• Michael Beutler, Criss Cross Garage, 2017, visione dell'installazione da pinksummer, Genova photo credit Alice Moschin courtesy pinksummer, Genova
  • Michael Beutler, Grass Grid, 2017, pergamin paper, wood, dye, wallpaper paste, plastic ribbon, 528 x 240 cm photo credit: Alice Moschin courtesy pinksummer, Genova
  • Michael Beutler, Pinksummer, 2017, pergamin paper, wood, dye, wallpaper paste, 170 x 310 cm photo credit: Alice Moschin courtesy pinksummer, Genova
  • Michael Beutler, Criss Cross Garage, 2017, visione dell'installazione da pinksummer, Genova photo credit Alice Moschin courtesy pinksummer, Genova
  • Michael Beutler, Roast Grid with Shadow, 2017, wood, dye, 240 x 246 cm photo credit: Alice Moschin courtesy pinksummer, Genova

English text bellow

MICHAEL BEUTLER | Criss Cross Garage
Pinksummer, Genova
la mostra è visibile fino al 13 maggio 2017

Pinksummer: Le tue installazioni, le tue opere (si può distinguere una parte dal tutto?) sono costruzioni belle e eccessive, di un eccesso, per quanto paradossale appaia il dirlo, senza ridondanza. Come se riuscissi a attivare solo alcune possibilità all’interno delle molte che esistono dentro al disordine. Heinz Von Foester aveva teorizzato il principio di “order from noise”, secondo cui un sistema auto-organizzato è in grado di produrre ordine muovendo dal rumore ambientale, facendo diminuire, seppure in forma aleatoria, la ridondanza. Etimologicamente la parola caos è legata alla casualità, tuttavia nulla appare casuale nel tuo processo, la flessibilità che implica la tua visione sembra piuttosto legata all’idea di circostanza. Il disordine non è una circostanza, semmai è consustanziale alla materia, deterministica e strutturata in sé. Il disordine non può venire eliminato, permane accanto alla relazione circolare ordine/organizzazione e fa di ogni processo, di ogni tuo progetto un miracolo sospeso e provvisorio di cui ogni sviluppo, ogni informazione, ogni progresso si paga in entropia. Il tuo lavoro ha l’impianto a-prospettico della pittura fiamminga, che restituisce il mondo attraverso una somma dei particolari in cui ci si può perdere come dentro a un bosco, perché ammesso che l’invisibile esista, si disperde anch’esso nell’immanenza di quel bosco fittissimo. E’ possibile che stia lì l’idea di non-finito, di work in progress delle opere di Michael Beutler?

Michael Beutler: La galleria, la mostra, il lavoro, l’installazione,… La situazione è probabilmente quella del punto di vista all’interno di un fitto bosco. Esserci è avere una leggera distanza dalla densità della foresta, è un po’ come essere in una radura, “Lichtung” in tedesco. C’è la possibilità nell’ambito della realizzazione che alcuni legni e rami di quella foresta vengano ri-arrangiati in un’altra esistenza. Un sistema d’installazione similare a quello auto-generativo di una foresta, nonostante sia fondato sulla natura intrinseca della fisica comune. Nessun miracolo, semplici osservazioni di relazioni tra azione e materiale, impegno sociale, realtà vibrante.
Vorrei segnalare un testo che una volta Gerry Bibby è stato così gentile da scrivere:

