Alessandro Rabottini

Alessandro Rabottini

E’ al suo terzo anno e, a ogni edizione, guida la fiera con sempre più rigore e determinazione. Alessandro Rabottini, direttore di miart, sembra avere idee molto chiare sull’impianto che da anni rende la fiera milanese/internazionale più solida che mai.

Nell’intervista che segue Rabottini ci racconta quanto sia importante “fare proprio quel gesto di attenzione e cura che gli artisti hanno verso le cose che guardano”, perché è “convinto che l’arte abbia questa capacità di farci vedere le implicazioni profonde di cose che altrimenti trascureremmo, e se assorbiamo un po’ di questo suo potere forse diventiamo custodi più attenti di quello che ci circonda.”
Gli abbiamo chiesto come sia riuscito a convincere gallerie internazionali importanti a partecipare alla fiera e, dalla sua risposta, emerge che una parte sostanziale dipenda dalla stessa città di Milano che è diventata una meta d’attrazione per molte ragioni.
Consapevole del vigore e dell’importanza delle altre fiere sparse tra Torino, Bologna e Verona, Rabottini non teme confronti in quanto ognuna ha una sua particolare fisionomia e ragione d’essere.

Elena Bordignon: Siamo al terzo anno del tuo mandato come direttore di miart. Immagino che la tensione e ansia da prestazione delle edizioni scorse sia passata. Ora starai raccogliendo i frutti delle scelte e decisioni che hai intrapreso per la fiera. Non è un caso che tu abbia posto un incipit poetico, citando Gareth Evans. Un’esortazione a prendersi cura delle tante realtà che l’arte svela e trasforma. Mi racconti, al di là delle retoriche legate all’arte, di cosa dobbiamo prenderci cura?

Alessandro Rabottini: Innanzitutto vorrei tanto che la tensione delle scorse edizioni fosse passata ma temo che non sia così! Quando un evento così grande e che coinvolge così tante realtà – dalle gallerie agli artisti, dai partner alle istituzioni – finalmente apre le porte dopo un anno di lavoro l’emozione e le speranze sono le stesse anche se hai qualche esperienza in più. È proprio il riconoscimento della complessità del lavoro di tutti questi soggetti coinvolti ad averci spinto a una riflessione su cosa sia l’attenzione oggi, e su quanto sia importante riservarla all’arte.
Il verso “abbi cara ogni cosa” al quale ti riferisci è un invito a fare proprio quel gesto di attenzione e cura che gli artisti hanno verso le cose che guardano, ed è proprio questa accentuata sensibilità a metterli nelle condizioni di trasformare la realtà in simboli duraturi. Se questa sia una forma di retorica non so dirlo, certamente sono convinto che l’arte abbia questa capacità di farci vedere le implicazioni profonde di cose che altrimenti trascureremmo, e se assorbiamo un po’ di questo suo potere forse diventiamo custodi più attenti di quello che ci circonda. In un certo senso abbiano voluto rendere omaggio all’impegno che le gallerie e gli artisti che partecipano a miart hanno messo nella realizzazione dei loro progetti e invitare il pubblico, nonostante la frenesia di quelle giornate, a procedere a passo lento per i corridoi.

Joseph Kosuth, 'J.J. (F.W. #11)'  [yellow], 2009 Yellow neon mounted directly on the wall 12,5x223 cm Courtesy Galleria Lia Rumma Milano/Napoli  Credits Sebastiano Pellion

Joseph Kosuth, ‘J.J. (F.W. #11)’ [yellow], 2009 Yellow neon mounted directly on the wall 12,5×223 cm Courtesy Galleria Lia Rumma Milano/Napoli Credits Sebastiano Pellion

EB: Anziché proporre nuove sezioni o iniziative, avete preferito consolidare un format già ben rodato e apprezzato dalle gallerie. Uno degli aspetti più rivelanti del tuo miart è, infatti, la qualità delle gallerie selezionate. Non mancano nomi altisonanti. Alle confermate Andrew Kreps Gallery, Gregor Podnar, Gladstone Gallery, si aggiungono Cabinet, Corvi-Mora, Marian Goodman Gallery, Hauser & Wirth, Herald St, Galerie Thaddaeus Ropac… Mi sveli come hai convinto queste gallerie a partecipare? Ti ha aiutato l’energia palpabile che si percepisce negli ultimi anni a Milano? Ci sono anche altri motivi di natura più strettamente commerciale?

