Gigi Cifali, Alfetta 1.8 – Kidnapping of Aldo Moro (Rome, 16.03.1978) #1, Images and Signs: Italy, 1969-89. Practices of Memory, 2013-15, archival digital C-type print, 110 x 135 cm, Courtesy the Artist
Gigi Cifali, Brigate Rosse red cloth banner with yellow writing – Attack on the Christian Democratic Party seat “Luigi Perazzoli” in via Mottarone 5 (Milan, 01.04.1980), Images and Signs: Italy, 1969-89. Practices of Memory, 2013-15, archival digital C-type print, 110 x 135 cm, Courtesy the Artist

Mauro Zanchi / Sara Benaglia: Su cosa si fonda il rapporto tra fotografia e impegno politico?

Gigi Cifali: La fruizione consapevole della fotografia può aiutarci a comprendere la realtà, in cui viviamo e che è plasmata dalla politica. Per quanto concerne il mio lavoro, principalmente affronto temi della memoria collettiva e dell’ambiente, questioni sociali su cui decidono i sistemi politici e che esigono prese di coscienza.

MZ/SB: Che contributo può portare il medium fotografico per risvegliare un popolo che sembra anestetizzato e senza memoria storica?

GC: La fotografia come mediatore della memoria può contare su vaste capacità di diffusione e stimolare nella fruizione atteggiamenti attivi che ampliano la conoscenza.

MZ/SB: La realtà degli anni di piombo riaffiora nelle immagini drammatiche della camicia insanguinata di Aldo Moro, della coperta traforata dal proiettile, e dei dettagli della Fiat 130 di Via Fani e della Renault 4 di Via Caetani. Cosa riemerge, attraverso le tue fotografie, del periodo storico che tu non hai vissuto?

GC: Images and Signs: Italy, 1969-89. Practices of Memory (2013-15) ripercorre i cosiddetti anni di piombo sia attraverso segni della lotta armata di sinistra sia dello stragismo della strategia della tensione di matrice neofascista. La privazione di una verità storica condivisa sul terrorismo rosso e nero, che a distanza di decenni continua ad alimentare memorie conflittuali, ci impedisce di conoscere ed elaborare questo passato. Per rappresentarlo dovevo avvicinare la lente alle sue tracce residuali e incontestabili, cercando anche tra i corpi di reato rimasti a giacere negli archivi.

MZ/SB: Perché hai scelto dettagli decontestualizzati, resi con colori freddi e denotativi?

GC: Ho voluto ritrarre segni della memoria sedimentata nella materia. Con la precisione nei dettagli del grande formato, le inquadrature ritagliano carrozzerie crivellate e indumenti delle vittime, ma anche tracce lasciate dal gesto grafico, che visivamente sono rimaste in gran parte sconosciute. Ho scelto di posizionare la camera a pochi centimetri, così da permettere all’osservatore di avvicinarsi altrettanto, stimolandolo nella sua esperienza percettiva.
Non ho contestualizzato inserendo altre informazioni, come mostrare la stanza dell’archivio o la descrizione sull’involucro del corpo di reato. La coperta in cui fu ritrovato il corpo di Aldo Moro e che non abbiamo mai visto prima potrebbe essere qualsiasi tessuto. L’immaginario collettivo attinge soprattutto dalle riprese e dalle fotografie in bianco e nero, che all’epoca hanno avuto maggiore diffusione attraverso i media in bianco e nero. Pertanto succede che alcuni segni restituiti non vengano riconosciuti, seppure appartengano a momenti centrali nella storia d’Italia degli ultimi cinquant’anni.
Con HDPE (2018) e LoW 842 (2018-19), che riportano anomalie nella natura e nel paesaggio, ho continuato a soffermarmi sulla dimensione materica e sull’espressione cromatica.

MZ/SB: Quali sono i tuoi riferimenti principali (i tuoi maestri più determinanti a formare il tuo sguardo) per quanto riguarda la tua formazione e lo sviluppo della ricerca fotografica?

GC: Ho studiato fotografia all’University of Westminster a Londra, dove ho vissuto quindici anni. Il percorso formativo ha stimolato gli inizi della mia ricerca e si è nutrito approfondendo il lavoro di William Eggleston, Stephen Shore e Aleksandr Michajlovič Rodčenko.

MZ/SB: Tu hai giustamente voluto vedere in prima persona, con i tuoi occhi, gli oggetti e i documenti che sono custoditi al Museo Storico della Motorizzazione Civile di Roma e presso l’Ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Roma. Come si è evoluto il tuo progetto dalla prima idea, alla richiesta dei permessi, agli scatti e alla riorganizzazione del tuo materiale?