Problema della soluzione o
Fabbrica dell’Invenzione Imperfetta

Nulla di più di una grande e riverberante faccenda di fioritura, dentro cui le forze si stavano coagulando. Intorno elementi sparsi non attivi, mentre qualcos’altro si stava impegnando alla soluzione di un problema.
Sollecitando questo, schiacciando quello, spingendo e piegando, tagliando e giuntando, sono nate le forme.
E’ stato percepito un altro corpo che potrebbe agire sugli elementi. Proverebbe a imitare le forme ancora incerte. Poi nacque. Aveva parti mobili, usava cose bagnate, cose pesanti, cose dure. Strappando e avvolgendo, sono state date in pasto a questo corpo che non è cresciuto. Ha sputato fuori immagini di sé, che per quanto assomigliassero al problema, non era mai davvero somigliante il loro rispecchiarlo.
A loro, da sole, potrebbero essere dati nomi divertenti, stanno all’interno del posto più grande e hanno descritto un impulso. In varie costellazioni dello stare insieme tuttavia – determinate per esempio impilando, appoggiando, tessendo – queste figure sono diventate ancora altre forme che hanno approssimato la soluzione.
È comparsa una porta che conduce a un lungo corridoio stretto, in cui la luce da sopra faceva splendere le pareti. Si sono ricordate di stare in quel punto dove prima non c’era una parete o una porta e si sono ricordate anche il suono del grugnito, un grande campo piatto era alterato fino a comportarsi come se questa via di fuga fosse segnata in giallo.
La soluzione era fare qualcosa, perché no e dove magari?
Il suo problema ha tradotto il come, con che cosa e da chi.
Guarda. Guarda cosa è successo! Quell’azzurro ostacola questo colore verdastro striato da quel rosa.
Le due pareti di fondo di una stanza rettangolare erano anch’esse rettangolari e stavano implorando un triangolo equilatero con i lati uguali alla base della parete, con il suo vertice che quasi perforava il soffitto. Ricava il modo migliore di proiettare questo triangolo attraverso la lunghezza della stanza.
Il problema aveva dato il suo corpo, che non era cresciuto, dopo che si era deciso a proposito del combustibile, lo si era raccolto, ne erano stati testati i limiti e investigate le possibilità. Poi è stato passato da pochi a molti, che hanno imitato quest’altro corpo, che quasi assomigliava al loro, facendo cose con esso e nutrendolo ripetutamente.
Sposta questo, tira quello, picchia quello e spingi. Urta questo, incolla quello, solleva e spingi.
A volte l’ingenuità delle nascite originali perdono il loro big bang e “coloro” che aggiungono altri elementi e metodi infine esagerano il processo del problema. Altre volte, il combustibile ha fallito, si è stravaccato un po’ e ha alterato la superficie della soluzione, illuminando uno scherzo.
Un gran mucchio di soluzioni stavano attorno, forse a abbellire quel particolare del muro al quale stavano vicino. Si era presentato proprio lì anche se il suo problema si riproponeva dappertutto. La decisione di lei di aggiungere questo poi quella di lui di lasciare da parte quello, il peso e l’equilibrio di quella sezione e l’aggeggio che hanno usato ha imbevuto tutta la soluzione di mobilità indelebile.

PS: Luciano Gallino, che insegnava sociologia all’università di Torino e si è occupato della trasformazione del lavoro e anche della disoccupazione, affermava che un paese che si non si cura dell’industria manifatturiera intesa come industria in senso stretto, non può che diventare una colonia, giacché l’industria manifatturiera oltre a assicurare occupazione e reddito struttura la vita delle persone entrando nelle case.
Entrando nella tua grande casa/studio in un momento di fervore operativo collettivo in vista di un progetto imminente, siamo impattati in un sistema auto-organizzato  che per quanto aperto e permeabile, di diventare colonia  non ne sente ragione. Anche la macchina del caffè della tua cucina, abbiamo notato che  presentava alcune piccole modifiche tecnico/estetiche riconoscibili rispetto alla tua mano e scherziamo un po’ sapendo che non fosti tu il cuoco,  ma di fatto anche il bellissimo strudel di rapa rossa che abbiamo mangiato, sembrava informato dal medesimo realismo magico o piuttosto mirabolante che contraddistingue la tua ragione funzionale oltre a delimitare il tuo spazio.
La tecnica di fatto appare una questione imprescindibile rispetto alla tua produzione, in “Der Arbeiter” Ernst Jünger scriveva a proposito del lavoratore “In esso c’è l’ebrezza della conoscenza la cui origine non è soltanto logica, e c’è un orgoglio di conquiste tecniche, l’orgoglio verso uno sconfinato dominio dello spazio, cui si avverte il presagio, di recondita volontà di potenza, ancora in germe…” e poi “Tutte le conquiste tecniche servono semplicemente da armatura per impreviste battaglie e insospettate rivolte”. Opponendosi al ruralismo mistico del Blut und Boden, Jünger affermava che dovunque un agricoltore può usare la macchina, non si può parlare di un contadino. Cosa si potrebbe dire di un artista che le macchine se le inventa di sana pianta per esibirle accanto alle opere, al gesto consumato della loro stessa funzione, esaltandole l’obsolescenza repentina. Si potrebbe azzardare che tendi a risolvere il mito dell’arte nella sua stessa funzione produttiva, di fatto la tua estetica tecnicizzata ha un sentore profondamente politico, quasi esistenziale. È forse un invito alla resistenza, rispetto a un consumo che struttura l’esistenza degli individui e delle collettività, al di là di ogni progresso, con il solo scopo di perpetrare se stesso e la sua propria obsolescenza ormai tangibilissima?

