Michelangelo Consani, Una pura formalità, 2020, gesso, legno, filo di lana, bronzo, marmo, patate. © Nicola Gnesi. Galleria Vannucci, Pistoia.
Michelangelo Consani, Una pura formalità, 2020, gesso, legno, filo di lana, bronzo, marmo, patate. Particolare. © Nicola Gnesi. Galleria Vannucci, Pistoia.

La mostra di Michelangelo Consani – ospitata alla Galleria ME Vannucci di Pistoia fino al 13 Giugno 2021 – sembra avere radici lontane, frutto di ricordi che, guidati dalle sensazioni, sono affiorati grazie alla visione dello spazio espositivo. In occasione di questa sua personale –  a cura di Pier Luigi Tazzi – abbiamo posto alcune domande all’artista in merito alla genesi della mostra, alle citazioni dei film – ogni stanza della galleria è contraddistinta da un titolo che riprende quello di una pellicola cinematografica –  alla scelta di spaziare dalla scultura al video, dall’installazione al disegno. Dalle risposte si evince come l’artista agisca fuori dai  cliché – anche linguistici – che governano il sistema dell’arte, a partire proprio dal superamento di concetti quali “sala principale” e “sale secondarie”, distinzione tra mezzi espressivi, importanza della storia ‘ufficilale’ per quella ‘dimenticata’.
In merito al titolo, l’artista racconta: “Attraversò il campo di patate senza farsi alcun male, ha una struttura libera: ne rivela la natura e diventa la sua forza. Nella ‘libertà’, tutte le interpretazioni sono possibili; com’è giusto che sia.”

Segue l’intervista con l’artista.

Elena Bordignon: Hai sviluppato le opere in mostra in stretta relazione con lo spazio – sia esterno che interno – della galleria. Mi racconti qual è il tema cardine dell’intera mostra? Da quali idee sei partito?

Michelangelo Consani: La prima volta che ho visto il nuovo spazio della galleria Vannucci era una sera d’inverno e pioveva. Dopo il sottopassaggio della stazione: Via Gorizia. Mi sono reso conto solo a tratti di Via Gorizia, dove al numero civico 122 si trova ora una galleria d’arte. Nello stesso luogo, in un altro tempo, in quell’edificio oggi di “Archeologia Industriale”, si consumavano le vite di operai metalmeccanici intenti nella costruzione di componenti metallici che, dopo l’assemblaggio, diventano treni. Da subito mi sono sentito a casa, nell’officina di una “ferrovia”. 
Mio nonno, Serafino Rossetti (classe 1911), con la sua eleganza e con quelle mani lunghissime e sottili mi ricordava un pianista. Lui aveva fatto di tutto nella vita, ma non certo il pianista. Era di famiglia nobile, risiedevano a Cerreto Guidi in provincia di Firenze. Suo padre, grande giocatore di “Tutto” (carte, cavalli, dadi), si giocò un ingente patrimonio. Fu così che mio nonno venne affidato alla famiglia Cioli di Livorno che possedeva il famoso bar Cioli e, all’età di 8 anni, si trovò dietro un banco a lavare bicchieri. 
Poi arrivò la guerra, i mille lavori per la sopravvivenza sua e della famiglia e, finalmente, la ferrovia. Serafino andava orgoglioso di essere capotecnico delle Ferrovie nell’officina dove si riparavano i vagoni dei treni, era fiero del suo lavoro.
Un lavoro fatto di sacrifici di umiltà e d’amore, un atteggiamento di altri tempi, un’attitudine che ormai oggi, sembra avviarsi al tramonto.
Ho trascorso gran parte della mia infanzia con mio nonno ascoltando i racconti che attraversavano la storia: le due guerre mondiali, la ricostruzione, il boom economico. Un mondo fatto di storie minori, di personaggi marginali che hanno contribuito però in maniera determinante alle grandi trasformazioni sociali del Novecento.
Ascoltavo mio nonno spesso passeggiando per la periferia di Livorno, quella adiacente alla zona della stazione, nell’area limitrofa di Via Bandi, dove al numero 46 Serafino viveva.
Sono ritornato in Via Gorizia 122, molti mesi dopo, accompagnato da Pier Luigi Tazzi. In quell’occasione non pioveva e non era sera. Si trattava invece di un piacevole primo pomeriggio primaverile, di una giornata molto luminosa; ed è propri lì, in quella giornata che ho realizzato che quel luogo aveva qualcosa di famigliare: Via Gorizia e Via Bandi sono identiche! 

