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Adelita Husni-Bey è una dei tre artisti invitati da Cecilia Alemani in Il Mondo Magico, la mostra del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia. Italiana di origine libica, la Husni-Bey è interessata al rapporto tra il presente – con i suoi conflitti sociali e politici – e le infinite possibilità di riscrivere sia la storia sia il futuro attraverso l’uso dell’immaginazione e della partecipazione collettiva. La curatrice ha introdotto il suo lavoro – e quello di Roberto Cuoghi e Andreotta Calò – in relazione al tema del Padiglione, come una forma di appropriazione: i tre artisti “si appropriano del magico come mezzo cognitivo per ricostruire la realtà, reinventandola ora con la fantasia e il gioco ora con la poesia e l’immaginazione. Questo approccio permette loro di creare universi estetici complessi che rifuggono dalla narrazione documentaristica tipica di molta produzione artistica recente, per affidarsi invece a un racconto intessuto di miti, rituali, credenze e fiabe.”
Nell’intervista che segue, l’artista ci racconta dove ha tratto ispirazione per il progetto che presenta a Venezia e come ha approfondito il tema in relazione ad un particolare ‘mondo magico’.

Segue l’intervista con Adelita Husni-Bey

ATP: In che modo hai interpretato il concetto di magia, tema cardine del Padiglione Italia?

Adelita Husni-Bey: Il tema del Padiglione non è, in realtà, molto attinente al tipo di soggetti che ho trattato in passato. In onestà, quando ho saputo di essere stata invitata, sono rimasta sorpresa! In relazione al tipo di lavoro che faccio solitamente, legato alla pedagogia, ho dovuto impegnarmi moltissimo per rientrare, appunto, nelle tematiche scelte da Cecilia Alemani legate alla magia. Senza contare che la magia può essere intesa in un modo molto astratto e irrazionale. È proprio la parte irrazionale dell’ambito della magia che mi interessa.

ATP: Sì, la magia intesa come ‘immaginazione’, come capacità di creare mondi paralleli.

AHB: Ho utilizzato una seduta di tarocchi come metodologia pedagogica. Sono partita proprio dalle sedute dove si leggono i tarocchi in quanto momento discorsivo nel quale si costruisce una storia, dove la persona che ti sta leggendo i tarocchi ti aiuta a superare un ostacolo o delle difficoltà. In un certo senso, il lavoro ruota attorno all’idea che ci sia un gruppo di ragazzi che legge, con una cartomante, dei tarocchi (disegnati da me e pensati per includere delle tematiche molto ampie). Mentre una seduta di tarocchi è molto personale, tra due persone, nel video che ho pensato, la seduta diventa un’esperienza collettiva. La magia, dunque, per me è intesa come un processo che prende avvio tra delle persone, in una circostanza dove si sospende il senso di realtà individuale e si cerca una costruzione collettiva.

Adelita-Husni-Bey, Production Still

ATP: I tuoi lavori sono una sorta di esperimenti pedagogici, dei test che ricreano ‘in vitro’ il comportamento delle persone nella società. Come nascono i tuoi progetti? Come decidi le tematiche da approfondire?

AHB: La scelta dei temi varia moltissimo. Ad esempio, “Postcards from the desert Island”, 2011, il lavoro che ho fatto con i bambini in Francia, è un lavoro nato da un mio particolare interesse. Sono andata a cercare una specifica scuola in Francia dopo aver fatto lunghe ricerche sui tipi di insegnamento alternativi. Ci sono state poi, negli anni, delle opere commissionate, come ad esempio il lavoro che ho fatto a San Francisco, “Movement Break”, per la residenza alla Kadist. In questo caso, avevo bisogno di lavorare con degli atleti e loro mi hanno aiutato a realizzare il mio progetto. Non mi è mai successo che qualcuno mi indicasse con chi e come dovevo lavorare.

ATP: I tuoi lavori prendono ispirazione o seguono modelli pedagogici radicali e anarchici. Per il lavoro che presenti a Venezia, da cosa hai tratto ispirazione?