MB: Le macchine mi incuriosiscono. Completano il quadro e non sono proprio macchine, quanto attrezzi manuali. Semplicemente aiutano riguardo l’aspetto dell’ordine e si occupano di una parte di produzione probabilmente noiosa. Ora ho un problema, poiché l’attrezzo che ho inventato, quello che è abbastanza fondamentale per le cose che mostrerò da pinksummer, si trova nel mio studio e è una normale combinata, una piallatrice o una giuntatrice… Bene, ho aggiunto alcuni pezzi alla cosa per far si che tagli solo il legno della superfice in determinate zone, in modo da poter intrecciare il legno secondo uno schema specifico. Che cosa ci farebbe questa piallatrice nella galleria, quando è così fermamente legata allo studio in cui vive? Questa situazione sembra diversa. Il cerchio della mostra sembra esser debordato da quella foresta fin dentro al mio studio. Sono qui con i miei assistenti, produciamo una fornitura di questo materiale e lavoriamo con esso, per tirar fuori le sue possibilità, valutare opzioni e trovarci a usare non solo la piallatrice ma anche un normale pennello. Direste che va bene per un artista inventore di macchine usare un pennello? In realtà mi ci sono abbastanza divertito per un po’ a dipingere un paio di spigoli, ma poi ho avuto voglia di passare il lavoro a terzi, dando alcune istruzioni, sviluppando un sistema di pittura. Le macchine si dissolvono in azione. E per questo lavoro specifico il semplice pennello è l’attrezzo migliore. Non serve alcuna invenzione. Altre azioni hanno bisogno di più materializzazione per diventare indipendenti, potenti forse. Così anche se se ne stanno silenziosi tra la produzione questi attrezzi, macchine, oggetti materiali rappresentano l’azione e la possibilità o se volete un invito all’attività e non tanto all’obsolescenza.
Il suggerimento che mi viene da Ernst Jünger è anche di dissolvere l’idea della macchina intesa come preparazione contro qualcosa piuttosto che della macchina come preparazione all’interno di qualcosa, qualcosa che insomma connette. Credo che la macchina più bella per un contadino sia quella che è a tal punto parte del sistema della sua agricoltura che si dissolve completamente in esso. Se questo poi possa far fronte alle richieste coloniali, è un’altra questione.

PS: Sarà stata la tua aurea da craftman, ma prima di cenare con te avremmo scommesso che fossi vegetariano e avremmo perso la scommessa, perché con il tipo vegetariano non c’entri niente.
Che ti piaccia giocare si capisce certo dal tuo lavoro, ma con il tipo adulto dell’homo ludens non hai niente a che vedere. Il tuo giocare non è superfluo e il gioco non s’impossessa mai di te come giocatore. Giochi con la serietà dei cuccioli, non importa che siano di uomo, di gatto o di orso. Mentre scriviamo, stiamo pensando a quel tuo video buffo, che ti riprende in un interno serio e affaccendato in qualche compito specifico legato a qualche costruzione, con una macchinina, che ha l’aria del giocattolo. I materiali poveri che usi, su cui si è fatta tanta letteratura rispetto alla tua opera, sono appunto economici e di conseguenza facilmente reperibili rispetto all’idea di laboratorio, ma è dimostrabile, te la cavi bene anche con il cemento e i mattoni quando si presenta l’occasione giusta, seppure con essi nella vita ordinaria si costruiscano “seriamente” grattacieli e infrastrutture. Perché hai deciso di agire in questa sfera temporanea del gioco senza celia dell’arte? E’ un problema di libertà, di sviluppare un’autonomia più selettiva?

