Luca Marcelli, Atto I – La Fine, 2020, installazione (leggii, dattilografia)
Luca Marcelli, Atto I – La Fine, dettaglio, 2020, installazione (leggii, dattilografia)

Mauro Zanchi / Sara Benaglia: Come analizzi il passaggio dal linguaggio al metalinguaggio attraverso la tua pratica artistica?

Luca Marcelli: Mi piace pensare che le cose del mondo si manifestino anzitutto come espressione di loro stesse. Così se realizzo un video, al di là del contenuto, so che la prima cosa che riferisce è il suo essere-video. Questo pensiero ti obbliga a riflettere sulla forma, quindi a lavorare sul meta-linguaggio. Ad esempio ne’ Le Voci è centrale una dinamica di dissoluzione dei confini tra io e mondo, interno e esterno, e infatti l’installazione è contemporaneamente chiusa e aperta. La voce, che è la materia con la quale ho lavorato, ha in sé questa dinamica perché nasce all’interno del corpo, ma è udibile all’esterno: è sempre privata e sempre pubblica, sempre intima e sempre sociale. La voce dell’opera dice delle cose ma queste cose riflettono il suo esser voce. A volte però si vedono dei lavori la cui energia è unicamente auto-riferita, così finisce che il pubblico ricambia la cortesia e se ne allontana. Deve esserci un equilibrio tra ricerca linguistica e potenzialità comunicative.

MZ/SB: In Atto I – La Fine e in Le Voci, vengono evocate visioni e immagini di internet attraverso il linguaggio verbale. Cosa si innesca quando l’immagine non viene mostrata direttamente o è stata messa in atto una modalità più vicina alla sottrazione della figura?

LM: Uno dei motivi principali per cui utilizzo il linguaggio è che, rispetto all’immagine, mi sembra più vicino all’idea di informazione. Tutto ciò che processiamo è un qualche tipo di informazione e tutto ciò che esperiamo tramite uno schermo è in realtà un insieme di informazioni alfanumeriche. Quindi mi sembra sensato, se si conduce un certo tipo di ricerca, restituire le immagini come qualcosa da processare mentalmente. Introdurre le immagini attraverso il linguaggio mi permette anche di farle convivere con altri elementi del pensiero o della realtà, come confessioni intime o il testo di qualche pubblicità online. Se imposto un’opera sotto forma di monologo interiore, che mi sembra possa instaurare un legame emotivo con chi ascolta o legge, devo riferire i contenuti del mio pensiero, che contiene tutto indistintamente, anche ciò che è estraneo a me come delle immagini di Instagram. In una certa maniera, nulla ci appartiene, tutto viene a farci visita. E a proposito di meta, il linguaggio mi sembra il medium più appropriato per registrare questa estraneità: ne siamo attraversati. Come diceva Carmelo Bene, il linguaggio ci fotte. Infine se sottraggo la figura, la visione diviene immaginazione, così il lavoro cognitivo può avere degli slanci di fantasia.

MZ/SB: Come agisci sull’immagine quando ti rivolgi verso una sorta di allontanamento? 

LM: Ciò che trovo critico della visione è il suo senso di stabilità, anche nel caso delle immagini in movimento. Lacan poneva una distinzione tra il visibile e l’udibile: il primo presenta una permanenza, una staticità e l’imposizione di una distanza; il secondo, invece, ha un carattere più fluido e aleatorio, e annulla le distanze. Della voce diceva che è sempre in divenire, mentre la visione è durevole. Quindi per me allontanarmi dalle immagini significa fuggire da questo senso di rigidità – e questo lo si può fare anche lavorando con la visione ovviamente. Non è una questione di essere iconoclasti ma forse di trattare le immagini in termini più musicali. Abituarsi alla caducità, alla metamorfosi continua. Inizialmente ero affascinato dal post-internet, perché credevo che parlasse una lingua contemporanea. Ma utilizzare l’estetica dei social media di per sé non ha niente di contemporaneo e c’è il rischio di venir semplicemente inglobati nel mondo che si cerca di problematizzare. Il punto, a parer mio, è rifiutare il più possibile non delle forme di estetica specifiche ma il concetto stesso di estetica, che impone sempre una struttura e un’abitudine. Voglio non abituarmi a nulla, trovare il senso nella fuga continua.

