• Michael E. Smith, Untitled, 2016 scarpe da infermiera, materiale scenico dal film “Il Pianeta delle Scimmie” / nurse shoes, “Planet of the Apes” movie props, Galleria Zero 2016
  • Michael E. Smith, Untitled, 2016 porta, plastica, piccioni / door, plastic, pigeons, Galleria Zero 2016
  • Michael E. Smith, Untitled, 2016 pantaloncini, plastica, lampadine, pesci / shorts, plastic, lightbulbs, fish, Galleria Zero 2016
  • Michael E. Smith, Untitled, 2016 video SD, 16:9, found footage, colore, sonoro / SD video, 16:9, found footage, color, sound loop - Galleria Zero 2016 atp
  • Michael E. Smith, Untitled, 2016 pannocchie di mais, acciaio, resina epossidica / corn cobs, steel, epoxy putty, Galleria Zero 2016
  • Michael E. Smith, Untitled, 2016 palla, plastica, gomma / ball, plastic, rubber, Galleria Zero 2016

Partire sempre dai materiali. Plastica, gomma, pannocchie di mais, acciaio, resina epossidica, stoffa, piccioni, lampadine e pesci. Ma anche scarpe da infermiera e materiale scenico dal film”Il Pianeta delle Scimmie”. Michael E. Smith conferma, nella sua ultima personale milanese alla galleria Zero…, di essere un trovatore del tempo presente. Poco “contemporaneo”, se consideriamo questo termine come un’etichetta legata a un’estetica e una sensibilità molto legata ad un gusto diffuso e imperante. L’artista di Detroit – la sua provenienza conferma e legittima molte sue scelte formali – inscena un’ambientazione minimale e per “indizi”, creando delle atmosfere dove con pochissimo si allude e apre a scenari visionari. Sintomi o coincidenze, le sue opere inverano – rendono vero, danno vita, realtà e concretezza – a qualcosa concepito o progettato per altra ragione e senso. Pensiamo all’opera a muro dove “si incontrano” un paio di scarpa da infermiera (attempata) e parti di zampe di gomma di un costume da scimmia. Assieme queste due “entità” perdono sia la loro funzione – non sono più scarpe, né guanti di gomma – che importanza estetica, ossia le loro forme assieme danno vita a qualcosa d’altro di pregnanza scultorea. In altre mostre, penso a quella ospitata nel 2014 in Triennale a cura di Simone Menegoi, l’artista ha dato piena prova di questa sua capacità – destabilizzante – dove semplici prelevamenti davano vita a potenziali grumi scultorei dalla forte capacità evocativa. Anche allora lo spettro di materiali utilizzati era ampio – pelle, piume, conchiglie, plastica, gomma, tessuto, smalto -, per dar vita o, ripeto, inverare, oggetti narrativi: che raccontano non tanto le elaborazioni dell’artista bensì la vita che gli oggetti dimenticati, rotti, scartati si portano appresso. Allora avevo descritto le sue opere come un’ “accozzaglia di un’umanità derelitta per eccesso (…) ‘ready made‘ decadenti e cinici, che hanno perso la superbia degli object trouvé di lontana memoria.”

In galleria, per questa mostra, Smith utilizza anche una luce verde, che da enfasi a un’installazione che si sviluppa nel corridoio che unisce le due sale espositive: “Cats” (2016) che consiste un piatti ribaltati che mostrano un piccolo foro al centro. Da questo indizio si deduce una possibile provenienza, il mondo circense. L’artista “spegne” l’abile energia di un giocoliere e riduce i piatti a presenze inermi, né stoviglie né elementi atti a suscitare meraviglia. Così anche la palla installata in entrata: colta al balzo, nera opaca, da elemento giocoso diventa una condizione di stasi, di annullamento.

La capacità di Smith di dare densità al suo lavoro deriva, per lo più dalla sua bravure e sensibilità (direi rara) di saper installare magistralmente le opere. Altezze, luci e ombre, effetti sorpresa, ritmo, cornici ambientali: sono tutti elementi che l’artista orchestra alla perfezione. Come “giustificare” altrimenti i due elementi geometrici installati a pochi centimetri da terra formati da pannocchie di mais. Parentesi o “potenziatori d’angoli”, intervalli o facilitatori.. sculture armoniche, condensatori. Pendant a questa opera, quella nella stanza più avanti, l’installazione – sempre ad angolo – formata da una porta, della plastica e piccioni. In ogni stanza della galleria Smith ha deciso di intervenire togliendo faretti, lampade e griglie; nel soffitto, infatti, si notano dei buchi circolare che ospitavano le lampade direzionale. Quasi romantico risulta la sua volontà di azzerare la luministica artificiale per lasciare alla luce naturale di fare il suo corso.

Quasi banale sottolineare come l’unione di organico e inorganico – pannocchie e resina epossidica, capelli e plastica, pesci e lampadine – crea una caccia alla scoperta e all’individuazione di dove e come l’artista ha formato, unito, fuso o semplicemente incollato un aspetto con l’altro dei materiali.

La mostra, così rarefatta, disarmante per semplicità si conferma come l’ennesima prova – ampiamente superata – della bravura di Michael E. Smith.

Michael E. Smith, Untitled, 2016 video SD, 16:9, found footage, colore, sonoro / SD video, 16:9, found footage, color, sound loop - Galleria Zero... Milano

Michael E. Smith, Untitled, 2016 video SD, 16:9, found footage, colore, sonoro / SD video, 16:9, found footage, color, sound loop – Galleria Zero… Milano

Michael E. Smith, Untitled, 2016 porta, plastica, piccioni / door, plastic, pigeons, Galleria Zero 2016

Michael E. Smith, Untitled, 2016 porta, plastica, piccioni / door, plastic, pigeons, Galleria Zero 2016

Michael E. Smith, Untitled, 2016 porta, plastica, piccioni / door, plastic, pigeons, Galleria Zero 2016

Michael E. Smith, Untitled, 2016 porta, plastica, piccioni / door, plastic, pigeons, Galleria Zero 2016