MB: La mia cara sega a nastro ha dei problemi. Ho questi attrezzi che appartengono al regno della vita normale. Sono fantastici, quando funzionano. Quando hanno un problema possono condurti nei posti più strani nei quartieri più assurdi per trovare ricambi e consigli. Il problema della sega è molto grande, ma è solo una piccola graffiatura sulla superfice dell’organismo meccanico là fuori. Potrei probabilmente averlo risolto e ho sentito di un tale Rudi, che potrebbe verosimilmente truccare la mia sega a nastro e farla correre a qualsiasi velocità, ma sarei completamente in balia di quel tipo e del tempo necessario per fare qualcosa.
Quando si gioca, si può modulare il tempo e dargli forma. Se mi costruisco gli attrezzi da solo, decido anche quante pieghe vengano fatte, in quanti minuti, ore o giorni. Il risultato potrebbe essere limitato a quei semplici materiali, ma ciò significa anche maggiore libertà di gioco, di decisione, di possibilità e intraprendere quei percorsi fuori strada, che vengono in superficie solo quando si è coinvolti nell’esperienza diretta di tutto il processo. Mi piacciono quei percorsi.

PS: Criss Cross Garage è il titolo che hai dato alla tua prima personale da pinksummer. Che significa questo titolo? Cosa presenterai da pinksummer?

MB: I garage sono posti meravigliosi quando vengono trasformati in officine. Io trasformo le gallerie in officine, da qui il nome mostre garage. Faccio una mostra garage da pinksummer. Di che cosa è fatta quella mostra garage? Di materiale incrociato. Mi piace tessere. Potrei aver preso questa passione dal lavoro che ho fatto per il mio precedente insegnante Thomas Bayrle, o dal background della mia casa artigianale, o potrebbe piacermi semplicemente perché è un modo così semplice di realizzare una superficie partendo da linee.
Ho questa fornitura di materiale che si può tessere prodotto qui e la porterò con me a Genova. Mi tengo la decisione di cosa farne per il giorno in cui arriverò al pinksummer garage.

Michael Beutler, Criss Cross Garage, 2017, visione dell'installazione da pinksummer, Genova photo credit Alice Moschin courtesy pinksummer, Genova

Michael Beutler, Criss Cross Garage, 2017, visione dell’installazione da pinksummer, Genova photo credit Alice Moschin courtesy pinksummer, Genova

Michael Beutler, Criss Cross Garage | Pinksummer, Genova
The exhibition is open until May 13, 2017

Interview with Michael Beutler —

Pinksummer: Your installations, your works (does it make sense to distinguish the part and the whole?), are beautiful and excessive constructions. An excess, for how paradoxical saying so might sounds, without redundancy, as if you managed to activate only some possibilities among the many existing within the disorder. Heinz Von Foester theorized the principle of an “order from noise”, according to which a self-organized system is able to produce order from the environmental noise, causing the reduction of redundancy, even though just in aleatory form. Etymologically the word chaos is tied to chance, however nothing seems accidental in your process and the flexibility implied by your vision seems rather tied to the idea of circumstance. Disorder is not a circumstance, it is instead consubstantial with matter, that is determinist and structured per-se. Disorder cannot be removed, it endures beside the circular order/organization relationship and makes every process, every project of yours, a suspended and temporary miracle, in which every development, every information, every progress is paid in entropy. Your work has the non-perspectival system of Flemish painting, that renders the world through the sum of its details in which one can get lost as if he was in a forest, because the invisible, if does exist, gets lost in the immanence of that thick forest too. Could the idea of non finito, of work in progress, which is distinctive of Michael Beutler works, just be lying there?

Michael Beutler: The gallery, exhibition, work, installation,… the situation is probably the viewing point into the thick forrest. Being there, is having a slight distance to the density of the forest like being on an opening, or a „Lichtung“ in German. There is a chance within the making that some of the sticks and branches of that forest get rearranged into another existence. A forest installation system of its own, even though based on the very nature of common physics. No miracles just observations of relations between action and material, social engagement, vibrating reality.
I like to point out a text that once Gerry Bibby was so kind to write:

