Capanna della introspezione, Ortigia

La redazione di ATPdiary ha intervistato il saggista Leonardo Caffo per ritracciare le tematiche affrontate durante la talk con il filosofo Emanuele Coccia in occasione della settimana milanese dedicata all’architettura. Milano Arch Week

Lisa Andreani:Leonardo mi racconti un po’ il tuo punto di vista rispetto al dialogo che avete avuto tu e Emanuele Coccia alla talk in Triennale?

Leonardo Caffo: L’oggetto della nostra chiacchierata è stata la riconcettualizzazione dell’idea di forma di vita, come essa cambia e perché cambia, in particolare dal momento in cui ci guardiamo al di fuori dell’antropocentrismo. I riferimenti sono stati molteplici, ad artisti, designer, filosofi e ovviamente architetti. Tutto questo senza ghettizzarci in una posizione specifica. Ci siamo chiesti che cos’è una vita con delle regole e per quale ragione questa dimensione sia sempre concatenata all’interno di uno spazio; il che ovviamente giustificava il talk all’interno dell’Arch Week.
Da un lato abbiamo parlato di forme di vita di architetture radicali, dall’altro delle architetture più mainstream, dalle città foresta fino a tutto quello che sta avvenendo in questo momento come tentativo di uscita dall’antropocentrismo.
Di fatto però il punto di tensione e di forza di tutta la conferenza, con il tutto che abbiamo delle visioni molto simili, è stato il fatto che Emanuele Coccia faceva un elogio alle cose utili e io alle cose inutili.
Secondo me le cose interessanti in questo momento sono le immagini e gli oggetti simbolici e completamente inapplicabili, mentre per Emanuele appunto risulta sempre fondamentale una sorta di costante applicazione.

LA: Puoi farmi alcuni esempi di architetture simboliche e inutili?

LC: Ho riportato come esempio la mostra di Fondazione Prada a Venezia Machine à penser a cura di Dieter Roelstraete. Credo siamo molto più utile simbolicamente di molte altre mostre. La capanna, l’idea che forma di vita e forma di spazio coincidano e rispettino così tanto il singolo individuo.

E la capanna non vale solo per figure come Adorno, Heidegger o Wittgestein, ma ho riportato anche esempi come la capanna di Thoreau o le Cabanon di Le Corbusier che in qualche modo distrugge il modernismo dall’interno. Sullo stesso tema inoltre ho strutturato il progetto Cabin-Out Ortigia in collaborazione con Valentina Pappalardo coinvolgendo il Made Program dell’Accademia di Belle Arti Rosario Gagliardi.
Quattro punti dell’isola per quattro capanne e quattro significati diversi.
Emanuele Coccia ha portato come esempio di positività diversi tentativi realizzati, come ad esempio il Bosco Verticale di Stefano Boeri. L’idea è che l’approccio debba essere positivista, che oggi si possano fare molte cose e che esse vadano registrate continuamente insieme al cambiamento che esse instaurano. E forse in questo vuole proprio enfatizzare il suo interesse per il paradigma vegetale.
Io, al contrario, penso che siamo in un’impasse totale, penso che le forme interessanti oggi siano quelle socialmente e politicamente radicali, le tracce del passato che rappresentano quel momento sono molto interessanti.
Oggi la tensione credo sia generata da un paradigma filosofico con il quale in architettura si costruisce più o meno maldestramente. Basti guardare e prendere il postmoderno come esempio. Ed è normale che poi si scinda il termine i due diversi concetti.
Ma la domanda centrale è come si applicano i paradigmi filosofici di oggi all’architettura? Pensato ad esempio all’object oriented ontology. La verità è che molto soluzioni “positive” attorno a noi non sono altro che retoriche. Bisogna muoversi su una dimensione speculativo simbolica per cui la cosa interessante resta il gesto, o soprattutto le immagini, con un accordo iniziale che vada oltre.

Capanna del ritiro, Ortigia
Capanna della guerra, Ortigia

LA: Sostanzialmente quindi oggi come leggi questa forse condizione di theory che abbraccia il pensiero architettonico?

LC: Partire dall’assunto che non è per nulla vero che gli architetti seguono quello che dicono i filosofi. Oggi c’è una concatenazione totale tra campi del sapere. La rottura del contesto è qualcosa che riguarda la contemporaneità per questo motivo la conferenza aveva come titolo Altre forme di vita, altre forme di spazio. I filosofi e gli architetti fanno sostanzialmente la stessa cosa.

LA: Quali testi di Emanuele sono sorti come centrali nella discussione?

LC: Diciamo che forse l’ho forzato più sulla prima parte della sua ricerca, sulla parte che enfatizza come la filosofia esploda dal proprio circuito e ricada su altro.
Come dicevo prima lo spirito del tempo si è spostato, dalle antiche cattedrali, dalle leggende e i miti esso si è indirizzato al come arredi casa tua, al design. È la vita sensibile che appunto si estende anche fuori dal sensibile. La visione di Emanuele è qualcosa che si lega a una forma di scintoismo laico, l’oggetto ha la sua sacralità e spiritualità. Forse anche per questo si è ritornati a parlare di animismo.
La formula di positività di Emanuele Coccia vede una forma di operatività benevola. Io no credo che siamo solamente in un momento molto lucido prima di cadere nell’abisso. Questo linguaggio va rotto, aggiunge solo informazioni e quantità, per raggiungere qualità bisogna distruggere tutto.
L’antropocentrismo come atmosfera cognitiva non ci permette di vedere davvero quello che ci sta accadendo attorno, ma almeno abbiamo messo in luce due posizioni diverse. Emanuele guarda la pianta per vedere nuovi paradigmi di intelligenza, io preferisco manovre dalla spinta più radicale.

Bosco Verticale, Milano
Talk Altre forme di vita, altre forme di spazio: Leonardo Caffo in dialogo con Emanuele Coccia, Milano 2019

Leonardo Caffo insegna Ontologia del Progetto al Politecnico di Torino ed è membro del Laboratorio di Ontologia dell’Università di Torino. Scrive sull’inserto culturale «la Lettura » del «Corriere della Sera» ed è codirettore di «Animot». Nel 2015 ha vinto il Premio nazionale Filosofia Frascati. Tra i suoi ultimi libri ricordiamo A come Animale: voci per un bestiario dei sentimenti (Bompiani 2015). Per Einaudi ha pubblicato La vita di ogni giorno (2016), Fragile umanità (2017) e Vegan (2018).

Emanuele Coccia è docente di filosofia all’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi. Ha insegnato Storia della filosofia medievale all’Università di Friburgo e ha eletto come suo ambito privilegiato di ricerca lo studio dell’immagine in rapporto all’ontologia, alla società dei consumi, alla moda e al linguaggio pubblicitario, a partire da un pregevole studio sul pensatore medievale Averroè (“La trasparenza delle immagini”). Insieme a Giorgio Agamben ha curato nel 2009 il volume “Angeli”, un’appassionante antologia accompagnata da un corposo apparato critico che riunisce i testi più significativi mai scritti sugli angeli da filosofi, teologi, mistici e poeti appartenenti alle tre principali religioni monoteiste. Nel saggio “La vita sensibile” (2011), tradotto in più lingue, ha ripensato la sensibilità come facoltà complementare, e non contrapposta, al pensiero razionale; “Il bene delle cose” (2014) indaga invece «la morale a cielo aperto della città contemporanea», veicolata dalla pubblicità e dagli oggetti di consumo quotidiano. Nel 2018 ha pubblicato “La vita delle piante. Metafisica della mescolanza”, una riflessione sul mondo vegetale e sulla relazione tra esseri viventi.