Intervista di Antongiulio Vergine

Il museo temporaneo navile mtn, primo museo di quartiere d’Italia, è un luogo assolutamente unico nel suo genere: la mission è quella di avvicinare l’arte alle persone senza ricorrere filtri ideologici e intellettualistici. In occasione della seconda mostra organizzata al museo, Concrezioni di un nuovo millennio di Niccolò Morgan Gandolfi, inaugurata il 5 aprile, abbiamo incontrato uno dei suoi ideatori, l’artista Marcello Tedesco.

Antongiulio Vergine: Come e quando è nata l’idea del museo temporaneo navile?

Marcello Tedesco: L’idea è nata alcuni mesi fa, in maniera quasi fortuita. Il museo è stato inaugurato nel gennaio 2019 e l’idea è nata cinque mesi prima: ci ha contattato un rappresentante della Valdadige Sistemi Urbani – società che ha finanziato la costruzione degli edifici della Trilogia Navile, dove ha sede il museo – comunicandoci l’intenzione di voler sfruttare questo luogo. L’idea iniziale era quella di organizzare una singola mostra – la prima, dedicata a Silla Guerrini, ideatrice insieme al sottoscritto del progetto del museo. Abbiamo, però, proposto di sviluppare un progetto più organico, e così è stato. Io e Silla siamo stati per un periodo a Berlino, immergendoci nel cuore dell’Europa, e, una volta tornati, abbiamo messo su carta il progetto, con una durata approssimativa di un paio d’anni. La Valdadige ha avuto quindi la lungimiranza di credere in un progetto artistico, di credere che l’arte possa svolgere una funzione sociale, e noi abbiamo avuto l’intelligenza di strutturare un progetto in grado di soddisfare le loro esigenze. Abbiamo, così, prefissato cinque mostre per il primo anno aventi tutte un tema comune, quello della territorialità, concetto inteso nella sua forma più alta, non soltanto legata alla questione geografica.

A.V.: Il tema è nato inevitabilmente anche da luogo in cui ha sede il museo.

M. T.: Assolutamente. Noi vogliamo invitare gli artisti non a portare le opere che hanno in studio – ci sono posti più adeguati per far questo: la nostra ambizione è quella di spingere gli artisti ad attivare delle reali possibilità di relazione, producendo un’arte capace di rapportarsi con il territorio. A noi non interessa l’idea di un’arte esclusivamente intellettuale, bensì che gli artisti forniscano delle nuove possibilità, delle nuove visioni in grado di mettere in luce quello che sta succedendo intorno. È un’arte che desidera entrare nella vita stessa.

A. V.: La mission del museo temporaneo navile è quindi quella di avvicinare l’arte al territorio e alla gente. In che modo?

M. T.: Il nostro intento non è quello di effettuare una parafrasi dell’arte. Gli artisti che noi invitiamo sono assolutamente autonomi nella loro ispirazione: naturalmente discutiamo insieme il progetto da presentare, ma il loro è un lavoro autonomo. L’artista sceglie i mezzi con i quali esprimersi e i territori che intende esplorare. La mission, quindi, è quella di riportare l’arte alla sua vocazione: dal mio punto di vista, l’arte è qualcosa che non si può scindere dalla vita. Noi, in questo luogo, desideriamo che arte e vita siano strettamente intrecciate.

A. V.: Si tratta, dunque, di ridurre la distanza tra arte e fruizione, tra arte e sua esperienza.

M. T.: Esatto. Noi invitiamo gli artisti ad offrire un’esperienza. Si parla di esperienza soltanto quando c’è qualcosa da esperire, e spesso si tratta di un dato intellettuale. Questo, tuttavia, non basta. Il dato intellettuale, infatti, può essere compreso solo da chi conosce quel determinato codice, e non è detto che il 90% delle persone sia in grado di comprenderlo. Questo, però, non vuol dire che le persone non riescano a comprendere le dinamiche legate alla vita. Queste ultime vengono prima del codice. Si può dire che io, ideatore di questo progetto insieme a Silla Guerrini, distinguessi a livello ideale due ambiti: quello culturale, ultimamente sopravvalutato – fatto di specifici codici che bisogna necessariamente comprendere – e quello della vita, fatto di ciò che è vivo, il quale precede l’ambito culturale ed è antecedente a qualsiasi codice: è un qualcosa che riguarda tutti, al di là di qualsiasi conoscenza.