Solution Problem or
Imperfect Invention Machine

Inside of a big reverberating nothing much, forces were coagulating, an affair blossoming. Elements strewn around not performing or in fact something else were drawn into a solution problem.
By soliciting this, squashing that, pushing and bending, cutting and joining, shapes were born.
Another body was perceived which could behave on the elements. It would attempt to imitate the fledgling shapes. It was also born. It had moving parts, used wet things, heavy things, hard things. Ripping and wrapping were fed to this body that did not grow. It spat out images of itself yet because they resembled the problem, their reflections were never truly alike.
Alone, they could be given funny names, sit inside the bigger place and they described an impulse. In various constellations of togetherness however– brought about for example by stacking, leaning, weaving– these shapes became yet other forms which estimated the solution.
A door appeared, leading to a long narrow pathway where light from over there made its wall glow. They remembered standing on that spot, where before there was no wall or door and they remembered the sound of grunting as a large flat field was adulterated into behaving as this runway drawn in yellow.
The solution was to do something, why not and perhaps where?
Its problem translated the how, with what and by whom.
Look. Look what happened! That blue holds up this greenish colour sliced by that pink.
The two end walls of a rectangular room were also rectangular and were begging for an equilateral triangle with its sides equal to the base of the wall, it’s apex near piercing the ceiling. Elicit the best way to project this triangle through the length of the room.
The problem had been given its body that did not grow after the fuel had been decided upon, gathered, their limits tested and their possibilities investigated. It then had to be handled by a few to many, who mimicked this other body which nearly resembled their own by doing things with it and feeding it repeatedly.
Shift this, pull that, poke that and push. Shove this, glue that, heave and push.
Sometimes the ingenuity of the original births lost their big bang and the ‘whom’ added other elements and methods or they exaggerated the problem’s process. At other times, the fuel failed, slumped a little and altered the solution’s surface, illuminating a joke.
A big pile of solution stood around perhaps embellishing that detail from the wall it stood near. It presented itself right there yet it’s problem suggested itself all over. Her decision to add this then, his to leave that out, the weight and balance of that section and the contraption they used all imbued the solution with an indelible mobility.

PS: Luciano Gallino, sociology teacher at the University in Turin who was concerned with transformation of work and unemployment too, asserted that a country that does not care about manufacturing industry meant as proper industry, cannot help becoming a colony, as manufacturing industry beyond granting employment and income structures people’s life by entering their houses.
Entering your great house/studio in a moment of collective industrious excitement due to an upcoming project, we came across a self-organized system that, even though open and permeable, does not has the intention to become a colony at all. We noticed that even the coffee machine in your kitchen presented some minor technical/aesthetic improvements in your distinctive fashion and, we are joking a bit now knowing that you were not the cook, as a matter of fact the very beautiful red turnip strudel we ate, seemed to be informed by the same magic, or rather marvelous, realism that distinguish your functional intention beside delimiting your space.
Indeed technology appears to be an unavoidable issue in respect of your production. In his book “Der Arbeiter” Ernst Jünger wrote about the worker “In him is the drunkenness of knowledge which origin is not only logical, and there is a pride of technical conquests, the pride towards an unlimited dominion over space, in which one can recognize the omen of a recondite will of power, still in germ” and then “All the technical conquests serve simply as armour for unexpected battles and unsuspected revolts”. Against the mystical agrarianism of Blut und Boden, Jünger asserted that wherever an agriculturist can use a machine, he cannot be called a peasant. What could we tell about an artist who invents his machines from scratch and display them beside his works, accomplished gesture of their function, by emphasising their sudden obsolescence? We could dare saying that you tend to solve the myth of art in its mere productive function and, as a matter of fact, your technology fashioned aesthetic feels like political, almost existential. Is it perhaps an invitation to resistance, against a consumption that structure the existence of the individuals and the collectivity, beyond any progress, aiming only to perpetrate its own by now most tangible obsolescence?