EB: Il titolo della mostra è molto poetico e sembra alludere ad una scena legata al passato: Attraversò il campo di patate senza farsi alcun male. Mi racconti quale significato hai dato a questa frase?

MC: Il titolo della mostra non fa riferimento al passato: è semplicemente ciò che sta accadendo in questo luogo, in questo preciso momento. 
L’intenzione poetica c’è stata. Il titolo è un haiku “libero” come quello di alcuni maestri giapponesi che amo molto, Ozaki Hōsai ad esempio, che si differenzia dallo haiku classico che segue un rigido schema sillabico. 
Nello haiku il poeta fissa uno stato d’animo attraverso le immagini e anche in questo mio titolo volevo attivare una visione carica di immagini, che però non sono assolutamente metaforiche.
Attraversò il campo di patate senza farsi alcun male, ha quindi una struttura libera: ne rivela la natura e diventa la sua forza. Nella “libertà”, tutte le interpretazioni sono possibili; com’è giusto che sia. 

Michelangelo Consani, Una pura formalità, 2020. Particolare. © Nicola Gnesi. Galleria Vannucci, Pistoia.
Michelangelo Consani,Una pura formalità, 2020, disegni su carta e cartoncino da disegno francese, bronzo, marmo, patate. © Nicola Gnesi. Galleria Vannucci, Pistoia.

EB: Per ogni stanza della galleria hai scelto un titolo mutuato dal cinema: la sala principale ha per titolo Una pura formalità (1994, Giuseppe Tornatore), la seconda La miglior offerta (2013, Giuseppe Tornatore), la terza Così lontano così vicino (1993, Wim Wenders). Nel cortile, per finire, 2046, altro titolo del regista Wong Kar-wai. 
Tutti i titoli sono mutuati da quattro famosi film. Mi racconti perché li hai scelti e che attinenza hanno con le opera in mostra?

MC: Vorrei intanto precisare che non esiste una sala principale, questo è un concetto occidentale che non mi rappresenta; le sale sono tutte principali e tutte secondarie. Il progetto ha uno schema libero, è anarchico come i colori della scultura nella prima sala (rosso e nero). I film in oggetto sono in realtà sei. Attraversando il progetto, nella sua parte iniziale, ci avvolge l’audio di Singin’ in the Rain tratta dall’omonimo film del 1952 diretto da Stanley Donen e Gene Kelly. Il film è ambientato alla fine degli anni Venti, durante il passaggio dalle pellicole mute a quelle sonore. La scena più famosa è appunto quella dove Gene Kelly canta e balla sotto la pioggia, un vero tripudio di positività. A livello emozionale, per me, quella scena descrive le sensazioni che provo ogni volta che leggo l’ultima strofa della poesia I Limoni di  Eugenio Montale
“(…) le trombe d’oro della solarità” 
Tra l’altro la poesia è composta nello stesso periodo in cui è ambientato il film.
Il componimento musicale Singin’ in the Rain lo ritroviamo anche in Arancia Meccanica di Stanley Kubrick del 1971.
Il copione non prevedeva che l’interprete principale, Malcom McDowell (Alex), iniziasse a ballare e a canticchiare Singin’ in the Rain” in una delle scene più ferine del film. McDowell, di sua iniziativa, improvvisò questa magnifica e inaspettata performance che poi è diventata una delle scene più riuscite del cinema.
McDowell dichiara che “Singin’ in the Rain è una canzone che esprime euforia, la stessa che Alex prova in quel momento”.
I titoli dei film presenti in Attraversò il campo di patate senza farsi alcun male, quindi non hanno niente a che fare con il contenuto degli stessi. Quello che mi interessa realmente è la formulazione linguistica dei titoli che impiego per esprimere una sensazione o uno stato d’animo che accompagna i vari passaggi di questa rappresentazione nella sua totalità.
Una cosa che ho scoperto solo a progetto concluso, è che in tutti questi film piove.

