Carmi - Megerle

Carmi – Megerle

Generations è una sezione di miart che raggruppa otto stand, ciascuno con l’accostamento di due artisti di stessa o diversa generazione, per esaltarne le sintonie, i rimandi, le influenze a volte anche inconsce. Non si tratta di un confronto, nemmeno di un dialogo, ma della presa di coscienza di sinergie materiche e formali, di analogie tra contenuti e significati, per scoprire la morfologia di possibili affinità.
Le coppie di artisti sono state scelte dal curatore Lorenzo Benedetti, Curatore per le Arti Contemporanee, Kunstmuseum St. Gallen. La fiera dedica alla sezione il Premio Fidenza Village, che quest’anno è stato consegnato alla coppia Lisetta Carmi (Martini & Ronchetti, Genova) e Birgit Megerle (Galerie Emanuel Layr, Vienna – Roma). La giuria era composta da: Gabriella Belli (Direttrice, Fondazione Musei Civici di Venezia), Pedro Gadanho (Direttore, MAAT | Museum of Art, Architecture and Technology, Lisbona), Hou Hanru (Direttore Artistico, MAXXI | Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, Roma).

Partendo proprio da questo binomio, è indiscusso l’interesse artistico e politico delle fotografie di Lisetta Carmi (1924, vive e lavora a Genova), in cui appaiono ritratti di travestiti in ambienti domestici scialbi, colti in momenti di riposo, o di totale quotidianità, o semplicemente neutri. Gli scatti appartengono alla serie degli anni ’70 con cui Carmi fa fronte alle discriminazioni dei travestiti trascinati nel ghetto ebraico genovese, portando avanti una lotta intima contro il pregiudizio della borghesia locale, cercando di ricondurre l’insolito in una dimensione di assoluta riconoscibilità e, insieme, trovando e restituendo una empatia carica di sentimento con i soggetti dei ritratti. A intervallare queste fotografie, sono i dipinti di Birgit Megerle, in cui emerge il tema del travestimento e del pregiudizio nel processo cosciente di deformazione dello sguardo nei confronti di determinati soggetti. Così accade per il dipinto Intermission (2016), dove un ragazzino nudo coricato prono su un letto è restituito con l’attrazione fisica di un pittore gay che ritrae il proprio ragazzo. Uno degli obiettivi di questa pittura è di dire che la rappresentazione (e la realtà?) non sono mai quello che esiste, perché la mano, lo sguardo, i neuroni che li guidano sono condizionati dal contesto e dal sostrato in cui siamo immersi.

Degno di nota è anche lo stand di Mazzoleni e Gagosian che presentano, rispettivamente, Alberto Burri e Sterling Ruby. È sorprendente la vicinanza tematica e strutturale delle opere dei due artisti, quasi si potrebbe dire che Ruby sia il riflesso di un Burri calato nell’odierno. C’è una simile gusto cromatico, una simile ricerca del materiale, lo stesso credo nella totale autosufficienza della materia di esprimersi e esprimere qualcosa che vada oltre se stessa. Eppure, se in Burri emerge il sintomo puro di una ricerca formale e tecnica che si arrovella nel ripiegamento morfologico e sintattico, in Ruby c’è un retaggio di sconforto, una sorta di angoscia di fondo, che fa del materiale, del gretto, del bruciato l’ultima avvisaglia di un eterno rialzarsi in piedi tra la merda del mondo.

Burri - Ruby

Burri – Ruby

Intenso è il dialogo tra le opere di Claudio Parmiggiani, presentato da Bortolami, e Cornelia Parker, portata da Art Bärtschi & Cie. Nelle pratiche dei due artisti esiste la fascinazione e la ricerca del frammento, del resto, dell’ombra di qualcosa che è esistito o del segno di un processo durato nel tempo e ora dato solo per ciò che ne è derivato. La poetica del “ciò che resta” è fondamentale in entrambi gli artisti, ma anche il sentimento di malinconica presa di coscienza del passaggio, della morte, della sparizione e una certa sensibilità per il risvolto spirituale e metafisico dell’arte. In fiera, di Parmiggiani sono esposti lavori della serie Delocazioni, iniziata nel 1970 attraverso la fomentazione controllata di piccoli incendi che – attraverso il fuoco, il fumo e la cenere che producono – imprimono poi su pannelli le ombre dei vari oggetti che vi sono appoggiati. È un gesto ontologicamente distruttivo che però crea un’immagine dal processo, ricordando visivamente un negativo fotografico e nella struttura le ombre e i resti dovuti alle grande esplosioni naturali o fisico-chimiche. Niente di ciò che passa non lascia un segno.
Cornelia Parker presenta in fiera il lavoro nuovo No Man’s Land, composto da una quindicina di pezzi di legno recuperati nelle baraccopoli della metropoli di Guangzhou, in Cina, simbolo politico di zona di transizione ai margini della città. Il recupero di questi elementi ha quasi valore escatologico, nel tentativo di garantire una seconda possibilità di esistenza ad un territorio non riconosciuto, partendo proprio dai resti di questi. Ma non si tratta solo di una raccolta di scarti poi ammucchiati, perché guardando bene essi sono sospesi, non appoggiano né ai muri, né a terra, né a se stessi. Una levitazione di materie grezze per dire qualcosa sullo stato di inesistenza e non riconoscenza di certe zone della terra, che appaiono poi addirittura come luoghi indefiniti se non, talora, puri stati mentali.