MZ/SB: Nell’opera presente nella mostra collettiva Neuro_Revolution, come ti sei rapportato con il concetto di bioipermedia, definito da Giorgio Griziotti come “l’ambiente in cui interagiscono corpi, vite, macchine, reti, codici, dati, flussi, territori e tempo”? 

LM: Credo sia importante lavorare a livello di eco-sistemi, che implicano sempre la convivenza di elementi eterogenei. Quindi ho trovato il concetto di bioipermedia di Giorgio Griziotti interessante e sono contento che Francesca Lazzarini, la curatrice, lo abbia proposto come punto di riflessione. Le Voci è, a livello fisico, uno spazio in cui entrare, la cui architettura è affidata al suono. Questo spazio è abitato dalle quattro voci dell’attrice, la bravissima Ludovica Grimaldi, e da tutte le parole che dice, che a loro volta provengono da una molteplicità di fonti differenti (da internet a testi filosofici a testi di altre opere d’arte a contributi originali). Ma ci sono anche i corpi delle persone che ascoltano, le cose che pensano e le cose che provano e anche le cose che dicono mentre fruiscono l’opera. Questa, essendo aperta, permette anche l’intrusione di suoni dall’esterno. “…è tutto un complesso di cose.”

Luca Marcelli, Le Voci, 2020, installazione audio, courtesy AiR Trieste:Per chi crea, foto di Foto Studio Macovaz

MZ/SB: Quali conseguenze sull’essere umano hai individuato rispetto alla diffusione capillare delle nuove tecnologie, dove ogni persona, attraverso il costante accesso a Internet ha inevitabilmente modificato la sua interazione col reale? 

LM: La risposta meriterebbe 10 o 12 libri sull’argomento! Mi limito a riportare l’aspetto che più mi interessa, che è la distruzione dell’attenzione. Io faccio sempre più fatica a leggere i romanzi e a guardare un film senza distrarmi, non ci riesco. Avevo difficoltà a concentrarmi anche al liceo e infatti è uscito fuori che ho un piccolo deficit dell’attenzione, ma credo che molti e molte lo abbiano (senza saperlo) e i motivi sono culturali e legati alla stratificazione di informazioni del mondo digitale e alla loro velocità. La teorica Nancy Katherine Hayles distingue la deep attention, uno stato di concentrazione profonda sempre più difficile da ottenere, dall’hyper attention, caratterizzata da rapide oscillazioni tra differenti compiti e molteplici flussi di informazione, alla ricerca di un sempre più elevato livello di stimolazione. Sarebbe interessante integrare gli aspetti positivi di entrambe. L’importante è avere un ritmo. Certamente è preoccupante pensare che chi nasce oggi impari più cose da un display piuttosto che da un genitore, perché può venir meno il riconoscimento dell’alterità e quindi di sé. Ma tutto è in divenire e lo è da sempre. È difficile dire cosa ci sia di naturale nell’essere umano e anche il concetto di natura è soggetto a cambiamenti e interpretazioni: non esiste un modello di interazione con il reale dato una volta per tutte.

MZ/SB: Il capitalismo, una volta sfruttato tutto lo spazio disponibile (fisico, geografico, territoriale), ha spinto ulteriormente la sua sete di guadagno creando una nuova possibilità da far fruttare e monetizzate. Ci riferiamo al cyberspazio e al cybertempo, ovvero a ulteriori realtà virtuali che sono entrate prepotentemente nelle vite delle persone.  Come hai considerato l’estensione cyber nei tuoi lavori?

LM: Non c’è stato neanche bisogno di considerare l’estensione cyber, è semplicemente parte della mia vita e lo è da molto tempo (sono più vecchio di appena 12 giorni di Windows ’95). Appena arrivato a Milano per studiare a Brera ho attaccato al muro della mia camera un cartellone bianco per scriverci le idee. L’ho fissato per qualche giorno e mi sono reso conto di non avere nulla da dire. Allora ho pensato a cosa facessi durante il giorno e dato che passavo molto tempo a vedere video di animali su Instagram ho pensato che avrei parlato di quello, e che forse era anche il motivo per cui non avevo nulla da dire. Il mio vuoto esisteva in rapporto al mondo digitale. Questo rapporto (e la monetizzazione da parte del così detto platform capitalism) mi interessava molto, infatti poi è nato I was scrolling through Instagram when I saw 5 strange coins materializing in front of me!!.

