• Mirko Canesi, Le Marziali, 2015, veduta dell'installazione - Villa Contemporanea, Monza
  • Mirko Canesi, Elmo cinquecentesco, 2015, Intervento su albero, trompe l'oéil su base a stucco
  • Mirko Canesi, Colonna, 2015 stampa a colori su carta fotografica Ed. di 3 cm. 46 x 34 x 1 cm
  • Mirko Canesi, F/R poster 2015 collage su foglia cm. 50 x 67,5
  • Mirko Canesi, Scudo 2015 struttura a pannelli pieghevoli: legno, pvc effetto legno, tarsie in pvc, ottone dimensioni variabili
  • Mirko Canesi, Scudo 2015 struttura a pannelli pieghevoli: legno, pvc effetto legno, tarsie in pvc, ottone dimensioni variabili
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  • Mirko Canesi, Tempio 2015 struttura in legno, pvc effetto legno, pianta, pietra con elementi vegetali e pittorici cm. 110 x 30 x 199h (dettaglio)
  • Mirko Canesi, Tempio 2015 struttura in legno, pvc effetto legno, pianta, pietra con elementi vegetali e pittorici cm. 110 x 30 x 199h
  • Mirko Canesi, Le Marziali, 2015, veduta dell'installazione - Villa Contemporanea, Monza
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  • Mirko Canesi, Le Marziali, 2015, veduta dell'installazione - Villa Contemporanea, Monza

In occasione della sua mostra personale “Le Marziali” – ospitata fino al 9 maggio a Villa Contemporanea (Monza) – Marco Tagliafierro ha posto alcune riflessioni all’artista Mirko Canesi e alla curatrice Alice Ginaldi.

Segue la loro conversazione e il testo della curatrice.

Marco Tagliafierro: Il lavoro di Mirko Canesi si identifica soprattutto nella forza della sua immaginazione e della sua fantasia inesauribile e imprevedibile, nella messa in crisi del costituito e di tutto ciò che si percepisce come “normale”. Egli affronta con una divertita e scanzonata intenzionalità ironica, cercando di fondere, in una sorta di sopra-energia, energie e forze contrarie, distruttive e costruttive, naturali e artificiali.

Alice Ginaldi: Ho sempre sostenuto che l’essere artista coincidesse con uno spirito, un’ispirazione squisitamente sintetica, e dunque, percepivo le spinte analitiche decisamente come invalidanti. Quando ho conosciuto il lavoro di Mirko Canesi ho dovuto, in parte, ricredermi, trovandomi al cospetto di lavori che testimoniavano una felice convivenza tra sintesi e analisi. Il suo lavoro analitico, virtuoso, chirurgico, dove la precisione della perizia tecnica è lezioso strumento di pura estetica, risulta perfettamente integrato in una progettualità architettonica / di ampio respiro dell’opera d’arte. Quella dicotomia di cui parli, di forze artificiali / naturali, di energie contrarie che stridono, stupiscono, fremono, scintillano, scaturiscono proprio da questa impalcatura a monte, che vede la contrapposizione e la convivenza tra sintesi e analisi. Questa frizione di opposti, agisce come mezzo per mettere in crisi quello che tu definisci “costituito” o “normale”, e lo fa con delicata invadenza, tanto per mettere in campo un altro ossimoro. Sono onde energetiche tanto esteticamente perfette, quanto ironicamente onanistiche: sono imitazioni che censurano l’originale, sono perfetti trompe l’oeil su oggetti vivi e perituri, sono collage e interventi che strizzano l’occhio ad una presenza / assenza rimpiazzata da una copia di se stessa. L’opera d’arte è essenza di una visione e al contempo forza generatrice creativa, e nel lavoro di Mirko tutto questo è come scandito e messo a fuoco.

