• Michele Zaza, Mimesi, 1975, 2 fotografie a colori / 2 colour photographs, 36.5 x 36.5 cm cad. / each Courtesy Galleria Giorgio Persano
  • Michele Zaza, Ritratto magico, 2005, 1 fotografia a colori / 1 colour photograph, 126 x 135 cm Courtesy Galleria Giorgio Persano
  • Michele Zaza, Cielo segreto, 1977, 3 fotografie a colori / 3 colour photographs, 39 x 39 cm cad. / each Courtesy Galleria Giorgio Persano
  • Michele Zaza, Infinito segreto, 2016, HD trasferito su Betacam SP / HD transferred to Betacam SP, 6', 3 ed. + AP, video still Courtesy Galleria Giorgio Persano
  • Michele Zaza, Sotereologico, 1972, 2 fotografie in b/n / 2 b/w photographs, 39.5 x 22.5 cm cad. / each Courtesy Galleria Giorgio Persano
  • Michele Zaza e Elena Re, 2013 Photo Paolo Pellion Courtesy Galleria Giorgio Persano

Stasera, lunedì 19 dicembre, alle ore 18.30, in occasione del finissage della mostra Michele Zaza. Opere/Works 1970-2016, la curatrice Elena Re accompagnerà i visitatori per una passeggiata tra le opere, in un viaggio nella ricerca espressiva dell’artista. Ricordiamo che la mostra di Zaza (aperta fino al 23 dicembre) è stata presentata dalla Galleria Giorgio Persano nel temporary space di FM.

Segue l’intervista con la curatrice —

ATP: La mostra che curi di Michele Zaza, affronta il suo percorso professionale dagli anni ’70 ai giorni nostri. C’è un linea ‘ideale’ che unisce le opere prodotte in un così lungo arco di tempo?

Elena Re: Direi che questa mostra è un viaggio nell’opera di Zaza. L’idea curatoriale è infatti mettere in luce la coerenza ma al tempo stesso il processo evolutivo che contraddistingue tutto il suo lavoro. Quella di Zaza è una ricerca ‘pura e dura’, incentrata su temi nodali come l’essere e il tempo. Ma è anche un’espressione che si evolve, cresce… E percorrendo gli anni, riserva sempre interessanti novità. Per questo la linea ‘ideale’ con cui ho voluto unire le opere di Zaza disegna in sostanza una mappa che riflette il sentimento stesso dell’artista, la sua poetica. Ciò che dunque emerge è un desiderio di scoperta interiore, con un itinerario giocato sul crinale tra coerenza e ricerca permanente.

ATP: Nel testo che introduce la mostra, si sottolinea l’attualità della sua ricerca. Quali sono i punti salienti e significativi che lo rendono ‘contemporaneo’?

ER: L’attualità della ricerca di Zaza consiste essenzialmente nella sua forza poetica: il desiderio di sovvertire l’opacità del quotidiano, e formulare un mondo in cui l’individuo esprime la sua libertà attraverso la possibilità di immaginare, di auto-progettarsi. In un mondo come quello di oggi, in cui la possibilità stessa di sognare sembra qualcosa di molto lontano, la proposta di Zaza a parer mio rappresenta un’importante controtendenza. La sua è infatti una visione che ha tutta l’energia per aprire nuovi orizzonti esistenziali, e innescare percorsi di ricerca a loro volta nuovi. Per questo il lavoro di Zaza è contemporaneo su tutta la linea.

ATP: Nel suo percorso Zaza ha avuto la possibilità di approfondire alcuni temi salienti grazie a persone per lui importanti come la moglie e la figlia. In mostra ci sono delle opere che rivelano quanto queste presenze lo hanno influenzato?

ER: Il padre, la madre, la moglie, la figlia e l’attuale compagna sono alla base di un’introspezione vera. Ed è proprio nel cuore di questa esperienza condivisa che Zaza affronta alcuni temi salienti. Da un’opera all’altra, con i genitori sviluppa un intenso lavoro sull’origine; attraverso la moglie inizia una profonda riflessione sul femminile; la figlia è spesso tramite per esprimere una ricchezza spirituale; la compagna evoca un’intimità vissuta come infinita scoperta del sé. Ogni opera è da intendersi come un frammento di vita vera. Un esempio per tutti è Cielo segreto (1977). Un lavoro con la madre, dove il pane da alimento diventa elemento espressivo, diventa stella. E la parete di casa propone così un orizzonte infinito a cui è possibile affacciarsi.

Michele Zaza, Cielo abitato, 1985, 9 fotografie a colori / 9 colour photographs, 60 x 60 cm cad. / each  Courtesy Galleria Giorgio Persano

Michele Zaza, Cielo abitato, 1985, 9 fotografie a colori / 9 colour photographs, 60 x 60 cm cad. / each Courtesy Galleria Giorgio Persano

ATP: “Nel lavoro di Michele Zaza il corpo disegna oggi una nuova traiettoria e riscopre la possibilità delle sue infinite significazioni, elaborando un’idea di libertà nell’indissolubile legame tra arte e vita.” Come sottolinei in questa frase, il corpo acquista, nella ricerca dell’artista, nuove e più ampie significazioni. Brevemente mi spieghi quali sono i punti salienti della centralità del corpo nella ricerca di Zaza?

