Francesco Pozzato – 1068 BC (My Father), 2018

Mauro Zanchi e Sara Benaglia hanno intervistato Francesco Pozzato (Vicenza, 1992), in occasione del focus che ATPdiary sta dedicando alla fotografia contemporanea.

Mauro Zanchi / Sara Benaglia: L’invenzione come ritrovamento è la base della tua ricerca. Come si relaziona la tua attitudine retrospettiva con il tempo presente e con il futuro?

Francesco Pozzato: La parola “invenzione” deriva dal latino inventus/invenire, significa in origine “ciò che si trova, che si scopre”. Già etimologicamente il termine rinvia non tanto a una invenzione come la si intende oggi quanto a una scoperta: tutto esiste già, basta solo ritrovarlo. La mia ricerca si sviluppa, quindi, su questo binomio di assonanza invenzione-ritrovamento. Per mia natura ho un’attitudine retrospettiva. Mi interessa il mondo antico, la storia delle civiltà, l’arte e l’archeologia, insomma tutto ciò che è passato remoto. Il mio modo di fare arte, o meglio di inventarla-ritrovarla, nasce dal desiderio di (ri)costruire e (ri)collocare tematiche, bisogni e pensieri, ancora urgenti oggi.

MZ / SB: In 1068 BC (My Father) convivono il tempo della tua infanzia, il Terzo Periodo Intermedio egiziano e la preparazione, intesa come rapporto con il futuro. In particolare crei una tensione tra la non funzionalità dei vasi canopi e una malinconia glaciale. Non c’è spazio per il futuro quando il passato si ripete?

FP: È una domanda molto difficile e molto ampia. Provo a dare una risposta, condensandola in poche righe. Credo che tra presente, passato e futuro il rivale non sia il tempo storico. Il passato rivendica una narrazione che è arrivata a noi; certamente nulla di quello che è successo prima può capitare nella stessa misura nel presente, ma ciò non significa che l’uomo modifichi in maniera netta traguardi, evoluzioni e involuzioni. Ci sono dei temi che tornano, in quanto si ripropongono e si ritrovano. L’investigazione del passato mi permette di far chiarezza e prendere consapevolezza dei funzionamenti dell’epoca in cui viviamo. La concezione di tempo storico non ha una linearità netta, è senz’altro discontinua e ricca di ramificazioni. Ma “oggi” non è nuovo – più precisamente ex-novo –, è pur sempre qualcosa di già stato e trascorso. Con il mio lavoro offro una traduzione alternativa a quello che accade e per farlo utilizzo il mio alfabeto di studi, considerazioni ed esperienze.

MZ / SB: Che cosa accade alla fotografia quando diventa una scultura? Pensiamo a The winner takes it all (St. Mark) (2019) o Greetings from Eubea (2018).

FP: La natura del mio lavoro è tendenzialmente installativa, quindi trovare una risposta specifica al medium fotografico non è immediata. Dipende dall’opera, quindi, ma certamente utilizzo la fotografia come una scultura vera e propria o come parte di tale. Provo a fare chiarezza con i due lavori che mi suggerite. Nel caso di The winner takes it all (St. Mark), l’immagine, rappresentando una porzione della Porta delle Nazioni di Persepoli, si fa portavoce del messaggio intrinseco del lavoro e della ricerca a cui è legato ed è lasciata a terra, la sua forma è sconvolta dagli elementi in bronzo, che la fanno arricciare e prendere una tridimensionalità inedita. Mentre in Greetings from Eubea (nella versione del 2018) l’utilizzo della fotografia è più pulito: si tratta quasi di un lembo in tessuto, di una striscia in PVC, che arriva fino al pavimento e si adagia come una veste al terreno. In questo caso trovavo che la poetica del lavoro si risolvesse solo con il medium fotografico.

MZ / SB: Trascini un sapere storico e l’Antico attraverso il PVC. Che prospettiva temporale ha la messa in scena della storia?

FP: PVC, metalli, polistirene, utensili da pesca, da caccia, da trekking, scarti nautici e vetro di Murano. Tutto è una messa in scena, una catalogazione narrativa fra materiali diversi, che vengono trattati per il richiamo che essi suggeriscono o, nello specifico, per la loro silhouette originale. Dei termos da campeggio hanno la stessa forma di vasi canopi; portatovaglioli, cerchioni per auto e piccoli accessori casalinghi, disposti secondo una collocazione misurata, si rifanno ai gioielli degli Enotri e alla figura di Ecuba ne’ Le troiane di Euripide, e così via. Io non mi sento di mettere in scena la Storia ma delle storie, che in alcuni casi coincidono con archeologia e in altri con avvenimenti mitologici.