MZ/SB: Alla mostra The Image as a Process (curata da Carlo Sala e The Cool Couple per Photo OpenUp), hai esposto Screenshot, ovvero un reale screenshot fatto con il tuo computer e poi stampato aumentando le dimensioni. Mentre scrivevi “whatsapp” sulla barra di ricerca di Google è comparsa in modo inaspettato una frase di David Foster Wallace. Ci puoi parlare di questa apparizione e come poi si è trasformata in opera attraverso una serie di collegamenti e considerazioni?

LM: Quella frase di D.F.W., che invita a una riflessione sul cinismo come paura dei propri sentimenti e ci interroga su cosa voglia dire esseri umani alla luce di ciò, si è manifestata come un’epifania. Tra le icone delle piattaforme digitali e la pulizia formale dello schermo, mi sembrava quasi un virus esistenziale o qualcosa di simile. Ho voluto quindi riproporre la stessa esperienza. È anche uno statement personale (ma ogni opera lo è), che voglio esprimere attraverso altre parole di Wallace: “la letteratura si occupa di cosa voglia dire essere un cazzo di essere umano”. Tutta l’arte se ne occupa, ovviamente. La frase tradotta, che compare in Infinite Jest (1996), continua così: “Hal, che è vuoto di sentimenti ma non è scemo, ha una sua teoria secondo la quale ciò che passa per una cinica elegante trascendenza del sentimento non è altro che una specie di paura di essere veramente umano, dato che essere veramente umano vuol dire essere inevitabilmente sentimentale e ingenuo e portato alle sdolcinatezze e generalmente patetico […]”. La sua era anche una reazione e una critica al cinismo degli scrittori post-moderni, e il cinismo è un rischio per chiunque si concentri sul meta-linguaggio. A me piaceva che la frase nel mio schermo finisse sul più bello. C’è quel vecchio cliché secondo cui l’arte deve generare domande.

Luca Marcelli, Le Immagini, 2020, stampa su carta, courtesy Fondazione Francesco Fabbri/Photo OpenUp

MZ/SB: In Le Immagini, un lungo monologo dipana riflessioni sull’immagine, che si alternano a informazioni di ogni genere, da citazioni di libri a tuoi pensieri più intimi o a descrizioni di immagini di Instagram. Che cosa si dinamizza quando noi vediamo e muoviamo direttamente una immagine (o pensiamo per immagini secondo la via indicata da Giordano Bruno o da chi nel passato aveva lavorato sui concetti di arte della memoria e attraverso processi mnemotecnici) rispetto invece a quando noi cerchiamo di vedere una immagine attraverso la descrizione o evocazione del linguaggio verbale?

LM: Innanzitutto la mente deve produrre uno sforzo e immaginarsi le cose scritte, e questo rende l’esperienza diversa per ciascuna persona. Ma la prosa o la poesia lo fanno da sempre. A me interessano le possibilità democratiche del linguaggio, nel senso che attraverso di esso posso tradurre elementi di diversa natura e trattarli tutti alla stessa maniera. Più che far immaginare una casa coloniale che ho visto su Instagram, mi piace farla confondere con un commento di YouTube di qualche utente e con una frase che riferisce la mia paura di morire, tramutando tutto in flusso di informazioni. Inoltre la parola mi colpisce per la sua abilità di essere diretta e comunicare qualcosa di preciso (mi sento molto felice) e per la sua qualità opposta, ovvero si può lavorare con le parole fino a che non significhino nulla. Quindi si instaura contemporaneamente un legame e un sentimento di estraneità. Nelle immagini, invece, la cosa e la sua rappresentazione mi sembrano più conciliate, già pronte all’uso: è come se mi privassero del baratro del nulla, che è dove si trovano i tesori più preziosi. Questo però non significa che non apprezzi lavori prettamente visivi, è solo la mia sensibilità legata al mio personale atto creativo. E un giorno mi contraddirò.

MZ/SB: Cosa sono le istantanee della mente, che cercano di portare in visione qualcosa che appartiene alla sfera di un sovraccarico cognitivo? 