AHB: Il lavoro che ho proposto a Venezia è totalmente nuovo. La prima lettura che ho fatto all’inizio della ricerca è stato il libro di Federico Campagna, un filosofo italiano di base a Londra. Attualmente ha approfondito dei temi legati alla magia, e darà presto alla stampe un libro. Nelle sue ricerche lui parla tanto di diversi sistemi di realtà. Nel libro che uscirà, lui descrive il mondo tecnico, la tecnica, come un mondo assolutamente separato, a livello ontologico, da un mondo magico. La tecnica, in un certo senso, è qualcosa che abbiamo sviluppato, specialmente nelle società occidentali, per costruire un senso di razionalità. Pensiamo che la terra non sia un luogo “sacro”, ma un ambiente da sfruttare per i nostri interessi. Tutto è in funzione delle nostre economie. Mentre in una società dove la magia persiste, questo tipo di logica non è estremo: l’utilizzo della terra, della natura si inserisce in una cosmogonia di processi che si innescano dove l’umano è una parte come le altre. Nel libro di Campagna, si mettono a fuoco due visioni ben distinte del mondo, una tecnica e l’altra ‘magica’.  Dunque, l’ispirazione per il mio progetto a Venezia deriva dalla lettura dei suoi scritti. Sono partita ragionando come queste due visioni diverse coesistono.
Un altro punta di partenza per i miei ragionamenti è stato Standing Rock, la recente protesta che c’è stata nel North Dakota contro la Dakota Access Pipeline, una società che vuole costruire un oleodotto in terra di indiani. I nativi americani hanno protestato per mesi, in condizioni terrificanti, contro la costruzione di un oleodotto interrato nel loro habitat. In questa situazione, sono entrate in collisione due realtà: quella di chi crede nello sfruttamento dei territorio e quella di chi confida nei valori della terra. Per me il mondo magico non è un luogo fantastico e irrazionale, ma una visione del mondo molto diversa che viene spesso marginalizzata perché pericolosa. Se gli indiani d’America avessero vinto quella battaglia, se fossero riusciti ad imporre la loro visione ‘irrazionale’ fermando così la costruzione dell’oleodotto, avrebbero creato un grave problema economico.

Adelita-Husni-Bey, Production Still

ATP: Queste vicende reali, questo fatto di cronaca realmente accaduto emerge nel video che esponi a Venezia? 

AHB: Non in modo evidente, non ci sono referenze dirette, però ho strutturato tutto il workshop, il laboratorio in preparazione al video seguendo queste tematiche: lo scontro tra la parte tecnica e razionale alla quale siamo soggetti vivendo in società laica occidentale con un’economia capitalista e una visione della terra ‘diversa’, indigena. Tutto il film è permeato di atmosfere che richiamano l’occulto. È tutto molto scuro, ci sono giochi di luce molto forti, invece la dimensione è molto discorsiva. I ragazzi non hanno dei ruoli specifici, ma si relazionano con la chiromante in modo molto spontaneo. A differenza dei miei lavori precedenti, governati da una complessità progettuale forte, le persone nel film che presento interagiscono tra loro in modo semplice, senza seguire griglie troppo strutturate. Ho voluto mantenere una cerca semplicità… Anche se devo dire che il laboratorio che ha preceduto le riprese è stato molto complesso, aspetto che non emerge molto nell’esito finale del film.

ATP: Le ambientazioni dei tuoi video sono sempre molto significative. Anche per il lavoro in Biennale hai dato importanza ad un luogo specifico?

AHB: In realtà, nel video non emerge un luogo specifico. Siamo in un ‘non-luogo’: una stanza buia dove delle persone agiscono. Quello che ho voluto è far sì che il video coinvolgesse diverse realtà e non fosse legato, nello specifico, ad un luogo con precise tematiche.

ATP: Ci sono un video e delle sculture. C’è una relazione tra questi lavori?

AHB: Come nei lavori passati, anche in questo caso accanto al video ci sono degli oggetti legati al video, comparsi o utilizzati. Spesso oggetti che posso essere dipinti, disegni, fotografie utilizzate nel laboratorio… poi si ritrovano nello spazio della mostra. Anche per Venezia ho fatto dei props, del materiale di scena, in silicone, che sono utilizzati nel film. Ogni oggetto ha una luce all’interno che illumina lo spazio circostante.

ATP: Il luogo delle Tese delle Vergine è molto caratteristiche. Quanto ti ha condizionato?

AHB: Non ho strutturato il mio progetto a seconda del luogo. Non c’è una relazione diretta tra le opere che presento e le Tese. Sicuramente l’idea che sia uno spazio connotato, o meglio che non sia un ‘cubo bianco’, è importante, però non gli ho dato un peso particolare.


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Adelita-Husni-Bey, Production Still

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