Mirko Canesi:  Devo dire che nell’ultimo periodo ho avuto spesso modo di parlare con interlocutori interessati a questo tipo di compromesso, diciamo, tra sintesi e analisi; proprio ora che Alice ne parla, mi rendo conto di aver davvero cercato queste relazioni. Immagino sia dovuto al mio recente interesse verso il voler comprendere e definire quale possa essere oggi la funzione dell’opera d’arte; ritenendo che non la si possa limitare alla sua collocazione in uno spazio, penso invece che la funzione e prova di esistenza di un’opera sia da trovare nella capacità di aprire un dialogo e generare un approccio critico. In questi anni ho avuto modo di vedere emergere nel panorama dell’arte contemporanea una fortissima tendenza al formalismo, appunto di sintesi, e incline a un forte estetismo. Questa volontà della forma che nell’ultimo periodo potremmo quasi definire un’egemonia estetica, può essere anche una forma di censura che l’artista attua verso il suo stesso lavoro, anteponendo il rispetto dei canoni al proprio messaggio. Detto questo, ritengo che i parametri estetici contemporanei siano estremamente costruttivi e interessanti e per questo non desidererei vederli scomparire, bensì penso che sia importante aprire una strada leggermente parallela che provi a scorrere più in profondità. Come sottolina Marco anche per mezzo di una certa ironia cerco di scardinare alcuni collegamenti dati per scontato e per far ciò mi avvalgo di contrari, alternandoli ogni qual volta mi rendo conto di stare eccedendo verso l’uno o verso l’altro.

Marco Tagliafierro: Lo stesso gioco di situazioni opposte lo traspone nel rapporto tra immaginari sontuosi e ricchi  e immaginari  banali e comuni, scatenando lo stesso tipo di frizione.

Alice Ginaldi: Si tratta, per come la vedo io, di una ripresa, a livello semantico e culturale, di quelli che oggi individuiamo come immaginari legati al lusso o, viceversa, alla quotidianità umile. Il lavoro si fonda proprio sul fraintendimento, o meglio, sul tentativo di mettere in crisi credenze sociali e culturali legate a simulacri del lusso o a simboli di condizioni di vita modeste. Questo fraintendimento parte proprio dai materiali, ma mette in campo non solo oggetti, ma anche esseri viventi. La loro presenza, normalizzata dal fatto che la vista di una pianta in un qualsiasi luogo (aperto o chiuso) appare come consueta e rassicurante, scatena nello spettatore una deviazione della percezione legata all’esistenza. La contrapposizione di fondo è quella che ci mette di fronte alla riproduzione di finte tarsie in pvc o di gesso che simula screziature marmoree, contemporaneamente ad un “uso” improprio di esseri viventi, le piante. Qual è il valore della vita? Esiste un pudore, una pietà, un reale sentimento nei confronti di foglie crivellate, tagliuzzate, obliterate da adesivi? O siamo più affascinati dalla bellezza, attratti dal virtuosismo, ammaliati dalla grazia Trovo che questi sfioramenti di senso, non immediatamente afferrabili, siano la forza dei lavori di Canesi, dove tecnicismi e ossimori sono non solo ammessi, ma addirittura si inseriscono come pilastri portanti del costrutto strutturale dell’opera.

Mirko Canesi:  Quanto afferma Marco credo sia particolarmente evidente nell’opera Scudo, nella quale è presente una complessa riproduzione di una celebre battaglia di Paolo Uccello che in apparenza risulta una minuziosa tarsia in legno ma che in realtà è formata da ritagli di PVC che il legno lo simula, quindi è di base plastica su legno. Allo stesso modo i restanti pannelli che paiono di legno pregiato, in realtà nascondono una base in multistrato di pioppo da 4 mm, il più economico e comune si possa trovare nei Brico. Se la battaglia in sé è un riferimento ad un immaginario elevato, si potrebbe sottolineare che nel complesso dell’opera, questa viene poi sezionata in tre parti e dispersa in una struttura di circa 7 metri quadri. Se in Scudo si parla di ossimori a livello percettivo, nel caso delle piante la questione assume toni più reali. Se una tarsia su una foglia può scatenare un’impatto estetico o emotivo a seconda della predisposizione, potrei dire anche con una certa ironia, dal mio punto di vista un mio intervento non è differente sul piano reale da una causalità prodotta in natura, come può essere quella causata dal passaggio di un animale selvatico.

Mirko Canesi, Le Marziali, 2015, veduta dell'installazione  - Villa Contemporanea, Monza

Mirko Canesi, Le Marziali, 2015, veduta dell’installazione – Villa Contemporanea, Monza

“Esperienza è il nome che ciascuno dà ai propri errori”

(O. Wilde)

Nel suo famoso saggio che dette nome alla teoria della Gestalt, Von Ehrenfels mise in evidenza il fatto che se dodici soggetti avessero ascoltato separatamente dodici suoni di una melodia, la somma delle loro esperienze non avrebbe mai corrisposto a quello che avrebbe percepito una sola persona che avesse ascoltato l’intera melodia.