Francesco Pozzato, Floating bodies, 2019
Francesco Pozzato, Greetings from Eubea, 2018
Francesco Pozzato, Horatius Cocles is in Venice, 2019

MZ / SB: Quando installi il tuo lavoro pensi al modo in cui chi lo guarderà si relazionerà con esso, come se si trattasse di una fotografia spaziale?

FP: Non ho mai pensato all’installazione come “fotografia spaziale”, ma certamente pongo molta attenzione a come il mio lavoro deve essere collocato e disposto nello spazio. Rifletto attentamente sul modo in cui lo spettatore dovrà relazionarsi con la trama dei miei elementi. Forse non è proprio una fotografia spaziale, è più un setting archeologico o, in casi specifici, che si riferisce alla catalogazione e all’esposizione museale di reperti antichi. Sono queste vetrine, in fondo, le mie prime gallerie.

MZ / SB: Riportiamo due citazioni, legandole in occasione di questa domanda: «Non sfugge al passato colui che lo dimentica» (Ruth Berlau) e «Per chi non vi è abituato, leggere un’immagine è difficile quanto leggere dei geroglifici» (Georges Didi-Huberman). Quanto spazio occupa il tema della memoria nella tua ricerca? Come decifri il tempo e la memoria del tempo storico attraverso il medium fotografico?

FP: La memoria che prendo in esame non ha a che fare con un’idea soggettiva o individualistica, ma al contrario è una “memoria di specie”. Esploro e approfondisco, pongo uno sguardo complessivo nel suo insieme temporale: negli intenti, traguardi, sconfitte e ricordi che le civiltà umane e la loro/nostra cultura sono state capaci di restituire a noi. Il “mio” tempo storico ha poco meno di 12.000 anni. Nelle fotografie o nei miei lavori prendo in esame un tempo perpetuo, infinito e cristallizzato. Infatti i miei soggetti fotografici sono per lo più superstiti di pietra.

MZ / SB: In Tiber (rolling water) la mano della statua colossale della Fortuna, stampata su un paio di infradito, e la fotografia realizzata in Piazza del Popolo a Roma, stampata in PVC, che valore figurativo e iconografico, anzi che funzione hanno all’interno dell’installazione e in rapporto con tutti gli altri materiali scultorei?

FP: Il Tevere e la sua iconografia, antica e contemporanea, formano il denominatore comune di tutti gli oggetti che compongono l’installazione. Questi componenti, quasi in veste di scenografia, risultano cristallizzati nell’interruzione di un flusso, sia fluviale che temporale. I vari elementi che compongono l’installazione sono: due strutture in ferro, una che somiglia a un appendiabiti e l’altra a forma di sdraio con un telo della stessa lunghezza dell’obelisco di Piazza Navona, un remo e una wall ball rivestita di foglia d’oro. Dislocate nello spazio, inoltre, vi sono una serie di sfere in vetro di Murano e delle forme di alluminio. Come accennate vi sono anche un paio di infradito, sulle quali è stata stampata la mano della statua colossale della Fortuna esposta alla Centrale Montemartini. Questa mano, ormai vuota, teneva una cornucopia, attributo iconografico sia della Fortuna sia del Tevere stesso; mentre, per quanto riguarda il grande telo di PVC a essere ritratto è la figura del Fiume, incastonata tra due sculture di Daci sconfitti, nella fontana di Piazza del Popolo. Questi due elementi, nello specifico, enfatizzano e trattano l’iconografia legata al fiume Tevere, disegnando una geografia complessa dello stesso elemento, dall’età repubblicana all’ottocento. L’intero lavoro è un omaggio al fiume che bagna Roma.

MZ / SB: Ci potresti parlare del concetto di “interruzione di un flusso sia fluviale che temporale” presente in Tiber (rolling water)?

FP: Io ho un problema con i fiumi! Come spesso accade nella mia ricerca, inizio a ragionare dal significato etimologico delle parole in uso oggi. In questo caso “flusso” ha una doppia valenza: si riferisce sia all’originario fluire dell’acqua verso il basso, sia al valore simbolico dello scorrere inesorabile del tempo. È una parola a me molto cara. Le civiltà nascono per lo più in prossimità delle sponde dei fiumi, sono territori di passaggio e di scambio fluido; i fiumi connettono popoli e saperi, oppure rappresentano confini e profonda divisione fra chi è in una sponda e chi è nell’altra. Questo canale naturale è in realtà un territorio culturale a tutti gli effetti. Non è una sorpresa, quindi, che tutto ciò che è connesso al fiume e al suo flusso sia una incredibile sorgente di tecnologia, mitologie e ritualità.

