sono stata libera di scegliere cosa fare e questo a volte è risultato difficile da gestire. Essendo molto indecisa spesso cambiavo idea, ed è stato così per la pittura, la musica e la scrittura. All’età di 16 anni ho acquistato la prima macchina fotografica e ho capito cosa volevo fare nella vita. Terminato il liceo ho subito intrapreso questo percorso, ma solo dopo gli studi in fotografia tutte quelle discipline che in passato avevano attraversato la mia vita sono tornate fuori e continuano a riemergere; si mescolano fra loro e mi danno la possibilità di sperimentare e di vedere quella stessa storia in modi differenti. Mi piace analizzare tutto a 360°, vedere il mondo da diversi punti di vista. Tuttora mi è difficile prendere una decisione, fare una scelta. Forse la multimedialità è anche questo nel mio caso. Sicuramente l’utilizzo di più media mi dà la possibilità di amplificare un’emozione, una sensazione, o un messaggio, attraverso la sincronizzazione o l’incrocio di due o più elementi. Come quando nel quotidiano un rumore e un’azione separate si sovrappongono modificando la percezione di ciò che sta accadendo.

SB/MZ: Hidden in Plain Sight (2019) è il titolo di una mostra alla residenza SAM di Bosco Chiesanuova. Hai installato diverse tue fotografie come una sorta di costellazione, in cui lo scatto unico è in espansione. In che modo installi i tuoi lavori?

MZ:Hidden in Plain Sight è un lavoro sviluppato durante la ricerca sul territorio della Lessinia, una zona carsica, composta da numerose grotte e abissi. Mi ha affascinata la presenza di due mondi paralleli, quello in superficie e quello sotterraneo. Così ho voluto concentrare il progetto sugli opposti (positivo/negativo, dentro/fuori, alto/basso) e creare un’installazione che potesse “stordire” il fruitore come l’esperienza percettiva di entrare e uscire da una grotta, e quei pochi secondi di passaggio in cui i tuoi sensi agiscono in maniera opposta. Potendo studiare lo spazio in anticipo, la scelta è stata di utilizzare a mio favore i due angoli contrapposti della parete. Assieme ai curatori Rafal Milach e Ania Nalecka-Milach abbiamo dato vita a un allestimento che si protende come una ragnatela dall’alto al basso e in cui le immagini si uniscono e confondono fra loro. Sono una curiosa, mi piace sperimentare, mi piace azzardare. Per l’installazione dei miei lavori mi lascio ispirare da dettagli di allestimenti in negozi, case, hotel, mostre, per poi riportarli nel mio mondo, tradurli e adattarli al mio linguaggio.
Quando installo un lavoro o creo un dummy, cerco sempre di trovare delle connessioni grafiche/visive rispetto al tema. Per il dummy di I Made Them Run Away, per esempio, lo strappo creato da mia madre viene riportato sulla copertina che appare come una cicatrice. Tornando alla domanda precedente, anche questo è la multimedialità secondo me; trasformare quello stesso messaggio, creandogli un vestito differente per ogni occasione, adattarlo, ma non adattare perché non possiede una personalità, ma adattarlo poiché è mutevole, ha più di una personalità e lo mostra.

Martina Zanin, Box 4, from I Made Them Run Away (2017-19), print and collage on Munken Print White 115:300gr
Martina Zanin, Box 3, from I Made Them Run Away (2017-19), print and collage on Munken Print White 115:300gr

SB/MZ: Come utilizzi il materiale d’archivio nella tua ricerca?

MZ:Passo molto tempo a sfogliare gli album di famiglia, mi piace analizzarli, guardare le foto nei dettagli come se fossi alla ricerca di un mistero. Li osservo con lo spirito da investigatrice, in modo scettico, pensando che nel mio passato ci sia qualcosa che non mi è stato detto, qualcosa di nascosto. Allora guardo e riguardo le fotografie e studio i gesti, per decifrare i pensieri dei personaggi che le compongono, le loro emozioni, e di conseguenza cerco risposte riguardo al passato. Nei miei lavori utilizzo il materiale d’archivio sempre in modi differenti. Per esempio, in I Made Them Run Away il materiale d’archivio è utilizzato come un secondo protagonista, un altro punto di vista. In altri lavori è ricontestualizzato, come in May My Two Again Become One, in cui mi approprio delle foto di mia nonna con in braccio mio padre e la sua gemella. In generale è posto all’interno della sequenza con le altre fotografie, in modo naturale, senza fare una distinzione ma trovando una connessione e un senso nella narrazione.