A. V.: L’arte, quindi, dovrebbe essere in grado di filtrare quel linguaggio specifico in modo da arrivare alla gente.

M. T.: Sì. È un qualcosa che non si può esprimere facilmente. Per chiarire meglio le cose, potremmo prendere in esempio Cesare Zavattini, un artista per il quale organizzeremo prossimamente una mostra. Artista raffinatissimo, vincitore di ben due Oscar per la sceneggiatura, si muoveva a livelli altissimi nell’ambito della cultura. Nonostante questo, però, era in grado di coniugare la raffinatezza con l’amore per le persone. Per noi Zavattini è un paradigma, un archetipo: quello di un artista colto che, al contempo, riesce ad arrivare a tutti. Questa è l’ambizione che coltiviamo anche noi.

A. V.: A questo punto ti chiedo: il museo temporaneo navile sarebbe potuto nascere in qualsiasi altro quartiere di Bologna o la Bolognina era, in qualche modo, predestinata ad accoglierlo?

M. T.: Io sono di formazione un po’ russa, e, dunque, credo, in qualche modo, nel destino. Secondo me, questo quartire ha da sempre avuto una vocazione per l’arte e l’espressione. Forse, però, non ne è ancora consapevole. Ad esempio, visitando New York o Berlino, mi sono reso conto della presenza di quartieri molto simili alla Bolognina, con la differenza che gli abitanti di quei quartieri sono consapevoli del luogo in cui vivono. Qui se ne rendono conto, ma fino a un certo punto. È come una potenzialità inespressa che, grazie a questo museo, forse, il quartiere riesce finalmente ad esprimere. La risposta degli abitanti – perché questo, ci tengo a dire, è il loro museo – è stata infatti positiva fin da subito: le persone partecipano e sono orgogliose, sentono di aver bisogno di arte contemporanea, e noi siamo molto felici di questo. Questa, in fondo, è la nostra mission: avvicinare le persone all’arte contemporanea.

A. V.: La multiculturalità del quartiere, poi, ben si sposa con la libertà lasciata agli artisti di utilizzare mezzi espressivi differenti.

M. T.: Assolutamente. La Bolognina è il quartiere più grande di Bologna, e qui è riunita buona parte delle etnie mondiali. Infatti, la scelta di definire il nostro come un museo di quartiere ha un’accezione ben precisa: il Navile, che racchiude in sé quattro dipartimenti tra i quali la stessa Bolognina, noi lo consideriamo come un micromondo, e il Museo Temporaneo Navile è il museo di questo micromondo.

Riguardo la pluralità dei mezzi, questa si esprime soprattutto grazie alla Project Room, inaugurata proprio in occasione della mostra di Niccolò Morgan Gandolfi. Si tratta di un progetto speciale: nella Project Room – noi la definiamo anche “arca dei linguaggi” – verranno invitati ogni mese una decina di artisti, i quali presenteranno un’opera che sia l’emblema del proprio territorio estetico. Vi è, dunque, un confronto tra diversi universi e territori estetici, nell’equilibrio, però, delle diversità: l’intento è quello di dimostrare che le diversità, le disomogeneità, non sono qualcosa di negativo – come l’attuale periodo storico vorrebbe far credere. Non è stato facile far convivere ritmicamente opere così diverse tra loro, ma questo è stato possibile grazie alla serietà degli artisti che vi hanno partecipato. La Project Room, a tal proposito, potrebbe costituire una sorta di esperimento. Quello che noi intendiamo fare è presentare al pubblico la diversità come un qualcosa di interessante, un dispositivo fondamentale che connota la contemporaneità.