Parmiggiani - Parker

Parmiggiani – Parker

Lo stand delle Galería ProjecteSD e Monica De Cardenas / Vistamare presenta i lavori di Jochen Lempert e Linda Fregni Nagler, entrambi nati attorno alla figura di Hércules Florence (Nizza, 1804 – Campinas, 1979), pioniere della fotografia alla pari di Nicephore Niepce e Daguerre, seppur ignaro delle ricerche che i due stavano portando avanti in Europa, mentre lui era in Brasile – sebbene fosse nato in Francia. Florence, che è stato anche protagonista di una mostra curata da Cristiano Raimondi e Linda Fregni Nagler al Nouveau Musée National di Monaco, fu il primo a concepire, nel 1833, un sistema per creare immagini col la luce, che poi chiamò “fotografia” – fu il primo a servirsi di questo termine in relazione alle immagini create dal contatto di sostanze fotosensibili con la luce. Le ricerche e le scoperte di Florence sono state raccolte in un suo manoscritto (Photographie ou Imprimerie à la lumière. 22 Ottobre 1833) che Fregni Nagler ha utilizzato come matrice per la serie di lavori che presenta in fiera. Il lavoro dell’artista è in primo luogo la riproduzione del processo di scoperta del fotografo monegasco-brasiliano, basato sulle fasi di copia, tracciamento e riproduzione: lei ha isolato, ingrandito e disegnato dieci estratti dal manoscritto copiando manualmente con grafite la sua grafia e la materialità della carta, con le sue trame, macchie d’inchiostro e peso. Insieme, questi frammenti isolati – riproducenti ciascuno una parola – creano la frase Découragé dans la chambre en cherchant les images obscure mémoire de la lumière d’argent (Scoraggiato nella stanza, alla ricerca di immagini, memoria oscura della luce argentata), nonché titolo dell’opera (2017), che può essere letto anche come un messaggio subliminale nascosto tra le righe di un trattato sulla fotografia in un momento storico in cui questa era ancora un’invenzione alla ricerca della propria posizione nella storia. Tramite la stessa tecnica riproduttiva, Fregni Nagler ha riprodotto in grafite il frontespizio del libro e la parola “fotografia” in esso contenuta. Jochen Lempert, invece, è un artista e biologo che si è recato a San Paolo per visitare gli archivi di Hércules Florence, dando origine con questo viaggio a 25 lavori fotografici. In fiera sono esposti i lavori che riproducono la flora e la fauna di quella zona del Brasile, realizzati con una procedura simile a quella delle fotografie che Florence realizzò in Amazzonia, quando fu pioniere dell’illustrazione di specie botaniche e animali ancora sconosciute. Dalle foto in bianco e nero di Lempert si vedono formiche tagliafoglie, uccelli poggiati sui rami di un albero, foglie di banane dal cui foro si vedono volatili volare. Lempert, dunque, esegue con occhio da biologo fotografie che potrebbero essere scientifiche, ma oltrepassano i confini della branca disciplinare per trovare delle corrispondenze e delle analogie con la storia propria della fotografia, con un tempo di scoperte lontano, con uno studioso e scopritore spesso sottovalutato.