Da diversi studi risultò evidente come la cognizione esperienziale della realtà che ci circonda, lungi dall’essere mera registrazione di dati sensoriali, è un processo di scambio reciproco tra proprietà di un oggetto e configurazione mentale del destinatario. «Ogni percezione è anche pensiero, ogni ragionamento è anche intuizione, ogni osservazione è anche invenzione» suggerisce Arnheim. Dunque il vedere fa parte di una complessa procedura legata a strutture significanti, come se ognuno di noi percepisse la realtà delle cose attraverso uno schema, una griglia, un’impalcatura di significati precostituita dalle precedenti esperienze. Siamo tutt’altro che oggettivi, siamo anzi umanamente fallibili e corruttibili, dominati da una contaminazione sottile e radicale, che ci pervade profondamente senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Emblematici alcuni studi antropologici di diversi decenni fa, che testimoniavano la difficoltà, da parte di popolazioni che non conoscevano la fotografia, a identificare la figura umana in quelle immagini per noi estremamente realistiche, perché allenati a decifrarne la configurazione.

Queste riflessioni a partire da una frase di Mirko Canesi che mi ha colpita molto:

Le piante, che per loro natura sono passive, si prestano a comunicare questo concetto, suscitando nello spettatore un sentimento di empatia. Il processo di immedesimazione deriva dalla necessità umana di spiegare le cose attraverso l’esperienza propria. In realtà le piante sono differenti da noi, e non è possibile sapere in che modo la loro risposta rispetto ad un’azione esterna possa essere paragonabile alla nostra. Per questo motivo penso che, la mia, sia una ricerca sulla percezione umana, che di fatto è un filtro e non un dato certo.

Ribadisce come la percezione sia pericolosamente soggettiva, o piacevolmente soggettiva. L’essere umano è “costretto” da alcune semplici imposizioni del suo cervello a semplificare, catalogare, rendere conoscibile qualsiasi fenomeno egli recepisca. Non a caso quello che non comprendiamo ci infastidisce o ci spaventa. Fa parte di una procedura neurologica. Per questo più conosciamo, più esperiamo e più siamo in grado di leggere quello che ci circonda. Molto spesso, però, questo processo risulta fallibile, in particolare quando ci rapportiamo a forme di vita differenti da noi. Mirko parte esattamente da questa presa di coscienza per svolgere il suo lavoro. Un lavoro molto “umano” il cui scopo è mettere a nudo la fragilità universale partendo da fraintendimenti percettivi e mediante un forte dato estetico. La fragilità universale è contropartita della violenza, «condizione generale di ogni essere vivente». Ma la violenza non è banalmente condannata a priori, bensì vissuta come dato di fatto e pensata come esperienza subita e inflitta da ciascuno di noi. Forare, borchiare, dipingere o rivestire foglie, ricoprire di gesso e pittura porzioni di tronchi di alberi, sono tutte operazioni artistiche che evocano sensazioni di pietà nello spettatore, alimentandosi automaticamente e dando luogo ai fraintendimenti percettivi. Che cosa ci indica che sia realmente una forma di violenza? Come possiamo proiettare un dolore nostro, tipico dell’animale, in un essere vegetale? Ha senso l’immedesimazione? Non esiste reale comunicazione tra noi e le piante per cui non è possibile decodificare le loro “sensazioni”.

Alice Ginaldi

Mirko Canesi, Scudo 2015 struttura a pannelli pieghevoli: legno, pvc effetto legno, tarsie in pvc, ottone dimensioni variabili

Mirko Canesi, Scudo 2015 struttura a pannelli pieghevoli: legno, pvc effetto legno, tarsie in pvc, ottone dimensioni variabili

Mirko Canesi, Colonna, 2015 stampa a colori su carta fotografica Ed. di 3 cm. 46 x 34 x 1 cm

Mirko Canesi, Colonna, 2015 stampa a colori su carta fotografica Ed. di 3 cm. 46 x 34 x 1 cm