GC: Il lavoro è scaturito quando, vedendo documentari sugli anni di piombo, ho capito di possedere una conoscenza approssimativa di due decenni decisivi nella storia italiana recente, tutt’oggi cosparsi di ombre e in cerca di verità. Questa constatazione mi ha spinto ad interrogarmi sui meccanismi che regolano la trasmissione della memoria collettiva e sul ruolo degli archivi. Il filosofo e sociologo Maurice Halbwachs sostiene che ogni gruppo sociale conserva in maniera selettiva immagini del passato, trattenendo ciò che è funzionale agli interessi del presente.
Ho, quindi, deciso di procedere a ritroso, cercando segni tangibili e visivamente meno noti del terrorismo ideologico di sinistra e stragista di destra della strategia della tensione tra il 1969 e 1989. Nei due anni successivi ho interpellato funzionari del Ministero dell’Interno, della Giustizia e dell’Arma per accedere agli archivi dei tribunali e ai depositi, dove vengono custoditi i corpi di reato sequestrati nei covi dei terroristi, gli effetti personali delle vittime, le automobili colpite negli attacchi, mentre al Museo Storico della Motorizzazione Civile di Roma, riaperto nel 2019, ho trovato la Fiat 130 che trasportava Aldo Moro durante il sequestro in Via Fani. Come in un’esplorazione archeologica non ho avuto modo di prevedere cosa sarei riuscito a rinvenire. Molti oggetti richiesti sono difatti risultati distrutti o introvabili. Gli archivi sottostanno alla capacità di immagazzinamento e i criteri di valutazione che li regolano possono non essere approvati dalle generazioni successive. Selezione, smistamento e smaltimento sono altrettanto decisivi della raccolta e della conservazione.

Gigi Cifali, Brown blanket with bullet holes – Murder of Aldo Moro (Rome, 09.05.1978), Images and Signs: Italy, 1969-89. Practices of Memory, 2013-15, archival digital C-type print, 135 x 110 cm, Courtesy the Artist
Gigi Cifali, Destroyed stonework – Piazza della Loggia Bombing (Brescia, 28.05.1974), Images and Signs: Italy, 1969-89. Practices of Memory, 2013-15, archival digital C-type print, 135 x 110 cm, Courtesy the Artist

MZ/SB: Chi ti ha raccontato le storie degli anni di piombo? Hai ascoltato chi li ha vissuti, e poi hai letto e visionato il materiale a disposizione? Come hai raccolto le versioni contraddittorie che rendono difficoltosa la verità dei fatti?

GC: Precedentemente nessuno mi aveva raccontato questi due decenni, che rispetto alla mia storia personale evocano reminiscenze d’infanzia, di quando mio padre – operaio sindacalista al reparto meccanico dell’Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco -, rientrava a casa in anticipo e raccontava delle manifestazioni in fabbrica, dei mancati accordi con i quadri dirigenziali e della crescente tensione tra rappresentanza operaia e dirigenti.
Prima di rapportarmi con il Servizio Centrale Antiterrorismo e le Procure, come anche nei due anni di realizzazione trascorsi aspettando i permessi e spostandomi nelle diverse città, ho consultato le relazioni dell’Inchiesta parlamentare, documentari, la produzione giornalistica e libri di militanti delle Brigate Rosse, di chi ha indagato nei palazzi di giustizia, familiari delle vittime e storici con teorie che negano complotti oppure considerano il coinvolgimento degli apparati dello Stato e dei servizi segreti internazionali della Guerra Fredda. Ho incontrato l’allora pubblico ministero a Milano Armando Spataro, il giudice a Venezia Carlo Mastelloni, Sabina Rossa che ha messo a disposizione gli scritti inediti del padre operaio e sindacalista Guido Rossa, ucciso a Genova nel 1979, e Dante Notaristefano, consigliere comunale della Democrazia Cristiana a Torino negli anni Settanta, che mi ha permesso di fotografare la valigetta forata con cui istintivamente riuscì a proteggersi dallo sparo dei brigatisti.

MZ/SB:  La tua ricerca è una sorta di riapertura di un caso giudiziario e quindi la ripresa di un’indagine che è stata insabbiata per tanti decenni dalla politica e dai servizi segreti italiani, americani e inglesi. Riattivi un archivio della memoria?