SB/MZ: Che ruolo ha la metafora nel tuo immaginario (e nelle tue fotografie)?  MZ:La metafora, essendo un trasferimento di significato, mi dà la possibilità di traslare una determinata emozione o concetto in un’altra dimensione o su di un altro individuo. Ho sempre avuto una certa fascinazione per la metafora. Probabilmente, provenendo dalla poesia e dalla scrittura, l’ho naturalmente riapplicata all’interno della mia pratica artistica. È un buono strumento per tradurre il mio vissuto e renderlo accessibile, ma è anche utile per riuscire a rendere tangibile ciò che non lo è, e trasmettere il giusto grado delle cose. Per esempio, la metafora falco-preda, non solo credo renda molto bene il tipo di aggressività della quale voglio parlare, ma anche il comportamento e la personalità dei soggetti in questione.

SB/MZ: Nelle tue opere si sente il desiderio di andare anche oltre il predominio della vista. Come rendi visibile/tattile, in modo sensoriale, le complesse tematiche delle relazioni e la loro percezione?  Come traduci con il medium fotografico emozioni, aggressività, paura, rabbia, amore?

MZ: Attraverso associazioni visive, o entrando nei dettagli, avvicinandomi il più possibile, provo ad andare oltre la vista, oltre ciò che è visibile. Il mio metodo di lavoro è un misto tra ricerca, immaginazione e impulso, ovvero, il processo di produzione delle immagini si divide tra idee pensate prima e annotate o schizzate, fotografie scattate più d’istinto, e fotografie/ritagli dal mio archivio. Quando osservo una fotografia, la trasformo all’interno della mia testa in un’immagine in movimento, le faccio prendere vita oppure mi teletrasporto all’interno di essa. Ricerco nelle immagini un filo conduttore che può essere visivo o mentale, istintivo o logico. In I Made Them Run Away, la foto di una bambina che tocca un pomo d’Adamo è una scena piena di tensione che va a sfogare nell’immagine successiva di un’onda che si infrange su una scalinata. Percepisco la sensazione, le emozioni, sento i suoni, distinguo la durezza del pomo d’Adamo e il suono delle onde che sbattono contro la roccia. Non è solo osservare, è penetrare all’interno di un mondo parallelo ed è quello che provo a trasmettere, perché credo che ognuno di noi debba esserne in grado, è una necessità percepire.

SB/MZ: Dove sta il confine tra autenticità fotografica o pornografia del sé?

MZ: Non credo esista un’autenticità fotografica assoluta. Ogni fotografia, o lavoro fotografico, racconta di un vissuto personale o porta all’interno di sé parte di chi lo produce. Il passato di ognuno di noi è alla base per lo sviluppo di qualsiasi tipologia di lavoro artistico e non, esso determina la sensibilità interiore di un individuo e stabilisce il comportamento e le scelte dello stesso. Solamente l’azione di selezionare ciò che rientra nella propria inquadratura, o le tematiche affrontate, fanno sì che ciò che si produce sia soggettivo. È personale anche quando gli argomenti trattati non sono strettamente privati. Infatti credo che in qualsiasi tipo di progetto ci sia sempre un fondo, una necessità di raccontare ed esprimere sé stessi. Il che è inevitabile ed essenziale, facendo sì che ci si possa contraddistinguere gli uni dagli altri.


Per leggere le interviste di NEW PHOTOGRAPHY

Martina Zanin, Untitled, from Please, don’t ever come down (ongoing)
Martina Zanin, Hidden in Plain Sight (2019), Installazione SAM Lessinia, Bosco Chiesanuova — Courtesy SAM Residency Program
Martina Zanin, Untitled, from May My Two Again Become One (ongoing)
Martina Zanin, Untitled, from May My Two Again Become One (ongoing).
Martina Zanin, Untitled, from I Made Them Run Away (2017-19) — Courtesy studiofaganel, Gorizia.
Martina Zanin, Untitled, from I Made Them Run Away (2017-19) — Courtesy studiofaganel, Gorizia
Martina Zanin, Untitled, from Rinnegato (2016)