AR: Credo che i fattori siano molteplici e tra loro collegati. È innegabile quanto Milano sia ormai una città che, sul piano internazionale, ha una fisionomia e un’attrattività molto ben definite. Io dico sempre che la miart che è cresciuta in questi anni è anche l’espressione della Milano che conosciamo da qualche anno a questa parte.
Ma se le gallerie internazionali che hai citato hanno creduto quest’anno al nostro progetto è anche perché altre gallerie internazionali, negli anni, hanno partecipato alla fiera e hanno contribuito a crearne la reputazione: gallerie come Massimo De Carlo, Gladstone, Lelong, Giò Marconi, Kaufmann Repetto, Continua, Thomas Dane, Raffaella Cortese, Mai 36, Lia Rumma, Alfonso Artiaco, Isabella Bortolozzi, Massimo Minini, Andrew Kreps, Sprovieri – solo per limitarci ad alcune nel settore del contemporaneo – sono gallerie fortemente presenti in un contesto internazionale, e la loro presenza continuativa a miart ha certamente fatto sì che tanto i collezionisti quanto i loro colleghi abbiano adesso la percezione di una fiera seria. C’è poi da dire che la forte presenza dell’arte moderna a miart contribuisce enormemente sia a portare in fiera un pubblico altamente qualificato sia a contestualizzare tutto in una prospettiva più ampia e solida.

Alexander Gutke, Big Sky Blue, 2016  Metal, paint Variable Dimensions  Unique  Courtesy Gregor Podnar, Berlino

Alexander Gutke, Big Sky Blue, 2016 Metal, paint Variable Dimensions Unique Courtesy Gregor Podnar, Berlino

EB: Cosa pensi dell’evidente incremento delle altre fiere italiane? Milano concorre non più solo con Torino, ma anche con Bologna e Verona. Segnale positivo che in Italia il mercato dell’arte sta bene? O non è un’anomalia che ci siano quattro fiere d’arte in un paese che, alla fin fine, sfoggia solo due artiste alla Biennale di Venezia?

AB: Una cosa va sottolineata. L’Italia è un paese che, contrariamente ad altri, ha una geografia estremamente diffusa e capillare per quanto riguarda l’arte moderna e contemporanea. Gallerie con un profilo internazionale si trovano sparse per lo stivale e non si concentrano, come accade altrove, solo nelle maggiori città ma sono diffuse dal nord al sud e in centri di dimensioni diverse. Questo vuol dire che, oltre naturalmente ad avere clienti sparsi per il mondo, possono contare anche su un pubblico locale. Altrettanto si può dire del collezionismo, che è un’attitudine profondamente radicata nella nostra cultura. Questa geografia diffusa e capillare è un’enorme risorsa ed è, molto probabilmente, una delle ragioni per cui più di una fiera può esistere nel nostro paese. Detto questo, le quattro fiere che citi mi sembrano abbiano profonde differenze tra loro, sia per quanto riguarda il loro impianto generale sia per la tipologia di gallerie che attraggono, per cui non so quanto sia proficuo analizzarle insieme, dato anche il fatto che le quattro città che le ospitano esprimono realtà tra loro molto differenti.

EB: Oggi le fiere inglobano mostre personali di gallerie private, proposte museali, avanguardia nell’editoria, ricerca sui nuovi talenti, abbracciano spazi no profit. Il miart si allarga anche al design. Non credi che ‘il di tutto un po’’ non sia affatto benefico per l’arte? Tanto stimoli che non aiutano il collezionista, ma lo mettono alla prova su ciò alla fine conta: comprare arte. Qual è il tuo punto di vista?

AR: Non sottovaluterei l’autonomia e la capacità dei collezionisti di valutare ciò che loro interessa di più, oltre al fatto che l’acquisto di un’opera d’arte è la conclusione di un processo estremamente personale e all’interno del quale entrano molteplici fattori soggettivi. A miart, per una scelta molto precisa, sono presenti solo gallerie: non allestiamo mostre museali o progetti speciali e non sono presenti espositori che non siano gallerie. Ciascuna fiera è diversa e ci sono scelte che possono funzionare per una e meno in un’altra, ma nel nostro caso abbiamo preferito concentrare l’attenzione sul lavoro delle gallerie, siano esse emergenti o consolidate. Siamo consapevoli di quanto lavoro mettono nella realizzazione di uno stand e nella partecipazione a una fiera tanto le gallerie quanto gli artisti, e siccome sono loro i protagonisti ci sembra doveroso dedicare loro tutta l’attenzione nostra e del pubblico.

Roman Signer Kayak Tip, 2018 Colour photography  40 × 60 × 3.5 cm 10 Courtesy Häusler Contemporary, Zurich, Switzerland

Roman Signer Kayak Tip, 2018 Colour photography 40 × 60 × 3.5 cm 10 Courtesy Häusler Contemporary, Zurich, Switzerland