GC: Non penso si possa parlare di riapertura giudiziaria, siccome il caso non è mai stato chiuso. Alcuni reperti fotografati al Tribunale di Roma sono stati successivamente resi indisponibili, in quanto richiesti dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro istituita nel 2014. Quando sono stato al Tribunale di Brescia, le condanne per la Strage di Piazza della Loggia dovevano ancora essere confermate dalla Corte di Cassazione del 2017. Negli anni ho condiviso le immagini con storici, semiologi e sociologi della memoria, tra cui Lorenzo Migliorati che le ha definite pratiche di memoria: “Questi corpi di reato sono vere e proprie pratiche di memoria, sostanziate di cultura materiale, che sedimentano la narrazione della nostra (nel senso di comunità nazionale) memoria. Ci abiteranno e informeranno la nostra identità, anche se non li vedremo, finché non li nomineremo e li attraverseremo.”

MZ/SB:  Che realtà mostra la tua indagine, al di là di ogni concezione politica?

GC: Lo sguardo accede a frammenti autentici, che rivelano la violenza politica di un periodo storico molto complesso. Ricordiamo che gli anni Settanta sono stati anche un’importante stagione per la conquista di diritti civili. La serie fotografica comprende rappresentazioni della parola, che convalidano e supportano la lettura delle immagini. Il lucido pensiero dell’operaio e sindacalista CGIL Guido Rossa sul terrorismo e sulla trama nera, che possiamo leggere nelle quattro pagine del block notes dell’Italsider, aiuta tutt’oggi a decifrare quanto è accaduto. Questi scritti inediti risalgono a poco prima del suo assassinio eseguito dalle Brigate Rosse nel 1979.

MZ/SB:  A quarantadue anni di distanza e dopo aver fatto la tua indagine quale senso e che lettura dai tu degli anni di piombo?

GC: Comprendo la sfiducia e la rassegnazione di chi a oggi ha appurato personalmente il fallimento e l’insufficiente volontà della società italiana nella ricerca di una verità storica, politica e giudiziaria.

Gigi Cifali, HDPE, Beryllium, 2018, archival digital C-type print, 135 x 110 cm, Courtesy the Artist
Gigi Cifali, LoW 842, Bitumen membrane in the nature, 2018-19, archival digital C-type print, 135 x 110 cm, Courtesy the Artist

MZ/SB:  Hai colto un cortocircuito fra storia collettiva e memoria personale?

GC: Le verità parziali hanno inevitabilmente causato cortocircuiti tra memoria e storia. La mancanza di una memoria condivisa, alla cui costruzione la politica, anche con le Commissioni Moro, la giustizia e la ricerca storiografica non sono ancora riuscite a contribuire, non permette di elaborare il trauma collettivo provocato dalla violenza politica. Abbiamo le memorie individuali dei militanti e le narrazioni delle vittime. La conoscenza di un cruciale periodo della storia contemporanea non arriva dalle istituzioni scolastiche, ma è influenzata dalle interpretazioni e i convincimenti, che in gran parte vengono veicolati dai media e pure dal cinema. Inoltre, nell’immaginario pubblico la strategia della tensione e lo stragismo neofascista occupano meno spazio, mescolandosi al terrorismo dell’estrema sinistra. Tenendo conto di queste considerazioni, la reazione dell’osservatore di Images and Signs: Italy, 1969-89. Practices of Memory (2013-15) è parte integrante del lavoro fotografico, ai cui interrogativi sui meccanismi della memoria collabora a rispondere. A tal proposito, non ho ancora avuto la possibilità di rendere fruibile la serie fotografica attraverso una mostra museale e la pubblicazione di un libro. Ringrazio, invece, il direttore Luca Lo Pinto del MACRO per avermi dato l’opportunità di condividere l’immagine della camicia di Aldo Moro attraverso la piattaforma Instagram del Museo.

MZ/SB:  Come si tocca la morte attraverso le fotografie?

GC: In Images and Signs: Italy, 1969-89. Practices of Memory (2013-15), Scomposizioni (2020) che ritrae i resti sequestrati del Ponte Morandi e End of Dream (Costa Concordia wreck) (2012), come pure nelle serie sull’etica dell’ambiente, la presenza della morte pervade la materia fotografata. La sua percezione, ancor prima di manifestarsi nella fruizione dell’osservatore, riguarda l’atto fotografico che coinvolge intensamente anche l’olfatto. L’odore acre e funesto degli indumenti insanguinati, del gas di fermentazione delle colline artificiali di rifiuti di Anthropocene arvorum ingenia (2009-15) o del percolato di LoW 842 (2018-19) acuisce la mia esperienza sensoriale, che completa il processo artistico.