ER: La ricerca di Zaza ha profonde radici filosofiche e il discorso sul corpo è veramente ampio proprio perché centrale. In sintesi, muovendo dall’immagine neoplatonica di Anima Mundi, basti pensare a quanto aveva scritto Giordano Bruno: “Colui che vede in se stesso tutte le cose è al tempo stesso tutte le cose”. A partire dalla propria identità – da un luogo sia mentale che fisico – l’uomo è capace di pensare l’infinito ma soprattutto ha il potere di desiderarlo. Seguendo questa linea, il corpo diventa territorio delle possibilità del mondo, luogo del pensiero ma anche fonte di trascendenza. E dunque a partire dal corpo Zaza inizia a progettare un proprio universo. Per questo nella sua opera i corpi e in particolar modo i volti sono dipinti, si trasfigurano, diventano icone. Non più il padre, non più la famiglia, non più la propria identità ma un dialogo tra l’essere e il tempo. E così, sulla base dello stesso presupposto, anche lo spazio domestico si dilata, si trasforma. Il cotone diventa nuvola, il pane diventa stella in un firmamento ideale… Nel lavoro di Michele Zaza il corpo è “tutte le cose”. Un possibile orizzonte, un’apertura verso quell’infinito che è in noi.

ATP: In merito alle opere in mostra, ce ne sono alcune che punteggiano delle svolte particolarmente significative nel suo percorso?

ER: La mostra parte con un lavoro fotografico storico, Simulazione d’incendio (1970) – il primo realizzato da Zaza, in cui l’artista porta a Molfetta la sua esperienza del ’68 milanese. Lungo il percorso c’è poi Mimesi (1975) – un dittico dove Michele e suo padre gravitano uno intorno all’altro in uno spazio vuoto e silenzioso, la loro casa. È un’opera che segna la fortuna internazionale di Zaza, il suo incontro con Yvon Lambert. Andando avanti, noterei quindi Cielo abitato (1985) – una sequenza fotografica ma anche un video, il primo di Zaza. Qui la figura della moglie introduce l’altra metà del cielo, il femminile. E poi segnalerei Forma sacra (1996) – un lavoro molto duro, dove il corpo è scultura e il volto raggiunge l’astrazione. Tutte le opere di Zaza hanno in sé il germe della svolta. Ma fra quelle più recenti ora citerei Io sono il paesaggio (2006) – il corpo dell’artista come luogo… Tutto torna, non è vero?!

ATP: Nel 2013 hai curato una personale dell’artista dal titolo “Il risveglio del paesaggio”. Anche in quella occasione si metteva in luce la necessità da parte dell’artista di esprimere una sintesi, “un’unità tra arte e vita, tra astrazione ed esperienza, tra materia e spirito, per creare appunto un possibile universo.” L’universo di cui si parla, a mio parere, altro non è che una profonda consapevolezza del sé. Mi chiarisci in che modo l’artista attua o giunge ad una sintesi tra ‘arte e vita’?

Sono assolutamente d’accordo con te, tutto parte da questa consapevolezza. A tal proposito riporterei un passo di Maurice Merleau-Ponty da Fenomenologia della percezione: “L’universalità e il mondo si trovano nel cuore dell’individualità e del soggetto. Non lo si potrà mai comprendere finché si farà del mondo un objectum. Viceversa, lo si comprende subito se il mondo è il campo della nostra esperienza, e se noi non siamo altro che una veduta del mondo […] Io sono un campo, sono un’esperienza”. Proprio attraverso questa via Zaza attua una sintesi tra arte e vita. Tutto parte dalla sua casa d’origine, a Molfetta. Nella sobrietà e nell’intimità della vita domestica, un nuovo vissuto condiviso arriva a essere espressione dell’idealità, della creatività, ma anche esperienza di una rivolta personale. Immagina i suoi genitori: persone molto semplici, la cui fiducia è la chiave d’accesso a un percorso a dir poco straordinario. Il padre, la madre e l’artista stesso sono infatti protagonisti di un universo ricreato, il corpo e lo spazio si modificano. Tutto si trasforma per accogliere una performance che in realtà corrisponde a momenti di vita, non può certo esistere un pubblico. E la fotografia è allora il mezzo per custodire e trasmettere il valore di questa dimensione, di questa universalità scoperta all’interno del proprio cuore.

Michele Zaza, Simulazione d’incendio, 1970, 3 fotografie in b/n, 29.5 x 29.5 cm cad. Courtesy Galleria Giorgio Persano

Michele Zaza, Simulazione d’incendio, 1970, 3 fotografie in b/n, 29.5 x 29.5 cm cad. Courtesy Galleria Giorgio Persano

Michele Zaza, Io sono il paesaggio, 2006, 6 fotografie a colori, 69 x 77.5 cm cad. Courtesy Galleria Giorgio Persano

Michele Zaza, Io sono il paesaggio, 2006, 6 fotografie a colori, 69 x 77.5 cm cad. Courtesy Galleria Giorgio Persano

Michele Zaza, Forma sacra, 1996, 2 fotografie in b/n / 2 b/w photographs, 61.5 x 48 cm cad. / each Courtesy Galleria Giorgio Persano

Michele Zaza, Forma sacra, 1996, 2 fotografie in b/n / 2 b/w photographs, 61.5 x 48 cm cad. / each Courtesy Galleria Giorgio Persano