A. V.: Nella diversità avviene uno scambio di valori, ed è quello che accade, in fondo, anche tra le opere: uno scambio di energie.

M. T.: Sì. È una diversità di pensiero, di visione, data dai vari universi estetici presenti. Penso, però, sia piuttosto oggettivo il fatto che, nonostante queste differenze radicali, ci sia comunque un qualcosa di ritmico. Torniamo sempre al discorso della vita: dove c’è vita, c’è ritmo. È una questione che mi preme molto questa: riuscire a sviluppare una nuova idea di ritmo legata al comportamento, al linguaggio, alla gestione dello spazio. Non a caso, non vi sono muri che dividono la Project Room dalla main room o tra il museo e lo spazio circostante. Questo perché non vorremmo sviluppare un’idea gerarchica, nè tantomeno autoritaria, degli spazi. E anche questo è un filone che cerchiamo di indagare come artisti. Qui siamo tutti artisti. Non c’è un capo che comanda e decide. Anche se può risultare faticoso, c’è un’idea orizzontale di comunicazione e di scambio, e questo, inoltre, è un qualcosa che connota il nostro museo rispetto ad altri. Il nostro è un museo che forse diventerà anche uno spazio istituzionale, gestito e pensato, però, da degli artisti.

A. V.: Tutto questo è dato dalla felice coincidenza – tra l’altro inedita – tra la figura dell’artista e quella di direttore di museo.

M. T.: Sì, anche se io non mi identifico con la figura del direttore, proprio perché è una figura gerarchica. Naturalmente ho delle responsabilità, anche istituzionali, ma il mio punto di vista nella gestione di questo museo è quello di uno scultore. Le decisioni le prendo come scultore, non come direttore, e un esempio è dato dalla questione della gestione degli spazi: il fatto di scegliere di non dividere la Project Room dalla main room o la scelta di far convivere due mostre che potrebbero sembrare diversissime. Tutto questo lo penso prima come scultore, che come direttore di un museo – anche se io non sono comunque il direttore di questo museo.

A. V.: Nonostante il museo sia nato da poco, sembra che l’obiettivo sia stato raggiunto. Il pubblico ha risposto bene e, oltre tutto, è molto interessante il fatto che le opere della Project Room verranno ospitate dagli abitanti della Trilogia.

M. T.: Sì, la risposta da parte della città è stata veramente eccezionale e, naturalmente, quella del quartiere è stata ancora maggiore. Questo ci ha portato a sviluppare l’idea di un museo democratico e aperto alla cittadinanza, un museo dislocato: le opere della Project Room, infatti, vengono offerte in prestito per un mese dagli artisti al museo e, successivamente, gli abitanti della Trilogia possono richiederle a loro volta in prestito per un altro mese. Così facendo l’abitazione privata si trasforma in un’altra sala del museo. Il museo, quindi, non è costituito soltanto dallo spazio fisico in cui ha sede, ma è rappresentato anche da altri spazi, così da avere un rapporto ritmico con la vita delle persone. Anche questo, ovviamente, richiede molto lavoro e, soprattutto, la disponibilità da parte degli artisti – che comunque c’è stata: in questo modo, tutti ci dirigiamo verso una direzione sperimentale col desiderio che l’arte sia un’esperienza alla portata di tutti. Se l’arte riesce a permeare la vita di una comunità, siamo certi che la comunità avrà un maggiore impulso verso l’armonia, la comprensione, un maggior senso comunitario. In questo senso, è fondamentale che l’arte entri nella vita delle persone e non rimanga soltanto un’astrazione per intellettuali.

A. V.: L’obiettivo, quindi, è stato raggiunto a piccoli passi.

M. T.: A piccoli, grandi passi. A me sembra essere passato un anno dall’apertura del museo, quando in realtà son passati solo due mesi. Nel frattempo, però, son successe tante cose: si è già creata una rete di artisti, di curatori, di persone che stimo, e tutto questo è incoraggiante. Sento un sostegno intorno a questo progetto.

Museo Temporaneo Navile mtn, via John Cage 11/a – 13/a, Bologna.