MZ/SB:  Che tipo di contatto si mette in atto con la distanza temporale o di spazio in relazione a un evento storico che è accaduto in un’altra epoca o in un luogo distante da dove ognuno si trova ad abitare in un determinato momento della sua vita?

GC: Gli eventi storici recenti sono per la generazione adulta indivisibili dalla memoria biografica, che ne difende il ricordo, mentre appartengono alla storia per chi, come i giovani, non li ha vissuti. L’incapacità di affrontare il passato favorisce il diffondersi di memorie conflittuali e ostacola l’insegnamento della storia.

MZ/SB: La fotografia è come il calco realizzato sul volto di una persona che ha avuto rilevanza storica? Nella maschera (e nella fotografia) cosa c’è del cadavere che è rimasto impresso?

GC: Premettendo che la fotografia non sostituisce la realtà, le sue restituzioni vengono elaborate soggettivamente da chi le osserva. A tal proposito sono interessanti le ricerche nell’ambito delle neuroscienze e della neuroestetica. Rispetto ai miei lavori, voglio che la fruizione includa i dettagli e fotografando con il banco ottico mantengo la nitidezza anche nelle stampe di grande formato. Presto molta attenzione alle reazioni degli osservatori e a quanto rivelano del loro rapporto con i temi esplorati. C’è chi mi ha detto di sentire disagio, percependo sia dolore che bellezza, oppure stupore e incredulità, che spingono a comprendere. A volte – come quando chi cura progetti di fotografia, pur riconoscendo qualità, respinge le immagini perché prova inquietudine -, mi succede di constatare scarsa sensibilità e consapevolezza verso questioni ambientali.

MZ/SB: Ci parleresti della tua ricognizione sugli elementi di prova all’esame degli inquirenti a proposito dei blocchi del Ponte Morandi crollati nell’agosto 2018? I reperti sono stati coperti da teli di cellophane. Paiono cadaveri o fantasmi coperti da lenzuoli.

GC: Scomposizioni (2020) ritrae parti precipitate del Ponte Morandi, che sono conservate ai fini processuali dell’inchiesta sul collasso. I monumentali frammenti di cemento e cavi d’acciaio sono sparsi ordinatamente nel chiuso di un hangar. Le prospettive rivelano forme isolate, la cui percezione attraversa strati di trasparenze. Come dei simulacri, questi resti di una continuità nello spazio materializzano il vuoto e trattengono la memoria depositata sulla superficie.
Di solito i miei lavori vengono concepiti partendo da un’intuizione antecedente, che matura con tempi imprevedibili. In febbraio, quando ho ricevuto l’autorizzazione, avevo già immaginato la serie nella mia mente. Solamente entrando nel capannone ho realizzato che le macerie si presentavano diversamente, essendo state coperte dal polietilene nelle settimane precedenti: non erano più ruvidi blocchi di cemento armato, ma monoliti protetti da un sottile velo, che sembra alleggerirli e privarli di forza gravitazionale.

www.gigicifali.com

Gigi Cifali, LoW 842, Leachate leaked in a cultivate field from a close landfill #1, 2018-19, archival digital C-type print, 135 x 110 cm, Courtesy the Artist
Gigi Cifali, LoW 842, Metal waste unloaded in a sequestered field #2, 2018-19, archival digital C-type print, 135 x 110 cm, Courtesy the Artist
Gigi Cifali, LoW 842, Unsold vegetables dumped and burned in an unauthorized landfill, 2018-19, archival digital C-type print, 135 x 110 cm, Courtesy the Artist
Gigi Cifali, One of the demonstrators’ umbrella – Piazza della Loggia Bombing (Brescia, 28.05.1974), Images and Signs: Italy, 1969-89. Practices of Memory, 2013-15, archival digital C-type print, 110 x 135 cm, Courtesy the Artist
Gigi Cifali, Metal plate found in Sempione Park, headed “Here, the murderers of Pinelli” (Milan, 12.1975), Images and Signs: Italy, 1969-89. Practices of Memory, 2013-15, archival digital C-type print, 110 x 135 cm, Courtesy the Artist
Gigi Cifali, Scomposizioni #4, 2020, archival digital C-type print, 140 x 112 cm, Courtesy the Artist
Gigi Cifali, Shirt A.M. – Murder of Aldo Moro (Rome, 09.05.1978), Images and Signs: Italy, 1969-89. Practices of Memory, 2013-15, archival digital C-type print, 135 x 110 cm, Courtesy the Artist

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