Cara Elena,

Da inizio marzo si paga il biglietto, per cui lo scorso sabato, con solo due persone davanti a me in biglietteria, sono riuscito a visitare il Museo del ‘900.

Premesse:
- Finalmente Milano ha un Museo in cui esporre al pubblico almeno parte delle sue importanti collezioni pubbliche e, nonostante ci siano voluti 10 anni dal concorso con cui è stato affidato ad Italo Rota il progetto di ristrutturazione del palazzo dell’Arengario (risalente agli anni ’30), bisogna esserne felici.
- Personalmente considero Italo Rota uno degli architetti italiani più interessanti e, quanto a talento, sicuramente il più dotato della sua generazione.
- Anche se non del tutto di mio gusto, l’edificio è architettonicamente interessante, alcuni spazi sono oggettivamente suggestivi (uno per tutti il sistema di sale, su due livelli e aperto su piazza del Duomo, dedicato a Lucio Fontana), funziona in maniera eccellente come percorso panoramico da cui scoprire scorci sulla città sorprendenti e, per converso, alcuni ambienti e relativi pezzi forti della collezione (tra cui il Fontana di cui sopra e “Il Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo) sono visibili dallo spazio urbano, il che sarà anche un po’ una “ruffianata”, ma ci sta e funziona.

Detto questo, la mia visita è stata rapida, e l’impressione che ne ho ricavato netta: sembra proprio un museo del ‘900!

Anche lasciando perdere il fatto che alcune scelte architettoniche diano al tutto un’aria molto fine anni ’90 (dati i tempi dell’operazione, il progetto più o meno a quell’epoca risale), sembra proprio che sia lì dal secolo scorso…

Le mandrie di visitatori che l’amministrazione in fase pre-elettorale ha voluto far transitare gratis lungo un percorso di visita tortuoso e poco leggibile e attraverso spazi espositivi troppo risicati ed angusti per la quantità e qualità di opere che contengono (si inizia ad avere l’impressione di una spazialità e un respiro museale solo quando si passa nelle sale contenute in parte dell’adiacente Palazzo Reale) hanno lasciato il loro segno. Dopo appena qualche mese di apertura andrebbe già valutata l’idea di interventi di manutenzione generalizzati: le pareti sono annerite dal passaggio delle persone oltre l’ammissibile; non solo segni evidenti di pedate, manate, culate e borsettate nei punti di passaggio più angusti (che non scarseggiano affatto) e su ogni superficie che si presti ad essere toccata, ma un aria un po’ fané diffusa sia sui muri che su molti dei pannelli espositivi e soluzioni di emergenza a protezione delle opere concorrono a integrare perfettamente, anche dal punto di vista dell’atmosfera, questa nuova sede espositiva nel sistema museale italiano.

Crepe negli intonaci e una realizzazione tutt’altro che impeccabile dei dettagli completano un quadro non certo esaltante, da cui si ha, oltre tutto, l’ennesima conferma dell’impossibilità in Italia di avere edilizia pubblica di qualità anche quando i budget non sono così risicati (28 milioni di euro l’investimento totale in questo caso). Su quest’ultimo aspetto il problema è anche teorico (ma vi risparmio il tedio alla luca rossi dell’architettura), in breve, sospetto che scelte architettoniche e costruttive differenti avrebbero permesso un impiego più sensato delle risorse disponibili e forse, se non un controllo migliore della qualità di realizzazione (che con il nostro sistema di appalti è fantascienza pura), almeno la possibilità di nascondere certe magagne.

Se andate da quelle parti, non perdetevi la mostra di Savinio a Palazzo Reale lì accanto!

Andrea Balestrero