• Meg Webster accanto alla sua opera Cone of Water, 2015 © Sergio Tenderini
  • Ritratto di MEG WEBSTER di Robert Stolarik for The New York Times
  • Villa e Collezione Panzan Varese - Foto di Arenaimmagini.it, 2013 © FAI - Fondo Ambiente Italiano
  • Meg Webster Cone of Water, 2015 Ferro, acqua Courtesy of the artist, Paula Cooper Gallery, New York and Anne Mosseri-Marlio Galerie, Basel 101,6 x 426,72 cm Foto © Sergio Tenderini
  • Roxy Paine Crop (Poppy Field), 1997-1998 PVC, resina epossidica, PETG, polimeri, lacca, pittura a olio, acciaio e filo Private collection, New York 91,4 x 243,8 x 182,9 cm Foto © Sergio Tenderini
  • Roxy Paine Dinner of the Dictators, 1993-95 Cibo liofilizzato, piatti, stoviglie, legno, vetro The New School Art Collection, New York 120 x 301 x 127 cm Foto © Sergio Tenderini
  • Meg Webster Volume for Lying on Flat, 1989 Torba, muschio e filo di ferro Panza Collection, Mendrisio 78,7 x 61 x 205,7 cm Foto © Sergio Tenderini
  • Roxy Paine Dry Rot, 2001 Fibra di vetro, resina epossidica, lacca e olio Collection of Joe Amrhein and Susan Swenson 173 x 249 x 18 cm Foto © Sergio Tenderini
  • Meg Webster Moss Bed, 1988 Muschio e terra Museo Cantonale, Lugano. Donazione Panza 25 x 147,3 x 203,2 cm Foto © Sergio Tenderini
  • Ritratto di Roxy Paine
  • Roxy Paine Psilocybe Cubensis Field, 1997 Polimero termoindurente, lacca, pittura ad olio, acciaio The Israel Museum Collection, Jerusalem Dimensione variabile © Sergio Tenderini
  • Roxy Paine Psilocybe Cubensis Field, 1997 Polimero termoindurente, lacca, pittura ad olio, acciaio The Israel Museum Collection, Jerusalem Dimensione variabile © Sergio Tenderini
  • Meg Webster Ash of a Florida Earth, 1990 Cenere di legno su carta Panza Collection, Mendrisio 76,3 x 76 cm Foto © Sergio Tenderini
  • Meg Webster Sand Bed, 1982 Sabbia Paula Cooper Gallery, New York 203,2 x 147,3 x 25 cm Foto © Sergio Tenderini (detail)
  • Meg Webster Sand Bed, 1982 Sabbia Paula Cooper Gallery, New York 203,2 x 147,3 x 25 cm Foto © Sergio Tenderini
  • Roxy Paine Amanita Virosa Wall, 2001 Plastica termoindurente, acciaio inossidabile, lacca e olio Whitney Museum of American Art, New York Dimensione variabile Foto © Sergio Tenderini
  • Roxy Paine Tapioca Slime Painting, 2001 Polimero termoindurente, lacca, olio e alluminio Collection of the artist, New York 122,5 x 168,3 x 35,6 cm © Sergio Tenderini
  • Meg Webster Copper Containing Salt, 1990 Rame, sale Panza Collection, Mendrisio 91,4 x 78,7 x 78,7 cm © Sergio Tenderini

“Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce miele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella […]”. Così Giacomo Leopardi, in uno dei più celebri passi dello Zibaldone, descrive la madre suprema e matrigna di tutti noi e di tutto ciò che ci sta attorno, la Natura, personificata poi icasticamente, nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”, in una statuaria figura femminile, imponente e minacciosa.

Ma, prima di lui, giusto per citare alcuni dei padri “italici” “de rerum natura”, si ricordi Plinio il Giovane, che, nella prima delle sue lettere a Tacito descrive la morte dello zio/padre adottivo Plinio il Vecchio nella “notte più nera e più fitta di qualsiasi notte”, ovvero l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Da qui il Giovane darà luogo a una cospicua serie di riflessioni e meditazioni su quella Natura cruenta e ingiustificata che si intestardisce contro l’uomo debole e misero, fondamentali per le generazioni a venire. Ma, anche, a suggestivi tornaconti memoriali, attualissimi: “Quando riapparve la luce del sole (era il terzo giorno da quello che aveva visto per ultimo) il suo cadavere fu ritrovato intatto, illeso e rivestito degli stessi abiti che aveva indossati: la maniera con cui si presentava il corpo faceva più pensare ad uno che dormisse che non ad un morto”.

Ma, se si vuole andare ancora più in là, è d’obbligo parlare di Lucrezio (94-50 a.C), poeta e filosofo fondamentale per la prosecuzione e diffusione del pensiero epicureo nella compagine romana. A lui, d’altra parte, si riferirà, d’ora in poi, ogni riflessione sulla relazione uomo-natura-dio in ambito occidentale (perlomeno europeo). “Ché, se pure ignorassi quali siano i primordi delle cose, ciò, tuttavia, dallo stesso comportarsi del cielo oserei asserire, e dimostrare in base a molti altri fatti, che assolutamente non per noi divinamente fu apprestata la natura del mondo”.