EB: Per le opere hai utilizzato molti mezzi espressivi, dal video al disegno, dalla scultura all’installazione. Alcuni richiedono più manualità, in altri invece è il materiale che diventa peculiare per la realizzazione dell’opera, penso ad esempio alla ceramica.  Mi spieghi come selezioni i procedimenti per la realizzazione delle opere?

MC: Sono oltre cinquanta anni che la storia, la tecnologia e lo sviluppo linguistico hanno trasformato quelli che chiami “procedimenti per la realizzazione delle opere”. Non esistono procedimenti ma soltanto esigenze di rappresentazione, che cambiano di volta in volta in relazione al progetto che l’artista intende affrontare. Mi spiego meglio. Nella prima sala, su una parete, ci sono 23 disegni di coccodrilli, avrei potuto anche usare al posto dei disegni, un coccodrillo vivo o addirittura 23 coccodrilli vivi, sono solo scelte.

EB: Per l’esterno della galleria hai pensato a un ambiente formato da patate colorate dal titolo Via Pier Luigi Ighina, Milano 1908 – Imola 2004, scienziato. Cosa ti interessa di questo personaggio e quali aspetti delle sue ricerche ti hanno affascinato tanto da intitolare l’opera con il suo nome?

MC: La mia ricerca ha sempre rivolto l’attenzione a quella storia che potrebbe essere definita “altra” rispetto alla storia ufficiale. La storia di un’umanità parallela, spesso, volutamente dimenticata. Il potere dominante che scrive la storia, ce la consegna dopo un processo di filtraggio necessario per marginalizzare o addirittura omettere tutto ciò che è diverso, indecifrabile, che potrebbe perciò destabilizzare il sistema stesso. In questi anni ho incrociato personalità straordinarie da Masanobu Fukuoka, filosofo e botanico giapponese, padre “dell’agricoltura del non fare”, a Gogliardo Fiaschi anarchico e ecologista carrarino, a Barbara Kerr e Sherry Cole fondatrici, negli anni ’70, del movimento solar cooker. E molti altri ancora.
Nel 2007 ho conosciuto il lavoro di Pier Luigi Ighina e ne sono rimasto affascinato. Ighina nasce a Milano per poi trasferirsi ad Imola, le sue ricerche, non riconosciute dalla comunità scientifica, hanno destato in me da subito un grande interesse.
Ighina ha sempre sostenuto di essere stato l’assistente di Guglielmo Marconi e di aver cooperato con lui all’attuazione di numerose scoperte, pur rimanendo nell’ombra.
Le ricerche di Pier Luigi Ighina sono molteplici: dalla rigenerazione delle cellule morte negli organismi viventi, alla valvola antisismica per allontanare i terremoti indotti dai campi magnetici, sino ad arrivare alla macchina della pioggia.
La macchina della pioggia (che avvicina e allontana le nuvole) è costituita da un’elica di elicottero che rimane all’esterno sopra la superficie del terreno, e da tubi (alcuni anch’essi in superficie, altri interrati) collegati alla pala e riempiti con polvere d’alluminio.Il 17 maggio 2009 all’età di novant’anni Ighina, viene intervistato da Milena Gabanelli della trasmissione televisiva Reporter. A proposito della macchina della pioggia, lo scienziato dice: “Ho mandato questa idea in Africa. Sa cosa mi hanno detto? Se la prenda e se la porti via, perché noi guadagniamo per la mancanza di acqua”. Sempre durante l’intervista dichiara di non voler brevettare nessuna delle sue invenzioni affermando che “il sapere è una cosa comune ed è giusto che venga utilizzato da tutti”.

Michelangelo Consani, Così lontano così vicino, 2020, legno di ciliegio, cemento, gesso, cm 150 x 160 cm. © Nicola Gnesi. Galleria Vannucci, Pistoia.
Michelangelo Consani, Così lontano così vicino, 2020, legno di ciliegio, cemento, gesso. Particola-re. © Nicola Gnesi. Galleria Vannucci, Pistoia.
Michelangelo Consani, 2046, 2020, patate colorate. © Nicola Gnesi. Galleria Vannucci, Pistoia.