Monica Mazzone,   L’intenzione di una retta. Milano 2016

Monica Mazzone, L’intenzione di una retta. Milano 2016

E’ in corso fino al 4 ottobre allo Studio Maraniello la mostra personale di Monica Mazzone,  L’intenzione di una retta. Pubblichiamo l’intervento critico della curatrice Rossella Moratto.

L’intenzione di una retta —

La tensione verso la perfezione può sembrare oggi obsoleta, in un’epoca complessa ed entropica che ha sepolto le grandi ideologie sotto la coltre del postmoderno, lasciando ampi spazi a soggettività e narcisismo e a un’espressività che reclama una libertà priva di costrizioni.

È, invece, una questione quanto mai attuale se intesa come la rivendicazione di una creatività che si oppone alla cacofonia della proliferazione fantastica, nel tentativo coraggioso di dare un orizzonte sistematico al proprio operare, in un continuo sforzo autoriflessivo: ridurre la varietà fenomenica a elementi limitati e costanti, giustificati e sviluppati con una ferrea logica interna, per tendere alla compiutezza. Questa è la spinta che muove la ricerca di Monica Mazzone: l’adozione di una prospettiva analitica che – lontana nipote del Concettualismo degli anni Settanta – lo declina nell’attualità e nei confini di una specificità disciplinare che giustifica il suo fondamento su basi teoriche e parametri oggettivi, anche se arbitrariamente scelti.

Mazzone parte da questioni personali che riguardano la possibilità dell’espressione individuale e la relazione tra sé e il mondo. Lo fa però sempre ponendosi dei limiti, circostanziando il suo raggio di azione e i suoi strumenti. C’è un evidente bisogno di verità di sé[1] e anche, rifiutando l’immediatezza espressiva pulsionale e autocentrata, la necessità di contenere e razionalizzare le proprie emozioni per renderle comunicabili, nella segreta aspirazione a creare una lingua visiva universale. Non è tuttavia una rinuncia alla propria soggettività ma è la volontà di fondarla consapevolmente radicando la pratica del proprio operare su premesse metodologiche concrete. È la scelta di un impegno disciplinare e specifico, basato sulla formalizzazione del processo e sullo sviluppo deduttivo, sull’adozione di criteri matematici che partendo da un’ipotesi data arrivano a una conclusione ineccepibile.

«L’approccio matematico nell’arte contemporanea non è la matematica in se stessa e difficilmente fa uso di ciò che conosciamo come matematica esatta. È anzitutto un impiego dei processi del pensiero logico nei confronti della espressione plastica dei ritmi e delle relazioni.»[2]

Questa frase di Max Bill descrive perfettamente l’intenzione dell’artista, cioè la volontà di trasferire visivamente le relazioni logiche che fondano il suo lavoro.

«Quale è il gesto minimo possibile per creare una immagine?» è la questione iniziale: l’analisi del Punto nello Spazio e il suo sviluppo sono la riposta che ha dato origine alla serie di sculture IL MINIMO, ideate ipotizzando il movimento di un punto su una superficie utilizzando in modo improprio un software 3D forzato a comportarsi come se operasse su un piano bidimensionale – facendo cioè coincidere gli assi cartesiani – generando così grafici, ellissi e iperboli da cui derivano direttamente delle forme geometriche semplici, successivamente moltiplicate e assemblate. Questa razionalità si riflette nell’armonia e nell’equilibrio dei lavori, frutto di una coerenza immediatamente percepibile.

L’ovvio riferimento al Minimalismo è una suggestione presente ma remota nelle geometrie poligonali delle Immagini-Oggetto – così Mazzone definisce le proprie opere, sottolineando il superamento dell’idea di scultura e pittura, e di bidimensionalità e tridimensionalità – e nei loro andamenti così come nelle realizzazioni bidimensionali, campiture piatte, dipinte senza tracce gestuali con colori abbinati secondo logiche complementari, il cui accordo tonale evoca orizzonti emozionali. Nell’uso del colore – anche se di norma l’artista predilige i toni del grigio considerati equivalenti al silenzio – si inserisce una parentesi polisemica perché l’opposizione complementare richiama la dualità presente nel reale e l’uso meno frequente dell’oro fanno riferimento alla tradizione pittorica.

Partendo da IL MINIMO, Mazzone fa un passo ulteriore e presenta una nuova serie di Immagini-Oggetto che ne esprime la coerente evoluzione, concentrandosi sull’andamento della linea retta, nelle sue molteplici possibilità rappresentative in potenza o in atto. La retta è pulsione in divenire, componente emotiva che spinge e muove il punto, è il motore intenzionale dell’Immagine-Oggetto: secondo Mazzone significa «aggiungere alle forme minime una carica emotiva controllata»[3], rendendo empirico il processo geom etrico che produce un’immagine visiva con un impulso sentimentale, sintetizzato nella definizione l’intenzione di una retta.

Facendo esplicitamente riferimento alle proiezioni ortogonali o assonometriche crea forme continue che rappresentano lo spazio di ribaltamento e – facendo coincidere bidimensionalità proiettiva e tridimensionalità – inglobano in sé la loro potenzialità di elaborazione. Sono trascrizioni di un processo concettuale che si fa concreto descrivendo una dimensione ipotetica ma plausibile, mentale e reale allo stesso tempo. Si rende così evidente l’identità tra scultura e spazio e l’indissolubile relazione tra Immagine-Oggetto e ambiente espositivo, come in La porzione della metà, un assemblaggio geometrico che abbraccia la colonna portante della sala espositiva di cui rappresenta uno sviluppo possibile o di Elenchi, che si rispecchiano essendo una il parziale negativo dell’altra, o ancora Proiezionesemplice2, dittico che raffigura, quasi tautologicamente, il concetto che sottende all’insieme delle opere.

Le Immagini-Oggetto di Mazzone sono portatrici di una doppia intenzione, teorica e progettuale, immaginari prototipi, ognuno dei quali è un tentativo di arrivare a un sempre più preciso equilibrio tra esito formale e principio concettuale, che idealmente è parte di un movimento di avvicinamento alla perfezione, testimonia una tensione verso l’assoluto e al tempo stesso una riflessione, raffreddata e distaccata, della propria relazione con il presente.

Rossella Moratto

[1] «Verità di sé (ossia esibizione nuda delle proprie strutture operative)» citando Dino Formaggio in I giorni dell’arte, p. 131.

[2] Max Bill, The Matematical Approach in Contemporary Art, in «Structure», serie III, n. 2, Bussum, Holland, p. 65, riportato in Filiberto Menna, La linea analitica dell’arte moderna, Einaudi, Torino, 1984, p. 73.

[3] La frase è stata presa dagli appunti progettuali di Monica Mazzone, agosto 2016.

Monica Mazzone,   L’intenzione di una retta. Milano 2016

Monica Mazzone, L’intenzione di una retta. Milano 2016

Monica Mazzone,   L’intenzione di una retta. Milano 2016

Monica Mazzone, L’intenzione di una retta. Milano 2016

Monica Mazzone – L’intenzione di una retta

A cura di Rossella Moratto

Studio Maraniello (Viale Stelvio 66, Milano)

16 settembre- 4 ottobre 2016