La König Galerie e Thomas Dane Gallery creano un dialogo tra le opere di Luisa Lambri e quelle di Alicja Kwade. Entrambe le artiste portano avanti una riflessione sulla percezione sensoriale ed erogena dello spazio, focalizzandosi su particolari minimi o sulle condizioni di atmosfera di certi ambienti. Lambri punta l’attenzione sugli ambienti interni di architetture moderniste, che ritrae attraverso fotografie o film 16 mm, portando all’attenzione porte, angoli, finestre e persiane che si astraggono e diventano aperture, barriere, trasparenze come dispositivi per studiare e percepire i mutamenti di luce e di ariosità. A miart c’è una selezione delle sue immagini più famose, che comprendono architetture come il Teatro Regio di Torino, la Melnikow House di Mosca, il Met Breuer di New York e la John’s Abbey Church a Collegeville (MN); così come le opere di altri artisti, tra cui le sculture di Nancy Holt e Barbara Hepworth. Alicja Kwade in qualche modo esaspera l’indagine di Lambri attraverso un pensiero ancora più radicale nei confronti dello studio della soggettività in relazione alla percezione dell’ambiente, del tempo e della natura degli oggetti. Tra le opere esposte in fiera, Fortune (ref: Spiegelverkehrt zerbrochene Spiegel) (2013), in mostra a miart, sono due specchi rotti che si specchiano in modo identico, come se un terzo specchio riflettesse una singola immagine. La sua scultura Reality Zones (2016) mette in discussione la validità delle convenzioni relative al tempo e ai confini standard, attraverso degli anelli metallici modellati sulle linee che dividono i fusi orari del mondo. Gli anelli sono anche collegati da ovest a est e cadono sul pavimento come una catena fragile. Infine, Taxa-Dilation (2017) è una serie di quattro forme a spirale manipolate dalla scansione 3D di un’ammonite fossile originale di circa 200 milioni di anni fa proveniente dalla collezione del Museo di storia naturale di Berlino. Il titolo del lavoro descrive sia una diversificazione dei tipi sia un processo più formale di espansione e dissoluzione, suggerendo l’arbitrarietà delle categorie biologiche e scientifiche.

Lopes - Saraceno

Lopes – Saraceno

Un altro stand di Generations vede le opere di Jarbas Lopes (rappresentata dalla A Gentil Carioca) in relazione con quelle di Tomás Saraceno (portato da Andersen’s Contemporary). Lopes (nato nel 1964) trova i materiali per le sue opere nel contesto della vita quotidiana: oggetti banali diventano il punto di partenza per un approfondimento sulle loro funzioni e sul loro linguaggio simbolico, con una pratica che entra in un dialogo con spazi pubblici e sociali. Le opere di Lopes includono esperienze di vita e pensiero collettivo, biciclette fai-da-te da utilizzare su una pista ciclabile futurista, dipinti elastici modernisti che possono servire come trampolini verticali, ma anche sculture e disegni con giochi di parole visivi e linguistici e collage di oggetti scartati, tra gli altri. Le opere in mostra a miart sono nuovi dipinti realizzati con materiali elastici intrecciati insieme. La tessitura è una pratica amata da Lopes nel suo essere un accrescimento ordinato di sostanze che non solo offusca i confini tra pittura e scultura, superficie e oggetto, ma trasmette anche l’idea di un modo di pensare intrecciato che può arricchire politicamente l’esperienza estetica. Allo stesso modo, sculture basate su aggregazioni materiali e intrise di preoccupazioni per un incontro politico sono al centro della pratica di Tomás Saraceno, che aggrega discipline diverse, come l’architettura, le scienze naturali, l’astrofisica e l’ingegneria, con lo scopo di proporre ed esplorare nuovi modi sostenibili di abitare e percepire l’ambiente. Le sue sculture somigliano spesso a reti di celle galleggianti o habitat sospesi. La serie di The Clouds che viene presentata a miart immagina possibili scenari alternativi evocando un’epoca in cui l’umanità cessa di influenzare negativamente le risorse del combustibile fossile del nostro pianeta. Sono grappoli di luce, strutture poliedriche di sfaccettature in alluminio (Fornax, 2013) o in legno (51 Peg b / M + W, 2016 e IC 4970 / M + W, 2016), sospese al soffitto con fili di nylon. La serie si basa sull’analisi della galleggiabilità, un termine che si riferisce alla tendenza o alla capacità di rimanere a galla in un liquido o di salire in alto in un gas. Diventare aviotrasportati, cioè essere in grado di viaggiare senza percepirlo e perdendo la percezione delle relazioni spazio-temporali, è uno degli aspetti centrali di questa ricerca.

Interessante è stato anche il binomio tra le composizioni materiche tra pittura e scultura di Joseph Montgomery (Car Drde), attraverso i collage di pitture, fotografie e oggetti, a cui si accompagnavano i dipinti stratificati di Achille Perilli, maestro indiscusso della figurazione astratta italiana degli anni Sessanta (Galleria Tega).

Perilli - Montgomery

Perilli – Montgomery

Infine, ChertLüdde e Parker Gallery hanno portato i lavori di William T. Wiley e Kasia Fudakowski. Il primo si serve di intricati grovigli di racconto, immagini e forme, che ha sviluppato a partire dagli anni ’60 come reazione al minimalismo, inserendosi a pieno diritto al movimento Funk californiano. Si tratta di strumenti o opportunità per sovvertire i formalismi astratti servendosi dei materiali della vita quotidiana, in modo simile al linguaggio surrealista di Giorgio De Chirico, Salvador Dalì e René Magritte. La sua produzione include pittura, disegno, acquerello, incisioni, montaggio, film, musica, arazzi e flipper. Affianco ai suoi lavori, nello stand si possono vedere tre nuove sculture di Kasia Fudakowski, scelta per le affinità dei linguaggi onirici e fantastici e per il gusto per la satira.