LM: Suppongo che la mente da sempre proponga delle istantanee, nel sonno e nella veglia. Queste immagini ci fanno visita e se sei Rimbaud scrivi cose come: La Signora *** sistemò un pianoforte sulle Alpi. La messa e/le prime comunioni vennero celebrate ai centomila/altari della cattedrale./Partirono le carovane. E lo Splendide Hôtel fu costruito/nel caos di ghiacci e notte polare. Come ha fatto a generare delle visioni così? Sembra essere attraversato dallo spirito della creazione stesso.
Oggi le nostre menti sono in sovraccarico di informazioni visive e testuali, che generano un ambiente mentale caotico. Ma tutto nasce dal caos e se ci apriamo a questa sua nuova declinazione possono farci visita nuove e meravigliose immagini. Qualcuno per produrle in passato ha assunto droghe, qualcun altro come Mario Schifano o Andy Warhol si chiudeva in una stanza con tante TV accese, e sono entrambi modi per dimenticarsi di se stessi e aprirsi a un qualche tipo di alterità. Oggi basta esistere per farsi attraversare da una tempesta di immagini. Per tradurle in arte bisogna esporsi alla tempesta ma avere anche disciplina. Trovo eccitante sapere che c’è un livello della coscienza in cui convivono elementi eterogenei, dai desideri inconsci alle norme sociali, ai fantasmi delle immagini viste, a qualsiasi altra cosa che entri in questo spazio che per convenzione chiamiamo Io, ma che mi piace pensare come un campo di condensamento del caos, una forma cangiante e sempre in trasformazione. Le istantanee che diventano visione integrano questa eterogeneità.

MZ/SB: In un’epoca in cui internet genera continuamente uno o più spazi caotici, che ruolo hanno le nuove e ulteriori immagini create da un artista consapevole di tutte le dinamiche compresse nella registrazione schizofrenica di dati? 

LM: Personalmente utilizzo in larga parte materiali (visivi e testuali) già esistenti, perché non faccio distinzione tre le cose dell’Io e del non-Io, ma non si può comunque fare a meno di produrre immagini nuove. Ho timore a esporre troppo le mie opere ad esempio su Instagram, perché nel momento in cui entrano in quel luogo smettono di essere quel che sono e diventano immagini, tanto quanto lo sono le foto che faccio ai fiori in giardino. Bisogna stare attenti e dedicare alle opere lo spazio, il tempo e l’attenzione necessari. Ma tanto chi vuole approfondire un’opera lo fa a prescindere, anche utilizzando Instagram come punto di partenza, serve però una intenzione più decisa rispetto a prima, almeno credo. Al di là di questo discorso, non tutte le ricerche riflettono sulla produzione di immagini e informazioni. Per chi se ne occupa invece credo che sia importante organizzare il materiale esistente in un modo generativo, integrandolo  all’interno di un nuovo significato o di un nuovo discorso. Quel che manca non sono le cose da dire ma un nuovo vocabolario per dirle, e per inventare un nuovo vocabolario si deve correre il rischio di introdurre nuovi elementi nel mondo. Il flusso schizofrenico deve essere arricchito di profondità concettuale e emotiva, rivestito di una complessità che vada al di là della contingenza, deve avere un senso storico e anche spirituale. Le nuove immagini devono essere ritornelli con cui orientarsi nel caos.


Per leggere le interviste dedicate alla NEW PHOTOGRAPHY

Luca Marcelli, Screenshot, 2020, stampa inkjet su carta Hahnemühle photo glossy, courtesy Fondazione Francesco Fabbri/Photo OpenUp
Luca Marcelli, WHY I FEEL EMPTY ALL THE TIME?? – I WANT TO BE THAT DOG!! – LET’S CRY TOGETHER, still dal video, 2019
Luca Marcelli, WHY I FEEL EMPTY ALL THE TIME?? – I WANT TO BE THAT DOG!! – LET’S CRY TOGETHER, still dal video, 2019
Luca Marcelli, I was scrolling through instagram when I saw 5 strange coins materializing in front of me!!, stereolitografia, courtesy collezione Coil Art Motive
Luca Marcelli, Latest Updates on L.M.’s Most Obscure Emotions and Desires, installation view, 2019, installazione (video, audio, peluches, materiale organico)
Luca Marcelli, Latest Updates on L.M.’s Most Obscure Emotions and Desires, installation view, 2019, installazione (video, audio, peluches, materiale organico)