Alberto Sinigaglia, Big Sky Hunting – Nerveless (2013)
Alberto Sinigaglia, Big Sky Hunting – Alien, The Chrysalis (2013)

Mauro Zanchi / Sara Benaglia: Durante la lunga quarantena causata dalla pandemia hai vissuto nei territori russi. Sei stato anche in una dacia. In una telefonata avevamo parlato di suggestioni legate ai film e alle atmosfere di Tarkovskij. Cosa è entrato nel tuo immaginario dopo la permanenza in quei luoghi amati dal regista russo?

Alberto Sinigaglia: Ho trascorso la quarantena a Ветеран (Veterano), un villaggio di 3000 dacie a nord di Mosca. Le dacie contemporanee hanno poco a che fare con l’ideale romantico che prevede una casetta di legno immersa nella foresta. Si tratta piuttosto di casette autocostruite con i più disparati materiali, collocate in lotti tutti uguali di 10x10mt, ognuno circondato da ondulina metallica, ognuno con il suo colore. Ветеран stesso è una sorta di gated community circondata da ondulina metallica. Moltiplicate un quadrato di ondulina metallica per 3000, moltiplicate ancora per diverse migliaia di altri lotti di altri villaggi. Il risultato è una distesa di ondulina metallica a perdita d’occhio. Tutto questo ha a che fare con l’affermazione della proprietà privata, del chiudere in confini sicuri i propri averi, ha a che fare con il caos post-sovietico e con il turbo capitalismo odierno. Di certo le atmosfere malinconiche di Tarkovsky permangono nel paesaggio russo, restano anche le icone scrostate, le acque stagnanti, i muri diroccati, la fanghiglia della terra, il buio, il vento e il freddo, ma quella dimensione poetica e onirica non l’ho ritrovata. 

MZ/SB: Cosa si cela nelle sculture effimere caricate di pesantezza volumetrica e vaporosa del ciclo Clouds?

AS: Durante gli anni ‘50 e ‘60 una delle attrazioni di Las Vegas era la possibilità di osservare dalle terrazze degli hotels i test delle bombe, che avvenivano a un centinaio di miglia di distanza. I turisti erano soliti  documentare queste scene cariche di violenza e dramma. Attraverso il medium fotografico distorcevano la realtà trasformandola in una cartolina, in una memoria/souvenir delle loro vacanze. Durante lo studio dell’archivio fotografico dei Los Alamos Labs sono rimasto colpito dalla controversa bellezza delle esplosioni e me ne sono appropriato rimettendo in scena la stessa azione del turista. Le ho manipolate fino a produrre innocue misteriose nuvole sospese nel cielo. La bomba è lì, ma camuffata. Il fruitore può percepire la loro presenza, ma è mimetizzata, nascosta dal potere mistificatore della fotografia.

 MZ/SB: Ci interessa approfondire quel sottile confine tra realtà, finzione e illusorietà nella tua ricerca. Quali sono, in questo momento storico, le tue riflessioni sul potere mistificatore (e in alcuni casi surreale) del medium fotografico?

AS: Per me è fondamentale mettere in discussione le immagini. Soprattutto in questo mondo saturo di immagini, in cui ciascuno di noi contribuisce a questa accumulazione potenzialmente senza fine. Viviamo in sistemi di memorie e di tracce che ci aiutano a leggere il presente. Queste memorie e tracce nel tempo vengono alterate, modificate, sovrascritte, rendendo la nostra lettura-visione meno chiara, meno netto il confine tra reale e finzione. I miei lavori vanno a indagare l’iconografia relativa a memorie di eventi ben precisi della storia, lavorando appunto sulle zone d’ombra, sulle possibili riletture in una chiave presente.

MZ/SB: In cosa consiste la mimetizzazione nella tua pratica metafotografica? 

AS: Prendiamo per esempio Microwave City. La serie è un invito a riconsiderare una delle principali icone del XX secolo e mostra come attraverso la ripetizione e la stratificazione di immagini questa sia stata assorbita nella nostra memoria culturale come un evento tra i tanti. L’esperienza tecnologica della bomba si è trasformata come un’esperienza riproducibile e contemplativa. La mimetizzazione è il soggetto di indagine e allo stesso tempo lo strumento attraverso cui elaboro il progetto. 

MZ/SB: Che rapporto hanno le immagini con le elaborazioni visive di onde elettromagnetiche catturate da macchinari scientifici avanzati o figurati nella coscienza delle persone? Come rappresentiamo l’universo è solo un’approssimazione di ciò che è in realtà la complessità dell’universo?

AS: È noto che conosciamo solo 4% dell’universo e l’immagine è uno degli strumenti che utilizziamo per studiarlo ed esplorarlo. Dietro le immagini astronomiche c’è un enorme lavoro di elaborazione e interpretazione e l’immaginario che ne deriva è in continua evoluzione, soprattutto a causa dell’obsolescenza ed il processo di erosione congeniti nella tecnologia che utilizziamo. Con il progetto Big Sky Hunting ho cercato di indagare questo spazio di approssimazione. Attraverso la raccolta di vecchi documenti fotografici e testuali in parte danneggiati e archivi non più utilizzabili da un punto di vista scientifico, la serie costruisce una narrazione per frammenti giocando sugli errori, sulle contraddizioni e i capovolgimenti di senso, arrivando a trascendere una visione puramente “retinica” dell’osservazione. 

Alberto Sinigaglia, Big Sky Hunting – Magazine (2015)
Alberto Sinigaglia, Big Sky Hunting – Fragment (2013)
Alberto Sinigaglia, Big Sky Hunting – The Scenery Of Heavens (2013)

MZ/SB: Cosa si nasconde dentro i palazzi ciechi che compaiono in alcune tue immagini? Cosa denuncia questa serie? Quale è il prezzo che dobbiamo pagare per mantenere in vita tutto il sistema di internet?

