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Una nuvola sopra la testa che gira, un gatto impagliato che fissa  da molto vicino un neon, un rumore di fondo fastidioso e un pò inquetante. Un ventilatore che gira e una casetta in lamiera che respira. 
La mostra Solarkatze di Michael Sailstorfer alla Galleria Zero… è proprio bella. Mi piace perchè non ha bisogno di spiegazioni, perchè è coinvolgente, imprevedibile, giocosa senza essere banale. Le sculture dell’artista coinvolgono per la loro semplice e grezza bellezza: dei copertoni che girano furiosi, l’odore acre della gomma bruciata, esplosioni, rumori assordanti. Alberi che scoppiano, lanci violenti, spostamenti o piegamenti di pesanti lamiere. Unendo la forza della natura e il suo essere ‘una forza della natura’ l’artista attrae sempre l’interesse dello spettatore, spesso appiattito e insensibile (assuefatto da manierismi sterili e scopiazzature inutili). Sailstorfer decide invece di raccontare delle storie semplici e molto aperte a complesse o altrettanto semplici interpretazioni. Con ironia e un pizzico di sadismo (pensiamo al povero gattino costretto fino all’eternità a starsene immobile a rimirare il soffitto), l’artista inscena brani di straordinaria realtà. Una nuvola fatta di copertoni – minacciosa, sporca e nera – segue in circolo un ipotetico sfigato spettatore (magari un pò fantozziano) che si domanda da dove arrivi l’assordante rumore di fondo. 
Il suono disturbatore altro non è che il ‘normale’ rumore amplificato del ventilatore appeso al soffitto. Tutto normale dunque, tanto quanto vedere una casina respirare o ansimare magari prima del botto (l’artista ha ripreso i secondi precedenti alla distruzione della casa mediante dell’esplosivo). Poetiche, esagerate senza essere eccessive, quasi favolistiche, le opere di Sailstorfer mi sono proprio piaciute.
 
Michael Sailstorfer