Ecco che, partendo da questa linea, la mostra presentata dal FAI – Fondo Ambiente Italiano, “Natura naturans. Roxy Paine e Meg Webster (Opere dal 1982 al 2015)” – inaugurata il 12 giugno a Villa Panza a Varese e visibile fino al 28 febbraio 2016 -, si inserisce in un discorso secolare, per non dire millenario, incentrato attorno alla condizione umana, intesa come una delle tante fibre vegetali che, intrecciate, danno origine a quell’organo che è l’esistenza terrestre. L’esposizione, a cura di Anna Bernardini, direttore di Villa e Collezione Panza, ed Angela Vettese, critica d’arte, sembra agitarsi attorno a due poli: Natura madre o Natura matrigna, uomo figlio prediletto o insetto da schiacciare? Le risposte non sono chiare, né possono esserlo, ma ora, forse su quelle stesse basi prima suggerite, si cerca di fare un passo più in là, o di arrovellarsi, ancora, ingenuamente umani, tra i quesiti a cui mai si potrà dare una risposta.

Il tutto è qui declinato in 28 opere di due artisti visivi, e non più, quindi, negli scritti di poeti, filosofi o storici. Così Roxy Paine (New York, 1966) e Meg Webster (San Francisco, California 1944), due artisti americani di generazione e linguaggio diversi, esporranno opere site-specific o precedentemente realizzate -provenienti, tra gli altri, dal Solomon R. Guggenheim Museum, il The New School Art Collection e il Whitney Museum of American Art di New York, il Museo Cantonale di Lugano, l’Israel Museum di Gerusalemme- per affrontare un tal tema.

Roxy Pane crea opere capaci di indagare la relazione tra creatività dell’uomo, crescita naturale e produzione industriale, individuando in ogni tipo di ramificazione naturale (delle reti neurali a quelle vascolari) un modello adatto da replicarsi nella progettazione di impianti artificiali. A Villa Panza espone alcuni dei suoi Replicants, opere realizzate a mano dall’artista con resine sintetiche, lacche, polimeri e vernici industriali, per riproporre, con assoluta fedeltà, alghe, funghi velenosi, muffe e fiori, disposti in modo da creare delle specie di “campi” sia in orizzontale, sul pavimento, che in verticale, sulle pareti.

Meg Webster, invece, crea sculture, installazioni e disegni per riflettere sulla percezione fisica e psichica dello spazio e sulla bellezza intrinseca dei materiali. Dà così luogo a forme ancestrali e volumi minimalisti a partire da comuni elementi naturali, come sale, acqua, muschio, cera vergine, arbusti, vetro e rame, sebbene la principale materia del suo lavoro sia la terra, sia per installazioni esterne che interne. In occasione di Natura naturans l’artista ha realizzato, appositamente per gli spazi della villa, alcune delle sue opere più importanti, tra cui Stick Spiral del 1996, Mother Mound del 1990 e l’installazione interattiva Solar Piece (2015), andando a trasformare una stanza in un vero e proprio ecosistema, dove nel corso dei mesi si alterneranno colture differenti, sulla base del naturale evolversi dell’ambiente così ricreato.

Meg Webster  Cone of Water, 2015 Ferro, acqua Courtesy of the artist, Paula Cooper Gallery, New York and Anne Mosseri-Marlio Galerie, Basel 101,6 x 426,72 cm Foto © Sergio Tenderini

Meg Webster Cone of Water, 2015 Ferro, acqua Courtesy of the artist, Paula Cooper Gallery, New York and Anne Mosseri-Marlio Galerie, Basel 101,6 x 426,72 cm Foto © Sergio Tenderini

Roxy Paine Crop (Poppy Field), 1997-1998 PVC, resina epossidica, PETG, polimeri, lacca, pittura a olio, acciaio e filo Private collection, New York 91,4 x 243,8 x 182,9 cm Foto © Sergio Tenderini

Roxy Paine Crop (Poppy Field), 1997-1998 PVC, resina epossidica, PETG, polimeri, lacca, pittura a olio, acciaio e filo Private collection, New York 91,4 x 243,8 x 182,9 cm Foto © Sergio Tenderini

Roxy Paine Amanita Virosa Wall, 2001 Plastica termoindurente, acciaio inossidabile, lacca e olio Whitney Museum of American Art, New York Dimensione variabile Foto © Sergio Tenderini

Roxy Paine Amanita Virosa Wall, 2001 Plastica termoindurente, acciaio inossidabile, lacca e olio Whitney Museum of American Art, New York Dimensione variabile Foto © Sergio Tenderini