MB: I wonder about the machines. They complete the image and are not so much machines, but hand tools. They just help with the order aspect and take care of a probably boring part of production. I have a problem now, since the tool invention I made, the one which is quite substantial to the things I am going to show at pinksummer sits in my workshop and is a regular woodwork machine, a plainer/ thicknesser or jointer… Well I added some parts to the thing to have it only cut wood of the surface in certain areas, to be then able to weave the wood in a specific grid. What would this plainer do in the gallery, when it is so very much attached to the workshop it lives in? This situation seems different. The exhibition circle seems to have grown out of that forest into my studio. I am here with my assistance, we produce stock of this material and work with it, to source its capacities, figure out the options and find us not only using the plainer but also a regular paintbrush. Would you say it is ok for a machine invention artist to use a paintbrush? I actually enjoyed it a bit for a little while and a couple of edges, but was then keen to pass it on to the next holder, giving some directions, developing a paint system. The machines dissolve into action. And for this specific job the mere paintbrush is the better tool. No invention needed. Other actions need more materialisation to become independent, powerful maybe. So even if sitting silently amongst the produce these tools, machines, material objects represent action and possibility or if you like an invitation to activity and not much of obsolescence.
The suggestion I have to Ernst Jünger is to also dissolve the idea of machine as a preparation against something towards a machine as a preparation within something, as something that connects. I believe that the most beautiful machine for a peasant would be one, that is so very much part of the system of his agriculture that it totally dissolves in it. If this than can cope with colonial demands is a different question.

PS: Maybe it was because of your air as a craftsman, but before having dinner with you we would have bet that you were vegetarian and we would have lost that bet, since actually you have nothing to do with the vegetarian kind.
Looking at your work it seems clear that you like playing, still you have nothing to do with the homo ludens adult type. Your playing is not superfluous and game does not conquers you as a player. You play as seriously as pets do, no matter if they are human, cats or bear pets. While writing, we think at the funny video of you, serious and busy in some specific task related to some of your monumental construction, driving a little car that really looks like a toy. The poor materials you use, on which much has been written in respect of your work, are inexpensive and easy to find within the idea of a workshop, even though, it is demonstrable, you are doing well also with concrete and bricks whenever you have the right occasion to do so, in spite of the fact that in ordinary life with such materials skyscrapers and infrastructures are seriously built. Why did you decide to act in the temporary sphere of play with no jest called art? Is it a matter of freedom, of developing a more selective autonomy?

MB: My dear band saw is struggling. I have these tools that belong to the ordinary life realm. They are great, when they work. When they have a problem they might lead you to strangest places in weirdest neighborhoods to find parts and advice. The saw problem is very big, but it is just a tiny little scratch on the surface of that mechanical organism out there. I would probably get it solved and I have heard of a guy Rudi, who could probably pimp the thing to whatever speeds I want my band saw to run, but I would be totally relying on that guy and the time that is needed to do something.
When one is playing, one might be modulating and shaping time. If I build the tools myself, I also decide how many folds are made in how many minutes, hours or days. The outcome might be limited to those simple materials, but it also means more freedom of play, of decisions, of possibilities and those off track roads, that only come to the surface when one is hands on throughout all of the process. I like those routes.

PS: Criss Cross Garage is the title you gave to your first solo show at pinksummer. What does that title mean? What will you present at pinksummer?

MB: Garages are wonderful places, when they have been turned into workshops. I turn galleries into workshops, hence garage exhibitions. I have a garage show at pinksummer. What is that garage show made of? Of material in in criss cross fashion. I like weaving. I might have got it from the work I did for my former teacher Thomas Bayrle, or from my crafty home background, or I might simply like it because it is such a simple, way of making a surface out of lines.
I have this stock of weavable material produced here and will bring it along to Genua. I keep the decision of what I will make of it to the day I arrive at the pink summer garage.

Michael Beutler, Walking Cloud Grid, 2017, wood, dye, 240 x 240 cm photo credit: Alice Moschin courtesy pinksummer, Genova

Michael Beutler, Walking Cloud Grid, 2017, wood, dye, 240 x 240 cm photo credit: Alice Moschin courtesy pinksummer, Genova

Michael Beutler, Lantern, 2017, shoji paper, indian ink, metal ribbon, rinforcement grid, wallpaper paste, thread, velcro, pattex, electric cable, switch, plug, light bulb 90 x 72 x 180 cm 50 x 72 x 190 cm 70 x 72 x 145 cm photo credit: Alice Moschin courtesy pinksummer, Genova

Michael Beutler, Lantern, 2017, shoji paper, indian ink, metal ribbon, rinforcement grid, wallpaper paste, thread, velcro, pattex, electric cable, switch, plug, light bulb 90 x 72 x 180 cm 50 x 72 x 190 cm 70 x 72 x 145 cm photo credit: Alice Moschin courtesy pinksummer, Genova