AS: Sono le facciate dei data center di New York. Questi edifici contengono i punti terminali e di snodo delle immense infrastrutture che innervano fisicamente la superficie terrestre e che esistono in una condizione di non-visibilità, nascoste appunto dietro finestre cieche piuttosto che sepolte o sommerse sul fondo degli oceani. Il visibile emerge sotto forma di flusso costante di dati, informazioni e immagini. Tendiamo a immaginare questo flusso come senza corpo, senza peso, ma l’astratto mostra sempre le sue radici nel tangibile. 

MZ/SB: Cosa è emerso dal progetto Waterfalls & Volcanoes?

AS: “Cyberspazio. Un’allucinazione consensuale vissuta quotidianamente da miliardi di operatori legittimi, in ogni nazione, da bambini educati con concetti matematici … Una rappresentazione grafica di dati astratti dai server di ogni computer nel sistema umano. Complessità impensabile. Linee di luce fluttuanti nel non-spazio della mente. Cluster e costellazioni di dati. Come le luci della città che si allontanano” (William Gibson, Neuromancer, 1984).

Su Instagram, a settembre 2019 i post con #nature erano 445 M, a novembre 2020 sono 574 M. Negli ultimi 5 anni molti siti naturali in tutto il mondo hanno visto aumentare il numero di visitatori da poche centinaia a migliaia, con conseguenze economiche, sociali e ecologiche su questi territori. Waterfalls & Volcanoes è un progetto su come i social media stanno trasformando radicalmente il modo in cui le persone percepiscono e fanno esperienza del paesaggio. Stiamo infatti assistendo a un fenomeno in cui l’immagine non viene utilizzata esclusivamente per validare la propria esperienza ma anche come la sua standardizzazione visiva sta entrando a far parte della fruizione di un territorio. Il sublime naturale è sostituito dal sublime tecnologico e dal sublime digitale. Il sublime digitale emerge quando gli esseri umani creano forme di rappresentazione, che sembrano trascendere i limiti del corpo e creano un forum che collega insieme miliardi di menti. In questo non-spazio, le allucinazioni consensuali si sono normalizzate.

Gli utenti sono reciprocamente influenzati per ricreare la stessa fotografia di un luogo, un infinito copia / incolla che produce un nuovo tipo di ideale. Immagine dopo immagine, strato dopo strato, il paesaggio diventa uno sfondo, diventa uno schermo verde, scompare e diventa astratto. Per approfondire questo accumulo e astrazione di immagini, voglio utilizzare processi e tecnologie scientifiche normalmente utilizzati in archeologia / geologia (come sezioni sottili e carotaggi), combinandoli con analisi quantitative, utilizzando big data culturali e materiale fotografico d’archivio. Attraverso questi metodi voglio produrre delle sculture di resina fatte di “campioni” di realtà (pietre, piante, oggetti), che diventano esse stesse fonti di “negativi”. Potenzialmente ogni scultura può generare migliaia di immagini.

L’idea principale di Waterfalls & Volcanos è moltiplicare questa astrazione e costringere lo spettatore a mettere in discussione l’immagine e il suo ruolo culturale.

MZ/SB: A quale immaginario si riferisce la serie dei bombardamenti notturni?

AS: Era il 1990, avevo 6 anni ed ero terrorizzato dalle immagini della Guerra del Golfo. Ricordo soprattutto le immagini in night view della contraerea sopra Bagdad. Erano delle immagini aliene registrate con una nuova tecnologia che nessuno aveva mai visto prima e si sono inculcate nella memoria di me bambino. Oggi so che quella fu una guerra rivoluzionaria e viene definita come la prima Hyperwar.  Fu il primo conflitto Televised H24. Vennero impiegate nuove strategie militari e di comunicazione e sperimentate tecnologie. Oggi so che Baudrillard ha scritto “The Gulf War Did Not Take Place”.
Ho questo materiale in un cassetto che prima o poi aprirò. 

MZ/SB:  A cosa stai lavorando in questi mesi?

AS: In questi ultimi mesi ho lavorato a una committenza per Atlante Architettura Contemporanea, una piattaforma online promossa dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea e Rigenerazione Urbana del MiBACT in collaborazione con Triennale Milano e MUFOCO, che si propone di divulgare le architetture italiane dalla seconda metà del Novecento a oggi. Il mio lavoro insieme a quello di altri 9 fotografi verrà esposto in Triennale appena la situazione ce lo permetterà. Ho poi preparato una mostra personale, che dovrebbe inaugurare il 5 Dicembre alla galleria MLZ Art Dep di Trieste, dove verrà presentato un allestimento inedito di Microwave City

Alberto Sinigaglia, MicrowaveCity – MicrowaveCity (2014)
Alberto Sinigaglia, Microwave City – Exhibition View, Galleria Arte MOderna e Contemporanea San Giminiano, curated by Elio Grazioli
Alberto Sinigaglia, MicrowaveCity – CALL ME (2017)
Alberto Sinigaglia, MicrowaveCity – Dominick Arkansas Cloud (2017) – Fondazione Fabbri : Museo Fattori
Alberto Sinigaglia, MicrowaveCity – Green House George Cloud (2017)
Alberto Sinigaglia, MicrowaveCity – Monolith (2017)
Alberto Sinigaglia, MicrowaveCity – Scenic US (2016)
Alberto Sinigaglia, MicrowaveCity – Strike Gently (2017)
Alberto Sinigaglia, MicrowaveCity – Trinitite (2017)
Alberto Sinigaglia, Untitled (2020)
Alberto Sinigaglia, MicrowaveCity – Actual Photo (2017)