Francesco Pozzato, I think I’ll keep loving you, way past seventy-six, 2019
Francesco Pozzato, Nika II, 2019
Francesco Pozzato, pictos victos – hostis deleta – lvdite secvri, 2019

MZ / SB: Ci interessa l’idea di una fotografia-scultura intesa come scenografia.

FP: Vorrei parlare di Pithos (2019), una fotografia di grandi dimensioni stampata come un banner pubblicitario con occhielli metallici nei perimetri. Con l’uso di elastici da imballaggio è stata sospesa in un angolo di un giardino del XIX secolo. L’installazione dialogava con il contesto “naturale” e le piante di felci del Giardino Jacquard (VI); lo stesso luogo è una scenografia pensata e studiata secondo l’estetica inglese: con grotte artificiali e vegetazione all’apparenza spontanea e boscosa. Nella fotografia quello che sembra un’immagine aerea di un fiume in realtà è un macro dettaglio di una pozza a Hverir, in Islanda. Ho pensato a Pithos come elemento scultoreo da inserire in un contesto scenografico per sua stessa natura, come una sorta di quinta teatrale.

MZ / SB: Anche in The Loser Standing Small (St. Theodore) la fotografia è utilizzata come elemento scenografico, apparentemente alla stessa stregua del coccodrillo appeso a una barra del soffitto del santuario della B.V Maria delle Grazie a Curtatone (MN). Dove finisce la tradizione fotografica e comincia un’apertura concettuale legata all’ibridazione con altri media?
FP: Questo lavoro ha delle assonanze progettuali con Tiber (rolling water). Si tratta di una grande installazione costituita da più elementi scelti e ponderati per il loro valore iconografico e concettuale. Tuttavia se nel lavoro del Tevere vi è un’estetica teatrale, con The Loser Standing Small (St. Theodore) la disposizione degli oggetti è stata pensata secondo un’estetica meno scenografica, ma anzi più simile a evocare un immaginario da trasporto merci, come se si trattassero di oggetti ammassati, stipati o lasciati lì. Qui il supporto fotografico è importante, motivo per il quale la fotografia ha degli occhielli, è installata con delle fascette ed è sospesa in maniera precaria. Io non mi sento un fotografo e francamente non credo di poter essere portavoce della grande tradizione fotografica. Forse è proprio per questo motivo che non ragiono mai per fotografie incorniciate; non mi appartiene, anzi, non è una tecnica funzionale alla mia ricerca formale. Le grandi immagini che catturo e stampo in diversi supporti sono espedienti narrativi, sono messaggi e parti di storie che riscrivono l’arco dei miei interessi, ma soprattutto sono malleabili ed elastiche sia nella loro disposizione, sia per loro stessa natura.

Francesco Pozzato, Pithos, 2019
Francesco Pozzato, Protome nr.17, 2020
Francesco Pozzato, The loser standing small (St. Theodore), 2019
Francesco Pozzato, The winner takes it all (St. Mark), 2019
Francesco Pozzato, Tiber (rolling water), 2019
Francesco Pozzato, Tiber (rolling water) Details, 2019

New Photography è una nuova rubrica di approfondimenti dedicata alla fotografia contemporanea: una serie di interviste di Mauro Zanchi e Sara Benaglia realizzate nel contesto di ricerca riferito allaMetafotografia e alla New Photography, iniziata nel 2018 – approfondita con una mostra presso BACO_BaseArteContemporaneaOdierna (Baco Arte Contemporanea) e una pubblicazione edita da Skinnerboox nell’ottobre 2019 – e tuttora in divenire con ulteriori approfondimenti nelle pagine online di questo sito.
New Photography è un progetto che in una prima fase coinvolge l’avanguardia fotografica contemporanea italiana e in seguito la Nuova Fotografia internazionale. Si pone il quesito di quale sia la natura dell’immagine alla luce di un cambio di paradigma visuale combinato con i cambiamenti sociali e tecnologici che lo hanno accompagnato. Gli algoritmi di correzione dell’immagine, il deep web, l’apertura al non visuale, la codificazione con stringhe di numeri, l’archivio, le corruzioni e gli sviluppi dell’inconscio tecnologico, l’utilizzo delle telecamere di sorveglianza e dello scanner invece di un obiettivo sono solo alcuni dei metodi e delle modalità di ricerca adottati dagli artisti coinvolti.